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Fuga dalle notizie in Italia: cosa rischia il dibattito pubblico



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In Italia la news avoidance cresce tra troppe notizie, toni spesso negativi, disinformazione e sfiducia nei media. Social e piattaforme cambiano le abitudini: si seleziona di più e aumenta la stanchezza informativa. Effetti: meno partecipazione consapevole, più disuguaglianze e un dibattito pubblico più fragile

Pubblicato il 11 mar 2026

Anna Brisciano

laureata in Scienze della comunicazione e giornalista.

Francesca Rizzuto

professoressa associata nel Dipartimento Culture e Società dell’Università di Palermo



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Negli ultimi anni, il fenomeno della news avoidance, ovvero l’evitamento intenzionale o parziale delle notizie, ha attirato crescente attenzione sia nella ricerca sul giornalismo che nel dibattito politico sulle potenziali conseguenze per le architetture democratiche dei paesi occidentali di un progressivo allontanamento dei cittadini dalle news.

In Italia, tale fenomeno si inserisce in un contesto mediatico caratterizzato da elevata politicizzazione, crisi di fiducia nelle istituzioni informative e trasformazioni digitali che hanno radicalmente mutato i modelli di produzione e di consumo di informazione esistenti.

Questo articolo analizza alcune peculiarità della news avoidance in Italia, distinguendo tra fattori strutturali, psicologici e culturali, e ne discute le implicazioni per la partecipazione democratica e la qualità del dibattito pubblico.

Attraverso una revisione della letteratura e un’analisi del contesto italiano l’obiettivo è quello di proporre una lettura del fenomeno, collocandolo all’interno del dibattito internazionale sulle modalità del consumo di notizie nella società delle piattaforme.

Parole chiave: news avoidance, consumo informativo, Italia, fiducia nei media, democrazia digitale.

Consumo di news e piattaforme: le nuove sfide del giornalismo (di Francesca Rizzuto)


Il fenomeno della news avoidance, ovvero la tendenza a evitare intenzionalmente o non intenzionalmente l’esposizione alle notizie, è cresciuto significativamente negli ultimi anni anche in Italia, intensificandosi durante la pandemia di Covid-19.

Ponendosi al centro del dibattito accademico e politico in molti paesi occidentali tale fenomeno è stato considerato una doppia minaccia, sia per l’industria informativa che per la qualità del dibattito democratico, indizio di una serie di radicali mutamenti di modelli tradizionali del consumo mediale e del ruolo riconosciuto da decenni all’informazione nei sistemi politici occidentali.

Nella società delle piattaforme (Van Dijck, Poell, de Wall, 2018) il consumo delle notizie ha assunto una funzione sempre più legata all’intrattenimento, svincolandosi dall’uso esclusivamente informativo e/o politico; inoltre, i dispositivi mobili e i social network forniscono velocemente e pervasivamente news personalizzate in base agli interessi dei singoli individui, i quali preferiscono sempre più contenuti emotivamente coinvolgenti, concisi e con elementi interattivi, perfettamente coerenti con le logiche del business dei social media.

In molti paesi, del resto, gli utenti più giovani stanno adottando abitudini di consumo informativo completamente diverse da quelle dei loro genitori, preferendo la ricerca di notizie attraverso l’uso di fonti diversificate in contesti comunicativi nei quali il confine tra vero e verosimile (McIntyre, 2018) diventa sempre meno netto, lasciando ampi spazi al cortocircuito della disinformazione, usata come vera e propria arma politica.

Dinanzi alla rivoluzione delle piattaforme, l’industria delle notizie deve trovare modalità innovative e coinvolgenti nell’interazione con i destinatari: i modelli tradizionali di relazione con i lettori/spettatori sono palesemente inadeguati per fronteggiare le sfide più rilevanti che i social media pongono alla professione giornalistica, che per tre secoli ha accompagnato e sostenuto lo sviluppo delle democrazie occidentali, pur nelle diverse declinazioni nazionali (Cappello, Rizzuto 2024).

Dalla centralità riconosciuta al giornalismo quale bene di cittadinanza primario, in grado di esercitare una rilevante ed indispensabile funzione di mediazione tra i cittadini e la realtà, non solo politica, la moltiplicazione odierna dei canali, delle fonti e degli attori coinvolti nel circuito planetario dell’informazione, ha contribuito ad un marcato declino della fiducia del pubblico, imponendo sia una ridefinizione del concetto di “affidabililtà” di fonti e contenuti, che la necessità di adattarsi rapidamente a nuovi formati, linguaggi e logiche.

Dinanci agli interrogativi imposti del predominio crescente delle opache logiche algoritmiche e alla rivoluzione dell’IA, nelle pagine seguenti viene proposta una lettura critica del fenomeno della news avoidance in Italia, che assume particolare rilevanza alla luce della frammentazione dell’ecosistema informativo e della diffusione di piattaforme digitali anche nel nostro paese.

Definizioni e tipologie di news avoidance nella letteratura (Anna Brisciano)

Il consumo di notizie rappresenta tradizionalmente uno degli elementi centrali per il funzionamento delle democrazie moderne.

Tuttavia, numerose ricerche recenti mostrano una crescente quota di cittadini che dichiarano di evitare attivamente le notizie, in tutto o in parte.

Questo fenomeno, definito news avoidance, non implica necessariamente una totale disconnessione dall’informazione, ma piuttosto una selezione strategica e talvolta difensiva dei contenuti informativi, confermando che il rapporto tra cittadini e informazione sta affrontando numerose criticità: la moltiplicazione dei soggetti produttori di notizie e la polarizzazione delle informazioni nella rete hanno alterato non solo la natura delle notizie, ma anche le logiche di consumo della stessa informazione, contribuendo ad un peggioramento dell’overload informativo (sovraccarico informativo), una condizione che nel tempo ha reso difficile al pubblico orientarsi e distinguere le notizie rilevanti da quelle meno importanti e l’informazione dalla disinformazione.

Ne è derivato un problema di affidabilità e credibilità legato alla moltiplicazione di verità individuali imposte nei circuiti dei social che sta profondamente cambiando il modo di consumare le notizie.

È all’interno di questo scenario che si è sviluppata la news avoidance, ovvero la tendenza delle persone a sottrarsi in maniera parziale o totale alle notizie.

Evitamento intenzionale e non intenzionale

Il fenomeno in questione può assumere diverse configurazioni: può essere intenzionale e non intenzionale, ma non solo.

In letteratura si parla anche di evitamento costante, occasionale e selettivo (Andersen et al., 2024).

Sebbene l’evitamento delle notizie fosse oggetto di studio da parte della comunità scientifica e dell’industria informativa già da un po’ di anni, dal 2021 ha attirato ancora più attenzione da parte degli studiosi in seguito alla pandemia di Covid 19.

Le circostanze di emergenza innescate dalla crisi sanitaria planetaria hanno causato non solo l’insorgere di una pesante infodemia, ma hanno anche alimentato sentimenti di ansia e sfiducia nell’informazione.

Successivi eventi, come il conflitto fra Russia e Ucraina, non hanno fatto altro che aggravare e confermare queste inclinazioni già esistenti.

La news avoidance solleva importanti interrogativi anche per quanto concerne i suoi potenziali effetti negativi sulla democrazia: un evitamento sistematico delle notizie potrebbe non solo influenzare il modo in cui le persone percepiscono la realtà, ma anche creare lacune e disuguaglianze fra i cittadini stessi nella loro conoscenza degli affari correnti e nel loro impegno civico, ostacolando una partecipazione attiva alla vita politica.

Con il termine news avoidance ci si riferisce ad un basso consumo di notizie, ovvero alla tendenza degli individui a evitare, in maniera totale o parziale, l’esposizione all’informazione.

Sebbene uno dei primi paper sull’evitamento delle notizie sia stato “A Profile of the Daily Newspaper Non-Reader” di Westley e Severin (1964), è con il processo di digitalizzazione e il conseguente sovraccarico informativo che il fenomeno inizia a diffondersi in maniera significativa nei paesi occidentali, attirando crescente attenzione da parte del mondo accademico e dell’industria giornalistica.

Oggi la news avoidance si presenta come un fenomeno complesso e multidimensionale.

Sono diversi i contributi che hanno provato ad articolare le sue possibili manifestazioni: tra gli studi più rilevanti ed esaustivi, prenderemo in considerazione quello di Skovsgaard e Andersen, che distinguono fra evitamento intenzionale di notizie e non intenzionale.

Se il primo si basa su una specifica avversione per le notizie, il secondo è causato soprattutto da un interessamento per altri tipi di contenuti mediatici, a discapito di quelli informativi (Skovsgaard e Andersen, 2020).

Tuttavia, evitare intenzionalmente le notizie non sempre si traduce in un basso consumo di notizie (Toff e Kalogeropoulos, 2020; De Bruin et al., 2024); pertanto, a questa distinzione di base ne segue un’ulteriore basata sul modo in cui il fenomeno si manifesta e che distingue tra evitamento costante, occasionale e selettivo.

Evitamento costante, situazionale e selettivo

L’evitamento costante è sia intenzionale che non intenzionale, ed è caratterizzato da un’esposizione molto bassa o inesistente alle notizie, causata da un disinteresse nei confronti di quest’ultime o un interessamento verso altri tipi di contenuti.

L’evitamento situazionale, invece, è sempre intenzionale: l’individuo evita volutamente le notizie in certi momenti, pur mantenendo un livello complessivo di consumo informativo, anche elevato.

Infine, l’evitamento selettivo, anche questo intenzionale, riguarda la volontà dell’individuo di voler evitare specifici contenuti informativi, come determinati temi politici o fatti di cronaca, per motivi come disinteresse, disagio o paura.

Benché la letteratura sia solita distinguere l’evitamento volontario da quello involontario – quando si parla di news avoidance – secondo alcuni studiosi questa distinzione viene meno se applicata alla ricerca empirica (Palmer, Toff, e Nielsen 2023): anche scelte deliberate di consumo di notizie nel tempo possono diventare routinarie a tal punto da non essere più considerate intenzionali (Andersen et al., 2024).

Nondimeno sono diversi gli studi che indagano l’intenzionalità nella scelta di consumo delle notizie: fra i più recenti possiamo menzionare: “Zooming in on Topics: An Investigation of the Prevalence and Motives for Selective News Avoidance” di Schäfer, Betakova e Lecheler (2024) e “I Do Not (Want To) Know! The Relationship Between Intentional News Avoidance and Low News Consumption” di Betakova, Lecheler, Shäfer e Boomgaarden (2024).

Tra le possibili motivazioni sociali e psicologiche a cui ricondurre il comportamento di evitamento delle notizie sono stat indicate il sovraccarico informativo, l’eccessiva negatività delle notizie, la percezione di scarsa affidabilità delle fonti e il senso di impotenza rispetto agli eventi narrati.

News avoidance in Italia: contesto mediatico e trasformazioni digitali (Francesca Rizzuto)


Negli ultimi anni il giornalismo italiano è stato profondamente trasformato dal processo di digitalizzazione: nell’attuale sistema mediatico ibrido, in cui coesistono media tradizionali e nuovi media (Chadwick, 2013), il modo in cui le persone consumano informazioni consente loro non solo di accedere alla realtà, ma anche di evitarla.

Volendo proporre un’ipotesi di lettura della crisi reputazionale ed economica del giornalismo italiano contemporaneo, sembra molto utile presentare e discutere le tendenze emergenti nel consumo di notizie, al fine di collegarle ad alcune peculiarità tradizionali di questo sistema informativo (Hallin, Mancini, 2021), che, a nostro avviso, continuano a influenzare gli equilibri tra produzione e consumo di notizie.

Nell’era delle piattaforme, anche in Italia si stanno affermando nuove abitudini informative, non solo perché i social network sono diventati una fonte fondamentale di notizie, offrendo contenuti isolati, parziali o falsi, ma anche per il declino dell’uso esclusivo dei canali di informazione tradizionalmente dominanti, come la TV e i giornali (Rizzuto, 2023).

Infatti, mentre le organizzazioni giornalistiche tradizionali hanno dominato il mercato dell’informazione online per molti anni, dal 2022 le principali emittenti televisive e i quotidiani più importanti sono stati superati da operatori nati in digitale.

Tali cambiamenti delle abitudini informative degli Italiani rendono più evidente una crisi economica del nostro sistema informativo, soprattutto televisivo e cartaceo, ma denunciano anche una profonda incertezza sul significato sociale da attribuire alla mediazione giornalistica professionale nell’era dei social.

Dati Reuters 2025 e “paradosso italiano”

Un’attenta analisi dei dati forniti dal Reuters Digital News Report Italia (2025) lascia emergere inequivocabilmente che gli Italiani sono molto cambiati nelle scelte comunicative, e in particolare in quelle dell’informazione.

Sin dalle origini ottocentesche i grandi quotidiani nazionali sono stati considerati uno strumento di partecipazione politica e di rafforzamento identitario (Murialdi, 2014; Rizzuto 2018): la crisi del significato dell’informazione è stata acuita dalla rivoluzione digitale che ha stravolto il mercato delle notizie e le routine professionali, come segnalato dal drastico calo di interesse per le notizie, tra i più significativi rispetto ad altri contesti europei.

Nel 2025 tale interesse continua a diminuire, attestandosi al 39% (chi si dichiara molto o estremamente interessato) e confermando un declino costante rispetto al 74% registrato nel 2016 (-35% in nove anni).

Le percentuali di coloro che si dicono estremamente interessati, molto interessati o anche solo abbastanza interessati alle notizie si riducono tutte rispetto al 2024 (“estremamente interessati” da 11% a 10%, “molto interessati” da 29% a 28% e “abbastanza interessati” da 47% a 46%) mentre aumentano coloro che si dicono “non molto interessati” (da 10% a 12%) e resta sostanzialmente invariato il numero di chi si dice “niente affatto interessato” (2%) (Cornia et al. 2025, p. 15).

Tuttavia, nonostante l’interesse in calo, gli Italiani consultano spesso le notizie: il 59% lo fa più volte al giorno, delineando un vero e proprio “paradosso italiano” (ivi, p.16).

Il confronto con altri paesi europei rafforza questa ipotesi di lettura, mettendo in evidenza la condizione quasi unica del nostro paese, che è agli ultimi posti per interesse nelle notizie, ma al secondo posto per frequenza di consultazione, preceduto solo dalla Finlandia, il paese con più elevato consumo di informazione al mondo.

I dati forniti dal Digital News Report Italia 2025 sulle fonti di informazioni usate, confermano, tuttavia, un’altra caratteristica “storica” delle diete mediali degli Italiani: la televisione resta un importante punto di riferimento e il 51% la considera la propria fonte principale, unico tra i sei paesi considerati dallo studio, mentre si posiziona all’ultimo posto nell’uso dei media cartacei, con un calo della carta stampata confermato dal drastico 2% di soggetti che la considerano la propria fonte principale di informazione.

Il ricorso a testate native digitali e giornalisti indipendenti (9%) è un altro segnale di cambiamenti radicali dei consumi di news accanto alla presenza dei social (che dominano con il 17%), dei siti di quotidiani (8%), di testate radiotelevisive (5%) e di podcast e chatbot di intelligenza artificiale, che si affermano come nuove fonti aggiuntive (usati settimanalmente dal 6% e dal 4%) (ivi, p.20).

Andamento “a ondate” e motivazioni dell’evitamento

In una prospettiva diacronica, in Italia il fenomeno della news avoidance ha seguito un andamento a “ondate”: dal 28% del 2017 fino al 36% nel 2019, poi un calo fino al 29% nel 2023 e un aumento al 36% nel 2024.

Nel 2025 si registra il dato positivo di una flessione del 3%: con il 33% l’Italia è al di sotto della media internazionale (40%) per la frequenza con cui gli utenti evitano intenzionalmente le notizie.

Una lettura critica dei dati spinge ad individuare le motivazioni principali che si trovano alla base della scelta di ignorare le notizie: indubbiamente essa non dipende soltanto dai contenuti trattati, ma è direttamente connessa all’identità dei singoli individui, alle loro posizioni politiche e ai differenti bisogni informativi legati alle pratiche quotidiane di fruizione mediale.

Il contenuto delle notizie è sicuramente uno dei fattori che aumentano la propensione alla news avoidance: chi evita le notizie tende spesso a percepirle come eccessivamente negative, manipolative o inaffidabili.

Emotainment, patemizzazione e sovraccarico simbolico

Nell’era dell’emotainment (Santos, 2009) il compito principale del giornalismo è diventato quello di fornire, sotto forma di storie, significati accessibili ed emozionanti: i singoli sono così diventati i referenti di una pervasiva alluvione comunicazionale a causa della quale risulta difficile la metabolizzazione delle risorse cognitive.

La conseguenza più significativa di tale sovraccarico simbolico è che il flusso di informazioni viene interpretato e vissuto soprattutto emozionalmente, vale a dire sempre di più sulla base del gusto soggettivo e immediato e non sull’approfondimento logico e razionale: la velocità, la frammentarietà e la significatività della componente emotiva sono alla base della logica produttiva delle notizie, monadi-testi di forte impatto sensoriale e visivo.

Con i social media le notizie sono anche prodotti di intrattenimento a basso costo proposti a platee sempre più frammentate, che vivono la fruizione di informazioni come esperienze di entertainment e parte significativa del leisure time.

Sul piano dei contenuti, l’adozione della logica infointrattenitiva ha spinto il sistema informativo italiano a privilegiare i dibattiti su temi sociali “allarmanti” (come la sicurezza) con schieramenti netti tra opinioni in conflitto, il gossip, lo scandalo politico, la cronaca nera, servendosi dell’iperbole e del sensazionalismo come criteri centrali nella rappresentazione giornalistica della realtà.

Insistendo sulla dimensione della patemizzazione e del coinvolgimento emotivo dei fruitori, le news raccontano la realtà secondo modalità di ricostruzione drammatizzanti: estrapolando dal reale frammenti, che vengono poi ricontestualizzati all’interno di schemi, la prospettiva dell’esibizione viene adottata come frame per valutare la notiziabilità di fatti o persone e ogni evento viene trasformato in storia e teatralizzato.

In tale contesto, l’adozione di una retorica patemica, che offusca la separazione tradizionale tra fact e fiction, diffonde notizie spesso deprimenti, decontestualizzate, pillole informative che mirano a suscitare emozioni forti ma che favoriscono la creazione di un clima di incertezza in cui domina la percezione dell’inefficacia individuale rispetto alla realtà e aumenta la sfiducia nei confronti dei media.

Algoritmi, piattaforme e news fatigue

La “fuga” deliberata dalle notizie può essere, quindi, ricondotta a diversi fattori psicologici, come il calo persistente dell’interesse verso l’informazione, ma anche tecnologici e algoritmici.

Nel contesto delle piattaforme, che permettono agli individui di presentare e condividere continuamente le proprie emozioni, creando narrazioni personali e collettive, si registra la progressiva perdita di consistenza del significato del ruolo sociale tradizionalmente attribuito al giornalista, quello di agente di mediazione per i fruitori, a cui storicamente è spettata la responsabilità di proporre una lettura delle priorità nell’esperienza del mondo.

I produttori di informazione si ritrovano ad operare in un contesto totalmente differente rispetto alla sfera pubblica predigitale: numerosi studi hanno focalizzato l’attenzione sulla sostanziale trasformazione dell’ambito del dibattito politico e sociale prodotta dalla digitalizzazione in una post-sfera pubblica frammentata, definita piattaformizzata, nella quale si attiva un cortocircuito tra finalità commerciali delle aziende e istanze di partecipazione degli individui (Sorice, 2023; Vaccaro 2020).

Pertanto, nell’ecosistema mediale ibrido contemporaneo, la news avoidance, quindi, può essere interpretata sia come un segnale di sfiducia verso l’effettiva capacità dei news media tradizionali di raccontare il mondo che come strategia per gestire il sovraccarico informativo (Valeriani et al., 2021; Park, 2019).: una strategia deliberata, adottata da alcuni individui per sottrarsi, almeno in parte, all’alluvione informativa in cui vivono immersi, che spesso produce emozioni negative e una sensazione di impotenza.

Le piattaforme digitali consentono agli utenti di evitare facilmente le notizie, privilegiando contenuti di intrattenimento o comunicazione interpersonale.

Gli algoritmi, a loro volta, rafforzano tali preferenze, contribuendo a una esposizione informativa ridotta o distorta.

I dati confermano che molti individui evitano le notizie per ridurre ansia, stress o senso di frustrazione: i recenti sconvolgimenti degli equilibri geopolitici novecenteschi hanno prodotto un coverage continuo di conflitti internazionali.

La percezione di una narrazione prevalentemente negativa e manipolativa rappresenta, quindi, un fattore chiave nel sorgere della news avoidance, la quale si configura come una strategia di autodifesa, finalizzata a contrastare quel senso di impotenza, paura e sfiducia che gli utenti sperimentano di fronte a una sovrabbondanza di informazioni non solo negative, ma spesso volutamente false (Woodstock, 2014).

Una sensazione di inefficacia diffusasi e aggravatasi tra molti news avoiders in seguito alle tante emergenze esplose negli ultimi anni, come la pandemia da Covid-19 o l’esplosione di conflitti recenti in Ucraina e a Gaza.

Il proliferare di narrazioni mediatiche ansiogene e fortemente polarizzate, unita alla diffusione della disinformazione, ha intensificato nei lettori italiani sentimenti di incertezza, paura e stress.

I più recenti eventi e l’eccessivo di contenuti negativi hanno sicuramente contribuito a generare nel pubblico una condizione di news fatigue, una sensazione di stanchezza mentale ed emotiva che sembra delineare una frattura significativa nella relazione tra giornalismo e cittadini.

Implicazioni democratiche e prospettive per il giornalismo (Francesca Rizzuto)

La news avoidance in Italia non rappresenta semplicemente una disaffezione verso l’informazione, ma un sintomo di trasformazioni più profonde nel rapporto tra cittadini, media e sfera pubblica.

Comprendere questo fenomeno è essenziale per ripensare il ruolo del giornalismo e per promuovere forme di informazione più inclusive, affidabili e sostenibili dal punto di vista emotivo e cognitivo.

Il numero di news avoiders presenti in Italia sembra destinato ad aumentare, un’altra criticità che in sinergia con ulteriori problematiche, come, ad esempio, la disinformazione e la polarizzazione delle piattaforme digitali, sta dando il proprio contribuito alla crisi del giornalismo italiano.

Nel contesto delle cybercascate informative, il nostro sistema informativo tradizionalmente “anomalo” deve affrontare nuove sfide, con il rischio di aumentare la sfiducia nei confronti dei media e danneggiare la qualità del dibattito democratico alla base della nostra architettura costituzionale.

Da anni numerosi studi hanno evidenziato la possibile correlazione tra il consumo di news e la partecipazione politica dei cittadini, in direzione di un maggiore apatia civica o di comunità polarizzate sempre più forti, in cui fake news e teorie del complotto potrebbero essere liberamente propagate (Quandt 2018; Chambers 2021; Bentivegna, Boccia Artieri 2021) o, in direzione opposta, favorendo nuove modalità di resistenza e partecipazione nella sfera post-pubblica (De Blasio et al. 2023).

Il fenomeno dell’evitamento delle notizie potrebbe anche essere inserito in un quadro più ampio di forme di resistenza all’informazione mainstream, nonché uno dei metodi di autodifesa contro l’inquinamento degli ecosistemi comunicativi da parte del disordine informativo.

I dati suggeriscono inoltre che l’evitamento delle notizie è in relazione con il giudizio sulla qualità dei media e con una visione dell’ecosistema mediatico-politico come caratterizzato da disordini informativi e da un’elevata polarizzazione ideologica, che stanno ulteriormente allontanando i cittadini dalle istituzioni politiche e sociali.

In altri termini, la news avoidance solleva interrogativi rilevanti sul funzionamento della democrazia.

Se da un lato evitare le notizie può essere una strategia razionale di auto-tutela, dall’altro un’esposizione informativa limitata rischia di ridurre la partecipazione politica consapevole, ampliare le disuguaglianze informative e indebolire il ruolo dei media come spazio di mediazione pubblica.

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