Il mercato del Venture Capital italiano non sarà ancora al livello dei super campioni europei, ma è uscito da una condizione secondaria e di anonimato per presentarsi come un attore solido e consolidato, in grado di scegliere con sempre maggiore consapevolezza su che cosa investire le proprie risorse.
Indice degli argomenti
Il venture capital italiano esce dall’anonimato
Si potrebbe riassumere così quello che ha raccontato il Rapporto di ricerca 2025 del Venture Capital Monitor – VeM sulle operazioni di venture capital nel mercato italiano, lo studio dell’Osservatorio Venture Capital Monitor – VeM attivo presso Università LIUC e AIFI e realizzato grazie al contributo di Intesa Sanpaolo Innovation Center e KPMG e al supporto istituzionale di CDP Venture Capital SGR e IBAN, con l’obiettivo di sviluppare un monitoraggio permanente sull’attività di early stage istituzionale svolta nel nostro Paese.
Numeri e dati che consolidano le impressioni e le aspettative che si erano create negli ultimi anni tra gli addetti ai lavori, al netto dei numerosi aspetti che ancora possono e devono essere migliorati, e che confermano come la presenza dei Business Angel sia rilevante e significativa nel contesto italiano dell’innovazione.
Più operazioni e più investimenti, il venture capital italiano è dinamico
Partiamo dai dati che delineano il perimetro delle analisi e delle valutazioni. Il 2025 si è chiuso con 345 operazioni (initial e follow on); erano 300 lo scorso anno (+15%). Se si guarda solo ai nuovi investimenti, initial, questi sono stati 232 rispetto ai 223 del 2024. Per quanto riguarda l’ammontare investito sia da operatori domestici che esteri in startup italiane, il valore si attesta a oltre 1,6 miliardi di euro distribuiti su 313 round: ammontare in aumento rispetto a 1,2 miliardi nell’anno passato, aumenta anche il numero di operazioni (erano 270 nel 2024).
Diminuisce l’ammontare investito in realtà estere fondate da imprenditori italiani, che si attesa a quasi 600 milioni di euro distribuiti su 32 operazioni (oltre 700 milioni in 30 round nel 2024). Sommando queste due componenti, il totale complessivo si attesta oltre i 2,2 miliardi di euro (erano 1,9 miliardi nel 2024).
Insomma, più operazioni e più risorse investite, per una tendenza alla crescita che prosegue al netto di quelli che possono essere stati gli scossoni dello scorso anno che però non sembrano aver avuto un particolare impatto sulla filiera italiana.
I Business Angel: da fornitori di capitale a partner strategici
Dentro questo scenario si inseriscono i Business Angel Italiani, figure presenti e operative nello scenario del nostro Paese. I risultati del 2025 contenuti nel VeM delineano infatti un mercato italiano dell’angel investing in una fase di piena maturazione e consolidamento, come dimostra l’ammontare complessivo investito in autonomia dai Business Angel italiani che si mantiene solido a circa 74 milioni di euro, superando la media storica del periodo 2020-2024.
Si può notare inoltre una maggiore selettività degli investitori, che oggi puntano su un numero più contenuto di iniziative, ma con una qualità e una strutturazione più elevate, tanto che oltre la metà dei deal supera i 500mila euro. I Business Angel si confermano quindi non solo fornitori di capitale, ma partner strategici in grado di apportare competenze e relazioni, con una sensibilità sempre più strutturata verso i criteri ESG e un approccio concreto e partecipativo fondamentale per la crescita delle startup italiane.
Corporate venture capital, si può e si deve fare di più
Relativamente alle sole startup con sede in Italia, venture capital e corporate venture capital hanno investito quasi 1,1 miliardi di euro su 180 round, le attività di sindacato tra venture capital, corporate venture capital e Business Angel hanno fatto registrare investimenti pari a 575 milioni di euro su 133 operazioni e i soli Business Angel hanno investito 71 milioni in 72 round. Il totale di queste attività porta la filiera del Venture Capital in Italia ad aver investito oltre 1,7 miliardi di euro su 385 round. Aggiungendo anche gli investimenti in startup estere con founder italiani, il totale complessivo si attesta a 2,3 miliardi di euro su 419 round.
Cifre che raccontano di come certamente ci sia una presenza del corporate venture capital all’interno dell’innovazione italiana. Come detto però in altre circostanze, la sensazione è che il ruolo di questa specifica branca di investimento potrebbe essere più sviluppato, e probabilmente è questo a cui l’intero settore dovrebbe puntare già da ora e nei prossimi anni.
Una riflessione condivisa anche da Innocenzo Cipolletta, Presidente AIFI, nella sua introduzione al Rapporto di ricerca 2025 del Venture Capital Monitor – VeM. Nel suo messaggio, il Presidente Cipolletta sottolinea “una difficoltà ancora rilevata nel reperire capitali presso gli investitori istituzionali, una attività di corporate venture capital ad oggi poco sviluppata – in senso ampio, il ruolo delle corporate a supporto dell’innovazione potrebbe risultare fondamentale per lo sviluppo del mercato, anche in ottica di attività di M&A, in qualità di facilitatore nella fase di exit dei fondi di venture capital – una permanente difficoltà nella fase di disinvestimento e, più in generale, un ecosistema tuttora eccessivamente frammentato (…) L’allineamento tra capitale di rischio, startup e corporate costituisce la nuova opportunità per il nostro Paese. Molti progressi sono stati fatti, ma altri sono necessari per far realmente decollare il mercato”.












