L’avvento dell’intelligenza artificiale pone interrogativi radicali sul futuro del lavoro e, più in profondità, sul posto dell’uomo in un sistema produttivo sempre più automatizzato.
Se le macchine sono ormai in grado di svolgere non solo attività manuali ma anche funzioni cognitive e creative, la questione non riguarda soltanto l’occupazione, ma il rischio di una progressiva marginalizzazione della responsabilità, del giudizio e della libertà umana.
In questo contesto, il richiamo alla centralità della persona – già espresso da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens – assume un valore di orientamento più che di citazione storica.
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L’attualità della Laborem exercens nell’era dell’AI
Nel 1981, quando Giovanni Paolo II pubblicò l’enciclica Laborem exercens, solo pochi scienziati visionari intravedevano l’orizzonte dell’Intelligenza Artificiale, degli algoritmi predittivi e della robotica avanzata. Eppure, a distanza di oltre quarant’anni, il suo messaggio sembra scritto per la realtà tecnologica odierna. Questo testo, che intendeva celebrare il novantesimo anniversario della Rerum novarum e dare continuità al magistero sociale della Chiesa, non solo riprende i grandi temi della dignità del lavoro e della giustizia sociale, ma anticipa in modo chiaro le sfide etiche che oggi ci troviamo ad affrontare con l’avvento delle nuove tecnologie.
In un’epoca in cui si discute se e come trasferire tratti di umanità alle macchine, le parole di Giovanni Paolo II risuonano con forza: il lavoro è prima di tutto espressione dell’uomo, e quindi porta con sé una responsabilità che nessun automatismo potrà mai sostituire. Se è vero che sul mercato, all’inizio degli anni ’80, non esistevano ancora strumenti di intelligenza artificiale, la società cominciava a conoscere una fase di cambiamento radicale: infatti, l’informatica, la telematica e i microprocessori entravano nelle fabbriche e negli uffici con la stessa dirompenza con cui, un secolo prima, le macchine a vapore avevano sconvolto l’Ottocento industriale.
Il primo preoccupante segnale di un rapporto conflittuale tra uomo e informatica si registra nel 1982, quando Time magazine nomina quale Uomo dell’anno il Personal Computer, segnando per la prima volta l’elezione di un’entità non umana quale protagonista di quella stagione.
In questo quadro storico, Giovanni Paolo II intuiva che queste trasformazioni chiedevano all’umanità di rileggere il senso del lavoro e di adattare non solo i modelli produttivi, ma anche i rapporti tra le persone, le famiglie, le nazioni. La “questione sociale” non era più confinata all’interno delle fabbriche o dei confini nazionali: diventava una questione globale.
Il lavoro come chiave della questione sociale
Il Papa parlava della disoccupazione come di un fenomeno ormai strutturale, non più ciclico. Riconosceva la necessità di un’assunzione di responsabilità condivisa che coinvolgesse governi, imprese, sindacati, organizzazioni internazionali. E introduceva una distinzione concettuale molto innovativa: quella tra “datore di lavoro diretto” e “datore di lavoro indiretto“, per dire che non solo chi assume, ma l’intero sistema economico e sociale condiziona la qualità e la dignità del lavoro.
Il cuore della riflessione si concentra sul rapporto tra capitale e lavoro. Giovanni Paolo II prende le distanze sia dal capitalismo becero-liberista, che riduce il lavoro a una merce, sia dal collettivismo socialista, che non garantisce affatto la dignità dell’uomo. La sua proposta è radicale nella semplicità: l’uomo non è un ingranaggio, ma il soggetto del lavoro. Non è il capitale a definire il lavoro, ma è il lavoro a conferire senso al capitale.
Dal magistero al “Vangelo del lavoro”
In questo superamento della logica conflittuale si scorge una lezione preziosa per il presente: così come allora bisognava uscire dalla sterile contrapposizione tra capitalismo e marxismo, oggi dobbiamo evitare che il dibattito sull’Intelligenza Artificiale si riduca alla contrapposizione tra tecnofilia e tecnofobia. Il centro resta sempre lo stesso: l’uomo e la sua dignità.
Come ho già osservato, la Laborem exercens si colloca in un filone preciso: Leone XIII con la Rerum novarum (1891), Pio XI con la Quadragesimo anno, Giovanni XXIII con la Mater et magistra, Paolo VI con la Octogesima adveniens. Ma Giovanni Paolo II fa un passo ulteriore: afferma che il lavoro umano è la chiave essenziale di tutta la questione sociale. È nel lavoro che l’uomo si realizza, che costruisce la sua famiglia, che partecipa alla società civile. È nel lavoro che si esprime il suo rapporto con Dio. Per questo parla di un vero e proprio “Vangelo del lavoro“.
L’esperienza umana dietro l’enciclica
L’enciclica non nasce solo da riflessioni teoriche: Giovanni Paolo II aveva conosciuto il lavoro manuale in gioventù, nelle cave e nelle fabbriche chimiche. Sapeva cosa significava faticare, condividere turni pesanti, vivere la solidarietà operaia. E aveva visto da vicino anche i limiti di un sistema collettivista come quello della Polonia comunista, con la sua burocrazia e i suoi abusi. Questa esperienza personale si traduce in un testo che, pur affrontando temi globali, conserva un tono concreto, umano, vissuto. L’enciclica culmina in un invito a riscoprire la spiritualità del lavoro. Il lavoro non è solo produzione: è partecipazione all’opera creatrice di Dio, è collaborazione con il disegno divino, è via per entrare in amicizia con Cristo. Ogni lavoro, manuale o intellettuale, porta con sé la fatica, ma in questa fatica si nasconde un valore redentivo.
Accolta positivamente da lavoratori e sindacati, la Laborem exercens ha offerto anche agli imprenditori spunti di riflessione sulla responsabilità condivisa. Alcuni criticarono l’assenza di un’analisi più netta delle dinamiche di lotta di classe, ma la vera novità stava proprio nell’aver spostato lo sguardo dalle ideologie alla persona.
Le piattaforme digitali e il “datore di lavoro invisibile”
Oggi, nel pieno dell’era digitale, questa enciclica appare incredibilmente attuale. Là dove Giovanni Paolo II metteva in guardia contro la riduzione del lavoro a merce, noi possiamo leggere il rischio di ridurre l’uomo a dato, ad algoritmo, a produttore-consumatore profilabile. Là dove parlava di datore di lavoro indiretto, noi possiamo oggi intravedere le piattaforme globali, le catene di interdipendenze digitali, gli ecosistemi tecnologici che incidono sulle vite di milioni di persone senza mai apparire come veri “datori di lavoro”. Non possiedono fabbriche né dipendenti in senso tradizionale, eppure determinano ritmi, condizioni, retribuzioni, opportunità. Gestiscono informazioni, orientano scelte, influenzano comportamenti. Sono il nuovo potere invisibile dell’economia digitale: entità che esercitano un controllo profondo, ma privo di volto, sulle dinamiche sociali ed economiche del nostro tempo.
GDPR e AI Act: la responsabilità lungo la catena del valore
È proprio su questa trasparenza perduta della responsabilità che si concentra la più recente legislazione europea, dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) al Regolamento sull’intelligenza artificiale (AI Act). Entrambi condividono un principio essenziale e innovativo: la responsabilità non può essere alienata da chi adotta o utilizza una tecnologia, solo perché ha acquistato qualcosa di non conforme, ma si estende lungo l’intera catena del valore, fino all’ultimo attore — anche se coinvolto soltanto in una parte dell’algoritmo. Non esistono più alibi del tipo “funziona così”, “l’algoritmo è del fornitore”, o “non sono io a decidere i dati che tratta”. Chi compra, chi adotta, chi utilizza o mette sul mercato una tecnologia deve assicurarsi che essa rispetti la legge e, soprattutto, la dignità delle persone.
Ogni anello è moralmente e giuridicamente chiamato a garantire che il prodotto o il servizio che utilizza non violi i diritti fondamentali, non discrimini, non sfrutti, non tratti i dati in modo illecito. In questa visione, la conformità normativa diventa una forma moderna di giustizia sociale, perché mira a restituire equilibrio e tutela in un contesto dove la potenza tecnologica rischia di rendere opaco il legame tra chi decide e chi subisce le decisioni.
In questo senso, la Laborem exercens è molto più che un testo celebrativo: è un monito e una bussola. Ci ricorda che la dignità dell’uomo non può mai essere delegata a un terzo o a un sistema, fosse pure il più efficiente e innovativo.
AI generativa: generare non è creare
Forse, paradossalmente, è proprio di fronte all’intelligenza artificiale che il Vangelo torna a risuonare con forza rinnovata. Almeno allo stadio attuale del suo sviluppo, l’AI può generare efficienza, ma non compassione; può replicare linguaggio, ma non la passione; può apprendere pattern, ma non scegliere il bene. Non è un soggetto, né un interlocutore morale. Solo l’uomo, nella sua fragilità abitata, può accogliere il mistero, entrare in relazione, scegliere il perdono, costruire pace.
Quando ho sentito per la prima volta parlare di Intelligenza Artificiale generativa, mi sono soffermato sul verbo stesso: generare. Non è un verbo di uso quotidiano, eppure ha una forza semantica ed etica che va molto oltre il linguaggio tecnico. Solo in un secondo momento ho compreso un parallelo con la tradizione cristiana, in particolare con una delle formule più potenti del Credo: «Credo in Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre».
Questa distinzione – generato, non creato – ha radici profondissime. Nella fede cristiana, Gesù non è un essere “creato” come il mondo e le creature, ma è “generato” dal Padre, cioè partecipe della stessa sostanza divina. Chi gli ha dato questo nome si è ispirata al senso autentico del termine, rivelando l’essenza del motore fondante: l’AI generativa non “crea dal nulla”, non inventa, non ha in sé la scintilla originaria della creazione. Quello che fa è trasformare, combinare, rielaborare testi, dati, linguaggi già esistenti. Non scopre nuove verità assolute, ma ottimizza e restituisce ciò che noi uomini abbiamo già detto, pensato, scritto.
Ed ecco il paradosso: ci stupiamo della sua intelligenza; eppure, essa dimostra plasticamente che forse, in fondo, le nostre domande non sono poi così nuove. L’umanità tende a ripetere sé stessa: formule, desideri, paure, archetipi. L’AI allora ci appare quasi un indovino, ma in realtà è un potentissimo ottimizzatore della memoria collettiva. Questo non significa ridimensionarne la portata. Al contrario: ne riconosco l’utilità e la potenza straordinaria, ma dentro i limiti delle attuali tecnologie. Ecco un punto cruciale: la mia non è diffidenza, ma consapevolezza del presente. Non posso infatti prevedere l’evoluzione futura di questi algoritmi. Non so se un giorno sapranno scrivere un romanzo capace di vibrare come I Promessi Sposi, dipingere un affresco che superi la meraviglia della Cappella Sistina, comporre una sinfonia che emozioni come Beethoven.
Ecco perché quella formula antica del Credo risuona ancora oggi come chiave interpretativa anche della tecnologia più contemporanea: creare è dare origine dal nulla, come Dio con il mondo; generare è produrre da qualcosa che già esiste. Oggi l’AI generativa è uno strumento potentissimo, ma resta un ottimizzatore della creazione umana. Domani, chissà: forse potrà spingersi in territori che oggi non immaginiamo, o forse resterà sempre legata alle nostre intenzioni e al nostro genio.
La sfida della sostituzione del lavoro umano
Tra le sfide più preoccupanti dell’AI, una in particolare sta suscitando interrogativi sempre più pressanti: la sostituzione del lavoro umano. Perché, se da un lato siamo affascinati dalle capacità dell’AI generativa – capace di produrre testi, immagini, musica e codici con una velocità e una precisione mai viste – dall’altro lato non possiamo ignorare il rischio che questa potenza diventi uno strumento di rimpiazzo massivo. Non si tratta solo di mansioni ripetitive o manuali: anche attività intellettuali, creative e professionali – la scrittura, la progettazione, l’analisi giuridica, la programmazione – vengono oggi affidate, almeno in parte, alle macchine.
La domanda che ci poniamo non è più teorica: che cosa resterà “umano” nel lavoro del futuro? E soprattutto: quale dignità, quale ruolo, quale senso avrà il lavoratore se le sue funzioni saranno progressivamente assorbite da algoritmi e modelli?
Integrazione o rimpiazzo? La scelta di campo
È un punto cruciale perché il lavoro, nella nostra tradizione culturale ed etica, non è mai stato soltanto produzione: è identità, vocazione, relazione, partecipazione al bene comune. Il rischio è che l’AI, se guidata esclusivamente dalla logica dell’efficienza e del profitto, finisca per ridurre l’uomo a variabile superflua.
Al tempo stesso, la storia ci insegna che ogni rivoluzione tecnologica ha creato paure di sostituzione, ma anche nuove opportunità. La sfida, dunque, non è demonizzare l’AI, ma decidere come orientarla: se verso un modello aggressivo di rimpiazzo, che marginalizza l’essere umano, o verso un modello di integrazione, che difende la dignità del lavoro e valorizza ciò che le macchine non potranno mai replicare del tutto – la coscienza, la libertà, l’empatia, la creatività autentica.
La questione della sostituzione del lavoro si radica nel dibattito su quale sia superiore — l’intelligenza artificiale o l’essere umano. Ogni grande innovazione ha generato la paura di un rimpiazzo: ieri le macchine nelle fabbriche, oggi gli algoritmi negli uffici. Ma la vera domanda non è se l’AI prenderà il posto dell’uomo, bensì quale posto l’uomo vorrà scegliere di occupare accanto all’AI. Io mi affido alla logica della loro somma intelligente: la capacità di coniugare la potenza di calcolo delle macchine con la sensibilità, il giudizio e l’etica dell’essere umano. Non voglio pensare se l’AI sostituirà il mio lavoro, voglio invece pensare che il mio lavoro supportato dall’AI possa essere migliore, più efficiente e più produttivo. L’AI può assumersi compiti, non responsabilità; può riprodurre funzioni, ma non intenzioni. Se l’intelligenza artificiale è davvero “creata per aiutare l’uomo”, allora la sfida non è competere con essa, ma educarla, governarla, orientarla al bene comune.
In questo equilibrio tra razionalità algoritmica e coscienza morale si gioca il futuro del lavoro e della civiltà: un futuro in cui non vincerà chi possiede l’AI più potente, ma chi saprà restare umano nel farne uso, difendendo il senso, la dignità e la libertà del lavoro come espressione più alta della persona.
Walmart contro Costco: due modelli a confronto
Anche Paolo Benanti, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore del 27 agosto 2025, affronta questo tema di grande attualità: il rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro umano. Lo fa raccontando due casi di studio opposti, che diventano quasi due paradigmi del nostro tempo. Da una parte c’è Walmart, colosso della distribuzione che sta implementando l’IA con un approccio molto aggressivo, spingendo verso l’automazione e la sostituzione di molte attività umane. L’obiettivo è chiaro: aumentare l’efficienza, ridurre i costi, velocizzare i processi, anche a costo di ridimensionare il ruolo delle persone. Dall’altra parte c’è Costco, un’azienda che sta percorrendo una strada diversa: più cauta, più rispettosa del lavoro umano, convinta che la tecnologia debba affiancare le persone e non sostituirle, proteggendo la dignità e il valore dell’intervento umano.
Benanti non prende posizione tra i due modelli, non si schiera né con l’innovazione spinta né con il conservatorismo. Il suo messaggio è più sottile e profondo: ci ricorda che la presenza di due approcci così diversi ci dice che la partita è ancora aperta. Oggi viviamo la fase storica dell’aggressività tecnologica, in cui sembra che la velocità e la sostituzione siano l’unica via per restare competitivi. Ma la storia economica ci insegna che le tendenze più radicali spesso vengono corrette, ammorbidite e integrate dalla pratica quotidiana, dall’esperienza, dalla realtà dei mercati e delle persone.
Il valore della persona oltre l’efficienza
Forse il vero successo non sarà di chi sostituisce tutto, ma di chi saprà integrare. Le aziende che vinceranno non saranno necessariamente quelle che avranno ridotto al minimo il contributo umano, ma quelle che sapranno coniugare al meglio tecnologia e creatività, automazione e sensibilità, algoritmo e giudizio. Perché dietro ogni macchina c’è sempre un disegno umano, e il valore di una comunità, di un’impresa, di un mercato non si misura solo in efficienza, ma anche in capacità di crescere insieme, di dare senso al lavoro.
L’avvocato nell’era dell’AI: la riflessione di Alfano
Sulla stessa linea d’onda si esprime Angelino Alfano, già Ministro di numerosi Governi tra il 2009 e il 2018 e oggi avvocato d’affari, che ha recentemente pubblicato un intervento su LinkedIn sul rapporto tra avvocati e intelligenza artificiale. La sua riflessione parte da un punto chiave: «Fino ad oggi, tutte le rivoluzioni industriali hanno cercato di sostituire il lavoro manuale dell’uomo, ma oggi siamo al primo vero appuntamento con l’automazione del lavoro intellettuale».
Secondo Alfano, l’IA non è solo una tecnologia, ma una trasformazione cognitiva, che “stravolge il mestiere dell’avvocato perché aggredisce il cuore della nostra funzione: interpretare, consigliare, decidere”. Le potenzialità sono chiare: efficienza, precisione, accesso istantaneo a normative e giurisprudenza, con più tempo da dedicare a strategia e relazione con i clienti. Ma il rischio maggiore è quello di “usare l’IA senza comprenderla e finirne succubi”.
Per questo, Alfano sottolinea che l’IA «va governata, non delegata». Il prompting, cioè l’interrogazione consapevole, non è un trucco tecnico ma un vero atto culturale: solo chi possiede una solida cultura giuridica può formulare domande capaci di generare risposte davvero utili. Il futuro dell’avvocatura, conclude, non potrà essere garantito dall’iperspecializzazione, che rischia di essere rapidamente superata dall’algoritmo, ma dalla capacità di connettere saperi, visione strategica e responsabilità. «In un mondo dove l’IA conosce già tutto, chi saprà pensare – avendo cultura, visione e capacità di connessione – avrà un chiaro vantaggio». Alfano sembra indicare che non si tratti di una vera e propria sostituzione, ma piuttosto di una trasformazione della professione.
Il giudizio umano come soglia non varcabile
La sua riflessione tocca il punto centrale: l’IA non incide soltanto sulle mansioni manuali o ripetitive, ma penetra nel cuore stesso del lavoro intellettuale e professionale. Tuttavia, ad oggi esiste una soglia non varcata: ciò che non può essere ridotto a calcolo rimane esclusivamente umano – il giudizio, l’intuizione, la relazione di fiducia, la responsabilità.

Bibliografia
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Alfano, Angelino. Interventi sul rapporto tra professioni legali e intelligenza artificiale, LinkedIn, 2025.
Benanti, Paolo. Umano, poco umano. Esercizi spirituali sull’intelligenza artificiale. Milano: San Paolo, 2019.
Benanti, Paolo. “Intelligenza artificiale e lavoro: integrazione o sostituzione?”. Il Sole 24 Ore, 27 agosto 2025.
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Floridi, Luciano. Etica dell’intelligenza artificiale. Milano: Raffaello Cortina Editore, 2022.
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