L’economia dell’attenzione è oggi uno dei temi più dibattuti nella critica tecnologica internazionale: come funziona davvero il meccanismo con cui le piattaforme digitali si impossessano della nostra concentrazione, e soprattutto, chi è davvero responsabile?
Attensity!, il nuovo manifesto del collettivo Friends of Attention, offre una risposta radicale — e sorprendentemente storica.
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“Human fracking”: quando le piattaforme digitali estraggono la nostra attenzione
C’è una parola che descrive quello che le grandi piattaforme tecnologiche fanno alla nostra attenzione ogni giorno. Non è distrazione, non è dipendenza, è fracking. Il fracking idraulico estrae petrolio frantumando le strutture profonde del terreno con getti ad alta pressione.
Le piattaforme digitali fanno qualcosa di strutturalmente identico alle menti umane, pompano flussi continui di contenuti a bassa qualità attraverso i nostri schermi, frammentano la nostra capacità di attenzione in pezzi sempre più piccoli e rivendono quei frammenti agli inserzionisti.
Il termine è di D. Graham Burnett e Peter Schmidt, due degli editor di Attensity! A Manifesto of the Attention Liberation Movement, il libro più discusso del nuovo anno nel panorama della critica tecnologica angloamericana. Burnett è Henry Charles Lea Professor of History of Science a Princeton; Schmidt è il direttore della Strother School of Radical Attention, una scuola con sede a Dumbo, Brooklyn, che ha ricevuto attenzione dal New Yorker, dal New York Times e dall’Ezra Klein Show.
Il libro è firmato dal collettivo Friends of Attention, 25 tra accademici, attivisti e artisti, con una terza curatrice: Alyssa Loh, filmmaker il cui lavoro è stato sostenuto da Sundance e TIFF. Tutte le royalties vengono devolute al lavoro no-profit della coalizione.
Non un libro di self-help: la responsabilità è del sistema, non dell’individuo
Il merito principale di Attensity! è quello di spostare il problema dall’individuo al sistema. Nella vasta letteratura sul tema, da Tim Wu a Tristan Harris, da Jonathan Haidt a Shoshana Zuboff, il dibattito sull’economia dell’attenzione spesso ricade, implicitamente, sulla responsabilità personale: spegni le notifiche, fai un digital detox, installa un’app per controllare le tue ore di schermo. Gli autori smontano questa logica con nettezza. “Sull’altro lato di questo dispositivo, c’è un’industria da trilioni di dollari, le sei aziende a più alta capitalizzazione al mondo, nessuna delle quali esisteva trent’anni fa, che impiega algoritmi di intelligenza artificiale ottimizzati per massimizzare il tempo sul dispositivo.
Questa è una battaglia che non puoi vincere da solo.” Questa distinzione non è retorica, è il cuore dell’argomentazione. Il libro propone un’analogia storica precisa. La prima rivoluzione industriale ha creato nuove macchine che, di per sé, non erano malvagie, ma hanno generato un modello di business che sfruttava i corpi dei lavoratori. Si è resa necessaria una risposta politica collettiva, il movimento sindacale, la legislazione sul lavoro, nuove forme di solidarietà.
Oggi viviamo una situazione analoga, macchine non intrinsecamente malvagie, ma al servizio di un modello di business che sfrutta non più i corpi, bensì le menti e i sensi. La risposta, di conseguenza, non può essere meno ambiziosa di allora.
Ripensare l’attenzione: oltre lo “span” e il modello cibernetico
Un contributo originale del libro riguarda la storia del concetto stesso di attenzione. Burnett, storico della scienza, mostra come la nozione di attention span, la durata della nostra capacità di concentrazione, non sia una verità universale, ma il prodotto di una specifica tradizione di psicologia sperimentale sviluppatasi nel corso del Novecento, spesso finanziata dal complesso militare industriale. L’obiettivo di quella ricerca era ottimizzare l’abilità dei soldati di restare concentrati su radar e strumenti meccanici per periodi prolungati.
Un’intelligenza dell’attenzione, dicono gli autori, orientata alle macchine, basata su input-output, fondamentalmente cibernetica. Non a caso è la stessa concezione che le piattaforme digitali sfruttano e ottimizzano oggi. Stimolo, risposta, misurazione, è oggi il fondamento tecnico su cui operano i feed algoritmici. Contro questa visione riduttiva, Attensity! richiama tradizioni ben più ricche: l’attenzione come costitutiva dell’esperienza umana in Agostino d’Ippona, nel libro XI delle Confessioni, l’attenzione è la facoltà che tiene insieme passato, presente e futuro, che salva l’essere umano dalla dispersione nel tempo.
Oppure la concezione buddhista dell’attenzione come flusso dinamico dell’esistere, la pratica contemplativa nelle tradizioni artistiche e spirituali di tutto il mondo. Non è un esercizio di nostalgia. Si tratta di un argomento politico, se vogliamo proteggere qualcosa, dobbiamo prima capire cosa stiamo proteggendo. Un concetto di attenzione abbastanza ricco da includere il tempo, i sensi, la cura, il silenzio, non soltanto i secondi di engagement su uno schermo.
Le tre zone dell’attivismo attentivo: studio, organizzazione, santuari
Nella seconda parte, il libro offre un framework operativo per quello che chiama attention activism. Tre aree di azione, non mutualmente esclusive. La prima è lo studio: osservare la propria attenzione con curiosità analitica, capire come funziona, in quali contesti si espande o si contrae.
Non serve essere accademici, lo è già il surfista che riflette su come la propria attenzione si trasformi nell’oceano, o il climber che lascia il telefono in macchina prima di arrampicare.
La seconda è l’organizzazione, costruire comunità di solidarietà attorno alla protezione dell’attenzione collettiva. Gli autori usano il termine delle scienze sociali strutture di mobilizzazione: quando le persone sono già connesse da reti di fiducia e pratiche condivise, è più probabile che l’angoscia individuale si converta in cambiamento politico.
La terza è la creazione di santuari, spazi fisici o temporali, in cui vigono regole diverse. Musei, biblioteche, luoghi di culto, sale da concerto, istituzioni che già custodiscono tradizioni di attenzione prolungata e immersiva e che potrebbero riscoprire questa funzione come missione contemporanea.
Un “Silent Spring” per la mente: l’attenzione come slogan politico
Il Washington Post ha paragonato l’ambizione del libro a quella del Silent Spring di Rachel Carson, un testo che ha trasformato la percezione collettiva di una crisi ambientale, creando le condizioni culturali per un movimento politico. Gli autori accettano il paragone.
Il movimento ambientalista degli anni Sessanta ha preso un termine scientifico, ecologia, e lo ha trasformato in uno slogan politico. Attensity! prova a fare lo stesso con attenzione: un termine tecnico della psicologia sperimentale del primo Novecento che diventa bandiera di una rivendicazione politica. Attensity, la parola inventata che dà il titolo, è il nome che il collettivo dà a questa nuova qualità dell’esperienza attentiva liberata: non la concentrazione strumentale della macchina umana, ma la pienezza dei sensi, del tempo, della cura reciproca.
Tra ottimismo e vaghezza: i limiti e la forza di un manifesto aperto
Il libro non è privo di tensioni interne. L’ottimismo del progetto, costruire un movimento politico attorno a un concetto tanto sfuggente quanto l’attenzione, si scontra con la vaghezza inevitabile di qualsiasi manifesto. Alcune delle analogie storiche reggono meglio di altre.
Ma la forza del testo sta proprio nel rifiuto del dogmatismo: Attensity! non prescrive una politica dell’attenzione, la invoca. Chiede a lettori, artisti, ricercatori e organizzatori di contribuire a darle forma. In un momento storico in cui la frammentazione del discorso pubblico appare sempre più legata alle architetture delle piattaforme digitali, è un invito difficile da ignorare.











