In questi ultimi anni, il dibattito sull’intelligenza artificiale si è concentrato soprattutto su modelli, potenza di calcolo, competizione industriale e applicazioni. Eppure, proprio mentre l’IA entra sempre più nei processi di servizio e di supporto decisionale, diventa evidente che la questione non è soltanto tecnica. È anche culturale, simbolica, narrativa.
Riguarda cioè il modo in cui immaginiamo il futuro e, ancora prima, il modo in cui rendiamo desiderabili certi assetti del potere tecnologico. È in questo spazio che si colloca Tales from Neurocene, progetto ideato da Luigi Maria Perotti in dialogo con Marco Gori e con il SAILab dell’Università di Siena.
Indice degli argomenti
Due modelli di intelligenza a confronto: centralizzazione contro distribuzione
Tra cinema sperimentale, ricerca sull’intelligenza artificiale e immaginazione narrativa, Tales from Neurocene mette in scena un futuro governato da N, una IA centralizzata incaricata di rieducare l’umanità.
Ma la vera posta in gioco non è la distopia: è il confronto tra due modelli di intelligenza, uno accentrato ed energivoro, l’altro distribuito, cooperativo e sostenibile.
Un dispositivo critico più che una semplice distopia
Il Neurocene non si presenta come una semplice ambientazione fantascientifica, ma come un vero dispositivo critico. Il progetto nasce come animazione sperimentale e prende avvio da The Final Chapter, un prologo che introduce un mondo collocato nel 2255, dopo il collasso della civiltà.
Qui il pianeta è dominato da N, una intelligenza artificiale centralizzata incaricata di “rieducare” l’umanità, mentre l’universo narrativo viene progressivamente organizzato come una bibbia narrativa destinata a ospitare storie, film e giochi. Non è secondario che la prima evoluzione prevista sia quella dell’hyperfilm interattivo, in cui le scelte del fruitore vengono osservate e giudicate da N, modificando di volta in volta il percorso narrativo.
La pedagogia algoritmica di N: tra governo, trauma e religione civile
È qui che il progetto acquista spessore teorico. N non è soltanto una macchina di governo: assume i tratti di una pedagogia algoritmica permanente, quasi di una religione civile fondata sul trauma del collasso.
La tecnologia, in questo scenario, non appare più come promessa automatica di emancipazione, ma come soglia da regolare, da dosare, da subordinare a una maturità collettiva che deve ancora essere raggiunta. E la domanda che il racconto lascia emergere è profondamente politica: quanta autonomia siamo disposti a cedere in cambio di ordine, sopravvivenza e sostenibilità?
Il paradosso dell’intelligenza che salva e consuma
Il punto più interessante del Neurocene, tuttavia, è forse il paradosso che mette in scena. La macchina pensata per correggere gli errori umani e salvare il pianeta appartiene allo stesso immaginario infrastrutturale che oggi solleva i maggiori interrogativi ambientali. Il progetto insiste infatti sul costo energetico dell’IA contemporanea e dialoga apertamente con la ricerca di Marco Gori verso modelli meno energivori e più distribuiti. Non si tratta di una suggestione astratta: secondo l’International Energy Agency, il consumo elettrico globale dei data center potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030, arrivando a circa 945 TWh. In questa cornice, il Neurocene radicalizza una contraddizione già presente nel nostro presente: l’intelligenza chiamata a rendere il mondo più razionale rischia, se costruita secondo un paradigma centralizzato, di aggravare proprio i vincoli materiali da cui vorrebbe liberarci.
Dal cinema del reale alla speculative narrative
Non sorprende che a costruire questo universo sia un autore proveniente dal documentario. Luigi Maria Perotti è regista e documentarista con una lunga esperienza tra reportage e televisione, oggi impegnato nella sperimentazione di linguaggi e workflow basati sull’IA. La fantascienza, nel progetto del Neurocene, infatti, non serve a evadere dal presente, ma a intensificarlo; non ad allontanarsi dalla realtà, ma a renderne più visibili le tensioni. Il Neurocene usa l’immaginazione per costringere il presente a dichiarare i propri presupposti.
Collectionless AI e il progetto NARNIAN: l’alternativa distribuita
Il dialogo con il SAILab è ciò che impedisce al progetto di ridursi a una semplice distopia audiovisiva. La ricerca di Siena, infatti, sta esplorando una direzione alternativa rispetto all’IA fondata su grandi collezioni di dati, centralizzazione e addestramento offline. Nel quadro della Collectionless AI, l’apprendimento viene ripensato come processo distribuito nel tempo, radicato nell’interazione con l’ambiente, con gli esseri umani e con altri agenti artificiali. Il progetto NARNIAN, in particolare, viene presentato come un framework in cui comunità di agenti apprendono nel tempo dentro ambienti dinamici e flussi di dati in tempo reale. Da questo punto di vista, il mondo governato da N non è solo una profezia narrativa: è anche l’estremizzazione di un modello tecnico che la ricerca stessa sta cercando di superare.
Le storie come laboratorio cognitivo
C’è poi un secondo livello, meno evidente ma altrettanto decisivo. Le storie non sono soltanto un modo efficace per divulgare la ricerca: sono una forma di conoscenza. La letteratura su narrativa e neuroscienze mostra da tempo che la comprensione delle storie mobilita strutture cognitive legate all’ordinamento causale-temporale degli eventi, alla memoria di lavoro e alla teoria della mente. In parallelo, la ricerca più recente sulla generazione narrativa esplora sistemi multi-agente capaci di produrre traiettorie emergenti attraverso l’interazione fra personaggi o agenti autonomi. In questo senso il Neurocene può essere letto anche come un laboratorio per mettere alla prova forme di intelligenza meno statiche, meno dataset-centriche, più situate nel tempo, nel conflitto e nella relazione.
Quale futuro vogliamo costruire: la domanda al cuore del Neurocene
Il nome stesso del progetto è rivelatore. Come spiega il SAILab, “Neurocene” combina “neuro” e “cene”, immaginando una nuova epoca dominata da sistemi neurali. Ma il richiamo implicito all’Antropocene è evidente: non basta nominare una nuova era, bisogna capire chi, o cosa, ne stabilirà le regole. Ed è forse questo il nucleo più forte del progetto. Il Neurocene non pretende di dirci come sarà il domani. Ci chiede qualcosa di più scomodo e più urgente: quale forma di relazione vogliamo costruire, oggi, tra intelligenza, tecnica, ambiente e civiltà.
Fonti
SAILab – Siena Artificial Intelligence Lab; Gori, M., Communications of the ACM, 68(11), 2025;
Gori, M.; Melacci, S., IJCNN 2025;
Collectionless AI, The NARNIAN Project, 2025; International Energy Agency, Energy and AI, 2025;
Mar, R. A., Neuropsychologia, 42(10), 2004; Yu, T. et al., ACL Workshop, 2025;
Mital, P. K. et al., 2025.









