“Tre giorni dopo il ritorno di Trump dal viaggio in Cina: uno sguardo alla stampa internazionale” potrebbe essere il titolo di questo articolo che sto scrivendo il 18 maggio mattina. E mentre scrivo, poco prima delle 10, mi è apparso sullo schermo del PC un articolo di Forbes appena uscito sul weekend di Trump (“Trump Attacks Obama, Newsom And Other Democrats In Another Weekend AI Posting Spree”), su come il presidente statunitense abbia passato il tempo lanciando post contro i notabili democratici e l’Iran, accompagnati da immagini o filmati (generati con l’AI) fortemente insultanti verso i primi e fortemente minacciosi contro l’Iran: non so se per sfogare le tensioni dell’incontro con Xi o il malumore per i commenti in larga prevalenza negativi sui risultati ottenuti con la sua visita sui temi critici (Iran, terre rare, commesse alle grandi imprese e acquisti di prodotti agricoli tra i principali).
Indice degli argomenti
Vertice Trump-Xi, le critiche sui risultati raggiunti
Perché sono state molte le critiche, a conclusione del viaggio, sui risultati raggiunti. “What did Trump and Xi actually achieve? Divergent accounts suggest little progress on trade, Taiwan, Iran and AI” era stato ad esempio il commento a caldo di The Economist, che si chiedeva – in assenza di comunicati congiunti e in presenza viceversa di una notevole distanza fra gli entusiasmi di Trump e i quasi silenzi cinesi – quali accordi fossero stati realmente raggiunti e quali punti di vista condivisi fra i presidenti delle due superpotenze sui temi più caldi, quali l’Iran (tema estremamente critico per gli US e Trump in questo momento) e Taiwan (tema fondamentale per la Cina su cui Xi aveva avuto il primo giorno toni minacciosi).
Una linea simile quella di The Wall Street Journal [WSJ], che riteneva che l’incontro avesse apportato pochi concreti miglioramenti alle relazioni definite “shaky” (tese, precarie, traballanti) fra le due superpotenze e sottolineava le differenze fra i grandi successi vantati da Trump (soprattutto per rassicurare i suoi elettori in vista delle elezioni di mid term), a partire dall’ordine da parte cinese di 200 aerei della Boeing (che in origine dovevano essere però almeno 300 per cui anche il titolo ne aveva risentito in Borsa) e la genericità delle dichiarazioni cinesi che parlavano del raggiungimento di “a series of new common understandings” senza ulteriori specificazioni.
E Il Sole 24 Ore: “Taiwan, chip e terre rare: il vertice Xi-Trump non ha cambiato gli equilibri – Mercati delusi dopo la chiusura del summit: Boeing porta a casa risultati modesti, Tesla nessuno. E anche Nvidia e AMD restano a guardare (il riferimento è alla presenza fra lo stuolo degli accompagnatori top di Trump dei CEO delle tre società, nella speranza Tesla di una autorizzazione dei suoi robotaxi e in attesa le altre due del permesso – solo in parte ottenuto – di esportare i loro chip più avanzati in Cina,)”.
Stampa internazionale divisa tra delusione e distensione
Dubbiosi sui risultati, ma apprezzativi sul calo – anche se solo parziale – delle fortissime tensioni createsi fra i due Paesi, a partire dallo scatenamento delle famose “Trump’s tariffs”, altri commenti. Les Echos ad esempio, principale quotidiano economico francese, nel commento a conclusione del viaggio – “Sommet Trump-Xi : un réchauffement des relations, mais peu d’avancées concrètes” – aveva sottolineato il riscaldamento delle relazioni che da un anno avevano toccato un punto di minimo, anche se accompagnato da pochi avanzamenti concreti (almeno fra quelli visibili). Mentre aveva accennato con un certo fastidio alla commessa multimiliardaria di 200 aerei a Boeing, che permetteva alla società statunitense di ridurre il ritardo da Airbus: un fastidio in parte temperato dal fatto che la commessa era stata (almeno per il momento) inferiore alle attese.
Simile il commento di The New York Times [NYT], nonostante lo scarso amore per Trump che traspare anche dalla prima parte del titolo: “Trump Touts ‘Fantastic Trade Deals’ With China, but Details Are Scarce – The president left Beijing following a summit with China, during which the two countries sought to stabilize their economic and political relations.”
L’articolo riporta al suo interno il parere di uno storico negoziatore statunitense – “No major breakthroughs were expected and none were achieved, but both countries got what they needed from this summit: a bit of additional stability” – che spiega come non ci fosse nessuna attesa di risultati miracolosi e non ce ne siano stati, ma come ambedue le parti abbiano raggiunto i loro obiettivi: come Trump abbia sottoscritto accordi (quali quelli ad esempio su prodotti agricoli e medicinali oltre alla commessa a Boeing) che può “rivendersi” all’interno come grandi successi e Xi abbia sfruttato l’incontro per far apparire al mondo la Cina “as a full peer competitor to the United States, a country that does not need to bend the knee to U.S. demands,” come una superpotenza ormai a pari livello con gli US, che non ha più bisogno di “chinare il ginocchio” a fronte delle loro richieste.
Taiwan, terre rare e credibilità degli Stati Uniti
Molto più duro il commento di NYT del 16 maggio sull’atteggiamento di Trump nei riguardi di Taiwan: ”Trump Makes a High Risk Move to Win Over Xi – The president said a potential arms deal for Taiwan was a “very good negotiating chip” in talks with Beijing. His words raise questions about the reliability of U.S. support.” Trump
- come aveva già fatto interrompendo la fornitura di armi all’Ucraina, con una mossa chiaramente a favore della Russia e che preannunciava l’atteggiamento antieuropeo che si sarebbe poi concretizzato nell’applicazione di pesanti dazi e più recentemente nella minaccia di abbandono della Nato,
- appare vedere ora Taiwan – senza nessun rispetto per le preoccupazioni dei suoi alleati dell’area (Giappone, Corea del Sud, Filippine e Australia) e in qualche misura anche dell’Indonesia – come un possibile oggetto di scambio per riottenere il pieno accesso alle terre rare, fortemente ridotto dalla Cina dopo l’aumento arbitrario dei dazi di un anno fa,
- con una crescente rinuncia, a fronte di supposti vantaggi di breve termine, dei vantaggi di lungo – in termine di “soft powers” e di credibilità su scala mondiale – di cui gli US hanno goduto negli oltre 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.
Le nuove tendenze dopo il viaggio di Trump in Cina
Tornando alle notizie più recenti, mi sembra che stiano emergendo due tendenze:
- sul fronte cinese sono cominciate ad apparire – dopo i lunghi silenzi – alcune conferme (ancorché non definite nei dettagli) su quanto dichiarato da Trump o da membri della sua amministrazione, quali quella sulla costituzione annunciata da Rubio di “un tavolo di confronto” sulle tematiche commerciali (sulle concessioni statunitensi ad esempio sull’export dei chip più avanzati alle imprese cinesi piuttosto che sui permessi cinesi sull’export di terre rare) e sono apparsi anche apprezzamenti pubblici a Trump (che notoriamente non li disdegna) per la sensibilità mostrata nel comprendere la posizione cinese nei riguardi di Taiwan;
- sul fronte della grande stampa ho visto stamattina articoli volti per certi versi a rassicurare sul fatto che gli US, anche se in calo nel loro peso a livello globale, mantengono importanti punti di forza e che la Cina, anche se in crescita, soffre di ricorrenti punti di debolezza.
Stati Uniti e Cina tra forza finanziaria e vulnerabilità economica
Su FT è apparso ad esempio un articolo – “The battle the US is winning against China: It is a stunted financial power, leaving the US free to rule global markets” – che mette in luce come la Cina, nonostante l’aumento della sua influenza e i successi commerciali, non sia riuscita ad affermare la sua moneta come moneta di riserva e moneta privilegiata per gli scambi. A differenza di quanto accaduto alle grandi potenze nelle loro fasi di ascesa (Spagna, Olanda, Francia, UK, US) dal quindicesimo secolo in poi, la Cina – con il 17% del PIL mondiale e con una presenza nelle riserve delle banche centrali mondiali pari al solo 2% – è in ritardo di 30-40 anni rispetto ad esse. Con tutte le conseguenze che essere o meno una valuta di riserva comporta.
E l’articolo apparso su WSJ – “China’s Economy Unexpectedly Weakens as Iran War Fallout Mounts – Momentum slowed across the board even as Xi Jinping was projecting strength during a Beijing summit with President Trump” – discute a sua volta come l’economia cinese sia a sorpresa entrata in crisi, dopo una prima parte dell’anno estremamente positiva e proprio nel momento in cui Xi ne esaltava la forza nel suo incontro con Trump, per una serie di ragioni sia interne sia esterne:
- i consumi interni sono in una fase di decelerazione sin dal 2022 e mostrano segni di deterioramento sia la produzione industriale, sia gli investimenti e il real-estate;
- la “macchina dell’export” funziona molto bene, ma il crescente squilibrio con l’import crea crescenti tensioni geopolitiche;
- la depressione dell’economia mondiale che potrebbe accentuarsi, se la guerra in Iran e il blocco del golfo non cesseranno presto, rappresenta in prospettiva un notevole fattore di vulnerabilità per un Paese grande esportatore netto.








