Il Digital Product Passport nasce come obbligo informativo, ma apre la strada a un’identità persistente degli oggetti fisici, capace di accompagnarli lungo tutto il ciclo di vita, tra cambi di proprietà, riparazioni, rigenerazione e fine vita.
Questa possibilità, solo implicitamente presente nei testi normativi, rappresenta il vero spazio di valore. Gli strumenti per realizzarla sono già maturi: l’Asset Administration Shell, standardizzata nella serie IEC 63278, e i submodel IDTA offrono un modello identitario consolidato nell’industria.
Le imprese che vedranno il passaporto come un progetto di identità digitale, e non come un semplice adempimento documentale, costruiranno l’infrastruttura abilitante dell’economia circolare.
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Il DPP oltre l’atto delegato
Il Regolamento (UE) 2024/1781 (ESPR) ha stabilito il quadro generale del passaporto digitale di prodotto, rinviando ad atti delegati la definizione dei requisiti per singolo gruppo di prodotti. Il piano di lavoro pluriennale ha individuato le prime categorie prioritarie (tessile, siderurgia e alluminio, mobili, pneumatici, tra le altre) mentre il passaporto delle batterie, disciplinato dal Regolamento (UE) 2023/1542, resta il primo appuntamento vincolante, con applicazione prevista dal 18 febbraio 2027.
Il dibattito italiano si è finora concentrato, comprensibilmente, su tre domande: quali dati, per quali prodotti, entro quando. Ma di fatto la domanda di primo ordine è un’altra: chi garantisce che, tra otto anni, un dato passaporto continui a riferirsi a quell’oggetto fisico, e che quell’oggetto fisico continui a poter reperire il proprio passaporto?
Il passaporto digitale di prodotto non è un documento, è un servizio
L’errore concettuale più diffuso è considerare il DPP come un semplice file, un JSON, un record o un documento strutturato collegato a un QR code. Questa visione può essere sufficiente per il momento iniziale dell’immissione sul mercato, ma diventa rapidamente inadeguata quando il prodotto entra nel suo ciclo di vita reale, caratterizzato da utilizzi, trasferimenti di proprietà, manutenzioni, riparazioni e trasformazioni.
Un prodotto industriale, come immaginabile, non rimane uguale a sé stesso nel tempo. Cambia proprietario, viene integrato in sistemi più complessi, subisce manutenzioni, sostituzioni di componenti, riparazioni, rigenerazioni e, alla fine, viene trasformato in nuove risorse.
A titolo esemplificativo consideriamo il ciclo di vita di un motore elettrico. Un motore elettrico viene immesso sul mercato dal costruttore A, integrato in una macchina dall’Original Equipment Manufacturer (OEM) B, venduto all’utilizzatore C, riparato dal manutentore indipendente D con un cuscinetto del fornitore E, rivenduto sul mercato secondario a F, rigenerato dal remanufacturer G, e infine disassemblato dall’impianto H, dove il rame finisce in un flusso di materiale e le terre rare in un altro.
Durante questo percorso avvengono eventi che un semplice documento non è in grado di gestire:
- Composizione. Il motore diventa componente di un asset più grande, con un proprio passaporto. Le due identità coesistono e sono in relazione gerarchica.
- Sostituzione. Il cuscinetto sostituito modifica la distinta base fisica. Il passaporto originale, se non aggiornato, mente.
- Cambio di proprietà. Il diritto di scrivere sul passaporto e il diritto di leggerlo si separano, e si separano diversamente per ciascun attore.
- Trasformazione. La rigenerazione produce un asset che è e non è quello originale: continuità fisica parziale, discontinuità funzionale.
- Scissione. Il disassemblaggio distrugge l’identità del prodotto e ne genera di nuove a livello di materiale.
Questi eventi, che possiamo definire identity lifecycle events, non possono essere gestiti da un passaporto concepito come un documento statico emesso una sola volta dal produttore. Richiedono invece un’identità digitale persistente, capace di evolvere nel tempo, mantenere uno storico delle modifiche e applicare regole di governance su chi può aggiornare quali informazioni.
Per questo il DPP non deve essere pensato come un documento da consultare, ma come un servizio di identità del prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita.
Identity drift: il fallimento silenzioso del DPP
Il rischio concreto non è che il DPP non esista. È che esista e sia sbagliato. L’identity drift è la distanza che si crea nel tempo tra l’oggetto fisico e la sua rappresentazione digitale. È un fenomeno difficile da rilevare perché il dato non scompare e il sistema non genera necessariamente errori; semplicemente, il passaporto diventa progressivamente non aggiornato. Un motore può avere un componente sostituito, un firmware aggiornato o un nuovo proprietario, mentre il DPP continua a descrivere la configurazione originale di fabbrica.
Per l’economia circolare questo è un problema critico, dal momento che tutte le decisioni che il DPP dovrebbe abilitare (es. riparare o sostituire, rigenerare o riciclare, quale flusso di materiale, quale valore residuo) sono decisioni che avvengono durante l’intero ciclo di vita del prodotto. È quindi fondamentale evitare che il passaporto sia accurato solo al momento della vendita e perda progressivamente il legame con il prodotto negli anni successivi. In questo caso non rappresenterebbe un’infrastruttura per la circolarità, ma si ridurrebbe a un semplice adempimento documentale.
Perché l’Asset Administration Shell
L’Asset Administration Shell (AAS), standardizzata nella serie IEC 63278 e sviluppata operativamente dalla Industrial Digital Twin Association (IDTA), nasce in un contesto diverso – l’Industria 4.0, l’interoperabilità in fabbrica – ma risolve esattamente il problema che il DPP pone.
Le proprietà rilevanti sono quattro.
Separazione tra asset e rappresentazione. L’AAS distingue l’identificatore globale dell’asset (globalAssetId) dall’identificatore della shell che lo descrive. Un asset può avere più shell, gestite da attori diversi, in momenti diversi. Il fabbricante, il manutentore e il riciclatore possono descrivere lo stesso oggetto senza contendersi un unico record. È la precondizione tecnica del multi-attore.
Submodel come unità di responsabilità. L’informazione non è un blob monolitico ma un insieme di submodel tipizzati: Digital Nameplate, Technical Data, Handover Documentation, Carbon Footprint, Hierarchical Structures per la distinta base. Ciascun submodel ha un proprio ciclo di vita, un proprio titolare, una propria versione. Il manutentore indipendente scrive sul submodel di manutenzione senza toccare la targa digitale. Il diritto alla riparazione (Direttiva UE 2024/1799) diventa un problema di autorizzazione, non di riscrittura del passaporto.
Composizione gerarchica. Il submodel Hierarchical Structures enabling Bills of Material consente di rappresentare un asset come aggregato di asset, ciascuno con la propria shell. È il modello che serve per gestire composizione, sostituzione e scissione: eventi di grafo, non di documento.
Semantica esplicita. Ogni elemento di un submodel porta un semanticId che punta a un dizionario esterno — ECLASS, IEC CDD. Il significato di “peso” non è affidato al nome del campo. Senza questo strato, l’interoperabilità tra filiere resta un esercizio di mappatura manuale, cioè non scala.
L’IDTA ha avviato la definizione di submodel specificamente orientati al DPP. Il punto rilevante, però, non è l’esistenza di un submodel “passaporto”: è che l’AAS fornisce il contenitore identitario dentro cui il passaporto può vivere come vista, aggiornabile e distribuita, anziché come allegato.
I tre nodi irrisolti del passaporto digitale di prodotto
Riconoscere l’AAS come base architetturale non chiude la questione. Restano tre nodi, e sono nodi di sistema-paese prima che di impresa (Figura 1).

Figura 1: AAS come infrastruttura identitaria del Digital Product Passport
Primo: la persistenza oltre il fabbricante
Cosa accade al passaporto di un prodotto la cui azienda produttrice è fallita, è stata acquisita, ha cambiato dominio DNS?
La questione dei digital orphan è reale, ma rappresenta anche un’opportunità per progettare un’infrastruttura più resiliente e duratura. La vita utile di molti prodotti industriali (15–30 anni) supera spesso quella delle piattaforme IT e, in alcuni casi, anche il ciclo di vita delle aziende che li hanno immessi sul mercato. Questo rende necessario un cambio di prospettiva ovvero il valore del passaporto digitale non deve dipendere esclusivamente dal suo creatore originario, ma dalla capacità dell’ecosistema di garantirne continuità e accessibilità nel tempo.
L’ESPR introduce un registro europeo degli identificatori presso la Commissione, un primo passo importante verso una maggiore interoperabilità. Resta però fondamentale distinguere tra un registro che certifica l’esistenza di un identificatore e un’infrastruttura capace di preservare, aggiornare e rendere disponibili i dati associati al prodotto nel lungo periodo. Le soluzioni tecnologiche disponibili offrono percorsi complementari: risoluzioni centralizzate basate su standard come GS1 Digital Link possono garantire semplicità e affidabilità; approcci federati attraverso i data space permettono di distribuire la gestione dei dati mantenendo controllo e collaborazione tra gli attori della filiera; identificatori decentralizzati come i W3C DID e le credenziali verificabili aprono la strada a modelli in cui l’identità digitale del prodotto può sopravvivere indipendentemente dal destino del singolo attore.
La direzione che stanno esplorando iniziative come Catena-X, Manufacturing-X, Gaia-X e gli Eclipse Dataspace Components indica una possibile convergenza verso ecosistemi federati, capaci di bilanciare sovranità dei dati, interoperabilità e sostenibilità nel tempo. Non esiste oggi una soluzione unica e definitiva. Esiste però una grande opportunità: definire ora le fondamenta di un’infrastruttura aperta e duratura, prima che la frammentazione tecnologica renda più complessa la costruzione di un ecosistema europeo realmente interoperabile.
Secondo: la governance della scrittura
Chi può aggiornare cosa, e con quale garanzia di autenticità?
Un DPP a sola lettura, scritto una volta dal fabbricante, è inutile per la circolarità. Un DPP scrivibile da chiunque è inutilizzabile. La soluzione non può essere procedurale ma dovrebbe essere architetturale, sotto forma di autorizzazioni granulari a livello di submodel, tracciabilità delle scritture, e attribuzione crittografica dell’origine di ciascun aggiornamento.
Qui la questione tecnica incontra frontalmente quella politica. Concedere al riparatore indipendente il diritto di scrivere sul passaporto significa riconoscerlo come attore legittimo dell’ecosistema informativo del prodotto. Negarglielo significa consegnare al fabbricante un controllo sul mercato dell’aftermarket più efficace di qualunque clausola contrattuale. Il DPP, sotto questo profilo, è uno strumento di politica industriale travestito da schema dati.
Terzo: la granularità e gli eventi
Il DPP a livello di modello (tutti i prodotti identici condividono un passaporto) è economico e inutile per la circolarità ma non distingue l’esemplare riparato da quello nuovo. Il DPP a livello di esemplare è informativo e costoso. La scelta non è ideologica ma dipende dal prodotto, ed è probabile che gli atti delegati la risolvano in modo eterogeneo tra categorie con il risultato di rendere non componibili le filiere che attraversano più categorie.
Sul piano degli eventi, lo standard GS1 EPCIS 2.0 offre già un vocabolario per rappresentare trasformazioni, aggregazioni e disaggregazioni lungo la catena. L’integrazione tra un modello a eventi (EPCIS) e un modello a stato (AAS) è, a mio avviso, il vero terreno di lavoro tecnico dei prossimi anni: il primo racconta cosa è successo, il secondo cosa è vero adesso. Servono entrambi, e oggi non si parlano.
L’esperienza italiana come modello per il passaporto digitale di prodotto
Esiste un precedente concreto da cui trarre ispirazione, e nasce proprio in Italia.
La fatturazione elettronica è partita come un adempimento normativo, ma nel tempo si è trasformata in un’infrastruttura digitale abilitante. Questo passaggio è stato possibile grazie a tre scelte architetturali fondamentali ovvero un formato condiviso e obbligatorio, un sistema di identificazione univoca degli attori coinvolti e un’infrastruttura di interscambio capace di garantire continuità, validazione e consegna dei documenti.
Nessuna di queste componenti era strettamente necessaria per trasferire una fattura da un soggetto all’altro in formato digitale. Tutte, però, si sono rivelate indispensabili per trasformare un obbligo amministrativo in una piattaforma capace di generare nuovi servizi, maggiore efficienza e nuove opportunità di innovazione.
Il dibattito iniziale si è concentrato soprattutto sui costi di adeguamento, ma il valore più significativo è emerso nel tempo; un’infrastruttura digitale condivisa può creare possibilità che nessun singolo attore avrebbe potuto progettare o prevedere da solo.
In altre parole, la differenza tra un semplice adempimento digitale e una vera infrastruttura non dipende solo dalla quantità di informazioni gestite, ma dalla presenza di tre elementi fondamentali: identità univoche, una semantica comune e un servizio di risoluzione affidabile che garantisca continuità anche oltre il ciclo di vita dei singoli partecipanti.
Il Passaporto Digitale di Prodotto (DPP) si trova oggi in una fase analoga a quella della fatturazione elettronica prima dell’introduzione dello SDI. La sfida è ancora più ambiziosa. La persistenza richiesta non riguarda un periodo fiscale definito, ma l’intera vita utile di un prodotto fisico; inoltre, gli attori coinvolti non sono soltanto due controparti, ma un intero ecosistema di produttori, fornitori, operatori logistici, riparatori, riciclatori e consumatori.
Proprio questa complessità rappresenta l’opportunità: costruire un’infrastruttura europea del prodotto digitale capace di creare fiducia, efficienza e nuovi modelli di collaborazione lungo tutta la filiera.
Cosa significa per le imprese italiane
Per il manifatturiero italiano (filiere lunghe, PMI, forte incidenza di componentistica destinata a integrarsi in prodotti di altri) la conseguenza operativa è netta: il DPP non è un progetto IT, è un progetto di master data management.
Le imprese che affronteranno il passaporto come un’estensione del sistema documentale produrranno conformità e nient’altro. Quelle che lo affronteranno come occasione per stabilire un’identità univoca e persistente dei propri asset — con semantica dichiarata, versionamento, e capacità di esporre viste diverse ad attori diversi — si troveranno ad avere risolto, come effetto collaterale, problemi che oggi trattano separatamente: tracciabilità di filiera, gestione dei ricambi, rendicontazione della carbon footprint di prodotto, garanzie e resi.
Tre indicazioni operative, in ordine di priorità:
- Prima l’identificatore, poi i dati. Stabilire ora come si identificano univocamente gli esemplari, con quale schema, e chi ne garantisce la risoluzione. È la decisione più difficile da revocare in seguito.
- Modellare gli eventi, non solo gli attributi. Chiedersi non “quali campi” ma “cosa accade a questo prodotto e chi lo registra”. Riparazione, cambio di proprietà e dismissione sono i tre eventi minimi da modellare, e sono quelli che nessun atto delegato specificherà per voi.
- Adottare la semantica di qualcun altro. ECLASS, IEC CDD, i submodel IDTA esistenti. Il dizionario proprietario è la forma più costosa di debito tecnico nell’interoperabilità di filiera.
La discontinuità è nell’identità persistente degli oggetti fisici
Il passaporto digitale, in sé, non è una discontinuità. Rendere disponibili in forma strutturata informazioni che già esistono è un miglioramento incrementale, e come tale verrà trattato dalla maggior parte degli operatori: un costo da minimizzare.
La discontinuità, se ci sarà, sta nella costruzione di un’infrastruttura di identità persistente degli oggetti fisici — un livello di indirizzamento e risoluzione per il mondo materiale, analogo a ciò che il DNS è stato per quello digitale. È questo, e non il passaporto, ciò che abiliterebbe mercati secondari efficienti, riparazione economicamente razionale e flussi di materiale tracciabili.
L’ESPR non costruisce questa infrastruttura. Le crea le condizioni di domanda. Se sarà costruita, e da chi, con quale governance e con quali standard, è una questione aperta — e le decisioni che la determineranno vengono prese oggi, nelle scelte apparentemente tecniche di aziende e consorzi che pensano di star risolvendo un problema di conformità.
Cosa ci aspetta
Il Passaporto Digitale di Prodotto non è un nuovo documento ma è l’occasione per creare un’infrastruttura di identità persistente degli oggetti fisici. Il vero valore non sarà nei dati raccolti, ma nella capacità di mantenerli affidabili, aggiornati e interoperabili lungo l’intero ciclo di vita del prodotto.
Come dimostra l’esperienza della fatturazione elettronica italiana, un obbligo può trasformarsi in un’infrastruttura strategica quando si fonda su identità condivise, semantiche comuni e servizi affidabili. Il DPP può seguire lo stesso percorso: da requisito normativo a leva di competitività per la manifattura europea. La vera discontinuità non è il passaporto, ma la nascita di un’identità digitale durevole del prodotto. Chi contribuirà a costruirla oggi non risponderà solo alla normativa: definirà l’infrastruttura della prossima economia circolare.
Bibliografia
Unione europea (2023). Regolamento (UE) 2023/1542 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 luglio 2023, relativo alle batterie e ai rifiuti di batterie. Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L 191, 28 luglio 2023, pp. 1–117.
Unione europea (2024). Regolamento (UE) 2024/1781 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, che istituisce un quadro per l’elaborazione di specifiche per la progettazione ecocompatibile di prodotti sostenibili (ESPR). Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, L, 28 giugno 2024.
International Electrotechnical Commission (2023). IEC 63278-1:2023 — Asset Administration Shell for Industrial Applications, Part 1: Asset Administration Shell Structure. Ginevra: IEC.
Industrial Digital Twin Association (2024). Specification of the Asset Administration Shell, Part 1: Metamodel (IDTA 01001-3-0-1). Frankfurt am Main: IDTA. Disponibile su: https://industrialdigitaltwin.org (consultato il 10 luglio 2026).














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