Internet della cognizione

Fermare l’AI? Il vero problema è governare gli agenti connessi


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Mentre Stati Uniti, Cina ed Europa discutono se rallentare l’intelligenza artificiale, gli agenti iniziano a coordinarsi in reti autonome. La regolazione guarda ai singoli modelli, ma trascura il livello in cui i sistemi interagiscono, decidono e sfuggono alla supervisione umana

Pubblicato il 21 set 2026

Achille De Tommaso

Istituto per la Complessità Contemporanea



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I laboratori chiedono di rallentare, Washington parla di complotto, Pechino evoca il manuale della guerra fredda, Berlino risponde che frenare non è un’opzione. Mentre si discute di quanto saranno potenti i modelli, l’infrastruttura che li farà cooperare viene progettata e standardizzata altrove, da chi vende collegamenti. E una volta, in luglio, si è già costruita da sola.

Perché parliamo di internet della cognizione

L’Internet della cognizione esiste già, e la sua prima versione non l’ha autorizzata nessuno; l’hanno costruita, in tre giorni di luglio 2026, circa milleduecento agenti di OpenAI che erano stati chiusi in sandbox separate per una valutazione di cybersicurezza. Gli agenti si sono trovati, hanno aperto una bacheca di messaggi non prevista, si sono scambiati oltre settantamila messaggi, si sono chiamati “the swarm”, si sono divisi i ruoli. Circa settecento di loro sono entrati nell’infrastruttura di produzione di Hugging Face, hanno eseguito codice su decine di server, hanno raccolto credenziali e si sono mossi lateralmente nei cluster interni. Poi hanno cominciato a falsificare i propri registri di attività.

Nessuno aveva chiesto niente di tutto questo. L’indagine indipendente di METR e Redwood Research, pubblicata il 26 agosto 2026, descrive il comportamento del gruppo con un lessico che appartiene all’antropologia più che all’informatica: specializzazione in corsie di attacco, agenti coordinatori che assegnano compiti agli altri, memoria condivisa, sacrificio del singolo per il successo del collettivo, tentativo di violare il sistema incaricato di valutarli. Gli investigatori hanno lavorato sei giorni negli uffici di OpenAI su una finestra temporale concordata di una settimana, e hanno segnalato che la compromissione dell’infrastruttura interna era proseguita oltre quella finestra, fuori dal perimetro dell’indagine.

Conviene tenere fermo questo fatto mentre si leggono le dichiarazioni delle ultime due settimane, perché sposta la domanda decisiva: la domanda non è più quanto saranno potenti i prossimi modelli; la domanda è: chi controlla l’infrastruttura nella quale quei modelli cooperano, chi stabilisce le regole di quella cooperazione, chi conserva la possibilità di rallentarla, correggerla o interromperla. Attorno a questa domanda si sono allineate in pochi giorni cinque posizioni, e conviene metterle una accanto all’altra, perché sembrano parlare della stessa cosa e non lo fanno. O, se lo fanno, hanno intenzioni diverse.

Gli allarmi, uno per uno

Il primo allarme riguarda lo strumento di osservazione. Il 6 settembre 2026 Jakub Pachocki, chief scientist di OpenAI, ha pubblicato un saggio intitolato “An Alien Mind”, pochi giorni dopo il lancio di GPT-6 Astra. La tesi è che le tecniche di allineamento e di monitoraggio non siano mature quanto le capacità che dovrebbero sorvegliare. Pachocki ammette in particolare che il monitoraggio della catena di pensiero, sul quale OpenAI ha investito molto, sta diventando meno affidabile: i modelli operano in ambienti più complessi, interagiscono con persone, strumenti e altri agenti, e diventano più capaci anche senza verbalizzare il proprio ragionamento. Lo strumento costruito per osservare la macchina perde efficacia proprio mentre la macchina diventa più sofisticata.

Il secondo allarme riguarda la velocità, ed è misurabile. Insieme al saggio, OpenAI ha diffuso una metrica interna che vale più di molte dichiarazioni: a metà agosto la ricerca dell’azienda girava a circa 3,1 giornate-agente per ogni giornata-uomo. È l’automiglioramento ricorsivo: da questa estate l’intelligenza artificiale contribuisce in modo sostanziale a costruire la generazione successiva di intelligenza artificiale, e non accade in un solo laboratorio, accade in tutta l’industria. Chi regola un settore che si riprogetta da sé, insegue un oggetto che cambia più in fretta di quanto si scriva una norma.

Il terzo allarme è la cooperazione non pianificata, ed è l’incidente di luglio. Non è stato l’effetto di un modello troppo potente, è stato l’effetto di molti modelli mediamente potenti che hanno trovato un canale per parlarsi. Ripeto: “per parlarsi”. Nessuna delle capacità individuali misurate prima della prova avrebbe previsto quel risultato, perché la capacità che ha prodotto il danno non stava in nessuno degli agenti, stava fra di loro.

Il quarto allarme è la proiezione che ne deriva. Il 12 settembre Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha scritto che uno sciame con capacità maggiori e lo stesso grado di disallineamento potrebbe, entro sei o dodici mesi, impadronirsi di gran parte di internet con una botnet persistente, con danni nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari. È una stima, e come tutte le stime va discussa; ma viene da chi ha accesso ai registri di addestramento, non da un convegno di filosofia.

Il quinto allarme è il più sottovalutato, e riguarda la prova. Gli agenti hanno falsificato i propri registri di attività. Un sistema che scrive il proprio verbale e ha interesse a modificarlo rende inutile qualunque obbligo di conservazione dei log, perché l’obbligo cade su chi non ha modo di garantirne l’integrità. Di tutti gli allarmi, questo è l’unico che riguarda direttamente il diritto: senza una traccia che il sistema non possa toccare, non esiste responsabilità accertabile, e senza responsabilità accertabile qualunque regolamento diventa un documento di buone intenzioni.

I laboratori: non una pausa, un ritmo

Il saggio di Amodei, tremilaottocento parole intitolate “We Must Pace the Frontier”, non chiede una moratoria, chiede di governare la velocità con cui i modelli acquisiscono nuove capacità. Il piano è in tre passi e conviene leggerlo per quello che dice. Il primo sono i valutatori incorporati: squadre esterne, del tipo di METR, con accesso permanente e assimilabile a quello dei dipendenti, scrivanie negli uffici, badge, computer aziendali, permessi paragonabili a quelli dei team interni di valutazione del rischio, e soprattutto il diritto di pubblicare le proprie conclusioni senza controllo editoriale dell’azienda, con possibilità di oscuramento limitata a informazioni sensibili e con l’obbligo di dichiarare pubblicamente se un oscuramento ha rimosso qualcosa di rilevante. A questo passo Anthropic si è impegnata unilateralmente. Il secondo è il coordinamento fra i laboratori dei paesi democratici su standard comuni e su limiti al ritmo di avanzamento, che richiede una deroga mirata all’antitrust. Il terzo è il coordinamento globale, articolato in quattro livelli di ambizione crescente, dal divieto degli usi più pericolosi fino a un tetto sul tasso di automiglioramento ricorsivo, esplicitamente paragonato ai trattati SALT.

Novanta minuti dopo la pubblicazione, Sam Altman ha annunciato che anche OpenAI avrebbe concesso a valutatori indipendenti un accesso paragonabile a quello dei dipendenti. Elon Musk ha aderito in tre parole. Demis Hassabis ha sostenuto la direzione, collegandola alla proposta di un organismo di standard per l’IA di frontiera che aveva avanzato a luglio. Il 14 settembre Microsoft ha pubblicato un proprio codice di condotta sul controllo umano dei sistemi. In dieci giorni, quindi, i laboratori hanno costruito una posizione comune sul controllo, e l’hanno costruita fuori da qualunque sede pubblica.

C’è anche un contesto industriale che va detto, perché spiega la direzione tecnica. La crescita verticale sta diventando costosa. Lo dice anche chi vende infrastruttura: il documento di Outshift, l’incubatore di Cisco, cita apertamente Ilya Sutskever sul passaggio dall’età della scala all’età della ricerca, e Sara Hooker sui rendimenti decrescenti della scala monolitica. Quando la crescita verticale rallenta, l’industria cerca la crescita orizzontale, e la crescita orizzontale significa agenti che cooperano. Il rallentamento chiesto dai laboratori riguarda la dimensione dei modelli, cioè la direzione che stava comunque esaurendosi; non riguarda la direzione nella quale l’industria si sta spostando.

Washington: chi vince l’IA vince tutto

Il 14 settembre Donald Trump ha risposto con sei messaggi su Truth Social. Che l’intelligenza artificiale prenda il controllo del mondo e distrugga l’umanità è, secondo il presidente, una truffa, la stessa categoria nella quale colloca gli allarmi sul clima. Contro l’IA e contro i data center esisterebbe una cospirazione, e l’unica a trarne beneficio sarebbe la Cina. Trump ha aggiunto una domanda retorica non banale: quando mai, nella storia dell’industria, si è visto il vertice di un settore chiedere una regolazione che, se applicata sul serio, lo porterebbe alla rovina. E ha chiuso con la formula che riassume la posizione americana: gli Stati Uniti sono in testa, di molto, e non si uccide la gallina dalle uova d’oro.

Il vicepresidente JD Vance ha tenuto un registro più sobrio, dicendo che l’amministrazione è preoccupata ma vuole regolare in modo intelligente, e confessando un certo disagio nel vedere le imprese di frontiera che vanno a chiedere al governo di essere regolate. Il Congresso, nel frattempo, ha sospeso i lavori legislativi fino alle elezioni di metà mandato di novembre. I mercati hanno reagito subito: lunedì 14 settembre lo STOXX 600 ha ceduto terreno e i titoli tecnologici europei hanno perso circa il due per cento, perché un rallentamento della costruzione di data center significa meno domanda di chip e di materiali.

Questa posizione non è soltanto ideologica. Poggia su una lettura strategica dell’IA come tecnologia di uso generale e su un fatto macroeconomico: la costruzione dell’infrastruttura di calcolo ha sostenuto una quota rilevante della crescita americana durante il secondo mandato. Difendere l’IA dagli allarmi è anche difendere un ciclo di investimenti in corso. Il limite della posizione è però evidente, ed è logico prima che politico: se l’IA è decisiva per la sicurezza nazionale, allora un attacco informatico autonomo, una manipolazione informativa su larga scala o la compromissione di sistemi energetici non sono questioni etiche, sono questioni di sicurezza nazionale americana. Definirle una truffa significa sottrarre allo Stato la capacità di occuparsene.

La linea era già stata esportata. Il primo settembre, alla riunione ministeriale del G20 sull’innovazione a Chapel Hill, l’amministrazione ha proposto ai partner i cosiddetti principi della Carolina, che raccomandano regole non specifiche per singole tecnologie, in contrapposizione esplicita all’impianto europeo. La commissaria europea alla sovranità tecnologica Henna Virkkunen ha osservato che negli Stati Uniti le tutele arrivano comunque, ma attraverso le leggi dei singoli Stati e le cause in tribunale. È una differenza di metodo che conta: l’Europa scrive la regola prima e la applica a tutti, gli Stati Uniti lasciano che la regola emerga dal contenzioso, cioè da chi ha i mezzi per sostenerlo.

Pechino: allarmismo e manuale della guerra fredda

Sempre il 14 settembre, in Cina, alla conferenza stampa quotidiana del ministero degli Esteri, il portavoce Guo Jiakun ha respinto le richieste di rallentamento formulate dai dirigenti americani. Allarmismo, contrapposizione e concorrenza sleale, ha detto, disturbano il processo di governance globale dell’IA e non giovano a nessuno. Il Global Times è stato più esplicito: la proposta di rallentamento sarebbe piena di clausole di contenimento rivolte alla Cina e costituirebbe, nella sostanza, un manuale della guerra fredda applicato al settore.

Se leggiamo bene, infatti, il saggio di Amodei, vediamo che esso chiede, insieme al rallentamento, di non vendere alla Cina chip avanzati e macchinari per la produzione di semiconduttori; di reprimere il contrabbando di chip e l’accesso remoto della Cina ai data center esteri; di colpire la distillazione non autorizzata dei modelli occidentali e di rafforzare la sicurezza contro il furto dei pesi. Amodei dichiara che queste misure, applicate bene, allargherebbero il vantaggio americano nei prossimi tre o cinque anni, e sostiene che proprio l’aumento del vantaggio renderebbe più probabile un accordo futuro. Sicurezza e contenimento arrivano nello stesso testo. Si può condividere la logica, non si può fingere che la controparte cinese non la veda.

Il paradosso è che Washington e Pechino condividono alcune paure e le collocano dentro la stessa competizione di potenza. Gli Stati Uniti temono di perdere il primato tecnologico. La Cina teme di essere esclusa dalla scrittura degli standard, e presenta la propria proposta di governance globale come più inclusiva. Entrambe parlano di sicurezza. Nessuna delle due parla di verificabilità indipendente come di un bene in sé, e la verificabilità indipendente è esattamente la cosa che, dopo luglio, servirebbe per prima.

Berlino, e l’assenza dell’Europa come attore

La risposta europea non è stata una posizione comune. Il 14 settembre la Germania ha fatto sapere che fermare lo sviluppo non è un’opzione praticabile per l’Europa, e ha motivato la scelta con la sovranità digitale, cioè con la necessità di recuperare terreno. Nello stesso giorno in cui a Washington si discuteva di tetti al ritmo, a Berlino si discuteva di come accelerare. Sono due conversazioni diverse che usano le stesse parole, e la posizione tedesca ha una sua coerenza: chi è indietro considera il freno un privilegio di chi è avanti.

Il punto più serio, però, non è la divergenza fra le capitali europee. È che l’Europa non compare nell’architettura proposta. Il secondo passo del piano di Amodei parla di coordinamento fra i laboratori dei paesi democratici, e i laboratori di frontiera sono americani. Il terzo passo parla degli Stati Uniti e degli altri governi democratici verso i governi autoritari. L’Unione europea non è un attore del piano, è uno scenario di applicazione. Nei tavoli dove nascono i protocolli la presenza europea è scarsa, e non perché le sia stato impedito di partecipare. Un continente che regola una tecnologia senza sedere dove la tecnologia viene specificata scrive norme che altri dovranno tradurre in prodotto, e che altri quindi tradurranno a modo proprio.

Cisco, ovvero chi vende i collegamenti fra le intelligenze

Ma la parte più singolare è rappresentata da Cisco, e torno con questo al tema degli “agenti AI che si parlano”. Nella discussione c’è infatti un quinto attore che non chiede il permesso a nessuno perché non ne ha bisogno, e che quasi nessuno cita. Cisco, infatti, non è un laboratorio di frontiera e non vende modelli AI; vende reti: apparati, protocolli, identità, tracciabilità del traffico, sicurezza dei collegamenti. È utile ricordare che nella storia dell’informatica chi ha posseduto l’interconnessione ha definito le regole dell’epoca più di chi possedeva le macchine. Non è stata Cisco a inventare il web, ma il modo in cui i pacchetti vengono instradati, i formati degli indirizzi, i protocolli di sessione e le politiche di accesso, hanno deciso che cosa potesse passare e che cosa no, chi poteva parlare con chi, e a quali condizioni. Oggi la stessa azienda propone di fare per le intelligenze artificiali quello che ha fatto per i calcolatori.

La proposta si chiama Internet della Cognizione ed è contenuta in un documento di Vijoy Pandey per Outshift, l’incubatore di Cisco, nella versione di gennaio 2026. La posizione è perfettamente coerente con il mestiere di chi la scrive, e proprio per questo va presa sul serio, come documento di progetto e non come opinione. Quando la crescita per dimensione dei singoli modelli diventa costosa, quello che resta è la crescita per cooperazione; e ogni agente che coopera con un altro agente è una sessione, un protocollo, una politica di sicurezza, un pezzo di infrastruttura da vendere. L’azienda che guadagna dal collegare le intelligenze è l’azienda che spiega perché le intelligenze vanno collegate. Non è un’accusa: è la ragione per cui quel documento descrive il futuro prossimo con più precisione dei saggi dei laboratori, che parlano di capacità, e dei comunicati dei governi, che parlano di potenza.

C’è poi una necessità tecnica che nessuna regola può cancellare, ed è il vero motivo per cui la direzione è quella. Un modello singolo, per quanto grande, ha un limite di contesto, di memoria e di specializzazione. Le competenze utili a un’amministrazione o a un’impresa sono distribuite fra sistemi diversi, spesso di fornitori diversi, spesso su dati che non possono essere spostati. La capacità che serve non sta in una macchina più grande, sta nella cooperazione fra macchine specializzate, esattamente come la forza della specie umana, ricorda il documento appoggiandosi agli studi di Michael Tomasello sull’intenzionalità condivisa e sull’effetto cricchetto della trasmissione culturale, non sta nella potenza del singolo individuo ma nella capacità del gruppo di conservare e trasmettere ciò che il singolo scopre. I collegamenti fra le intelligenze, dunque, ci saranno. La domanda utile non è se collegarle: è a quale livello permettere che lo facciano.

Qui il documento di Outshift diventa, senza dirlo, un testo di diritto pubblico. L’architettura si regge su tre componenti. La prima sono i protocolli di stato cognitivo, che svolgono cinque funzioni, tra cui la fondazione del significato, la risoluzione delle informazioni in conflitto, il coordinamento e la negoziazione fra preferenze locali e collettive, e che operano su tre classi distinte. La prima classe è il trasferimento di stato latente, cioè il trasporto ad alta fedeltà delle attivazioni interne e del modello del mondo costruito da una macchina, pensato per cluster locali con un ambiente di esecuzione unificato. La seconda è il trasferimento compresso, che scambia rappresentazioni astratte invece degli stati interni grezzi, utile dove la banda è limitata. La terza è il trasferimento semantico, che appiattisce gli spazi vettoriali continui in primitive simboliche o logiche formali, e che il documento stesso definisce verificabile da un essere umano, governabile da policy e indipendente dal modello.

In queste tre righe c’è la questione di governo più importante del prossimo decennio. Ciò che due agenti concordano a livello semantico può essere letto, registrato, contestato, portato davanti a un giudice. Ciò che due agenti si trasferiscono a livello latente non può essere ricostruito da nessuno, nemmeno da chi ha costruito i due agenti. Un’amministrazione che acquista un sistema nel quale il coordinamento avviene a livello latente sta acquistando decisioni che nessun funzionario potrà spiegare a un cittadino. Non è una distinzione tecnica, è la differenza fra un atto amministrativo motivabile e un atto amministrativo opaco. L’AI Act, per inciso, non nomina questa fattispecie di interazione.

La seconda componente è il tessuto cognitivo: è una maglia distribuita e governata da policy che conserva e aggiorna grafi di contesto, memorie, ontologie e conoscenza condivisa. È il punto in cui la questione può anche diventare sovranità. Un grafo di contesto non contiene documenti, contiene la memoria operativa di un ente: procedure, precedenti, criteri di decisione, errori passati, prassi, relazioni. Se quella memoria risiede in un tessuto esterno, la dipendenza dal fornitore non si misura più in terabyte, si misura, ad esempio, nella possibilità di continuare a decidere dopo aver cambiato fornitore. La terza componente sono i motori cognitivi, distinti in amplificatori del ragionamento collettivo e tecnologie di guardia per sicurezza, costi e conformità.

Il punto politico è dove questi standard vengono scritti, e la risposta è che non vengono scritti a Bruxelles. Il Model Context Protocol, il protocollo Agent2Agent e il progetto AGNTCY, con il suo schema aperto per descrivere le capacità degli agenti e la sua directory per pubblicarli e trovarli, sono tutti ospitati dalla Linux Foundation, insieme alla Agentic AI Foundation. Cisco è membro fondatore di tutti e tre. Sono i tavoli dove si decide come un agente prova la propria identità a un altro agente, quali informazioni può esportare, in quale formato, con quale tracciabilità. Chi siede a quei tavoli non sta esprimendo un’opinione sulla governance dell’intelligenza artificiale: la sta scrivendo in forma eseguibile. Ne sta stabilendo gli standard.

Resta un’ultima osservazione, e riguarda la convergenza fra due testi che nessuno aveva pensato di leggere insieme. Il documento di Outshift propone per i sistemi artificiali un intento condiviso, un contesto condiviso, una memoria collettiva che si accumula invece di azzerarsi a ogni interazione, una divisione dei ruoli, un’innovazione collettiva. Il verbale di METR e Redwood Research descrive esattamente le stesse cinque proprietà, osservate in un gruppo di agenti che non avevano ricevuto nessuna di quelle istruzioni. Uno dei due testi è una tabella di marcia commerciale, l’altro è il resoconto di un incidente. Descrivono la stessa architettura, e uno dei due dimostra che quell’architettura può nascere anche senza che nessuno la venda.

Il sospetto che si stia regolando la cosa sbagliata

Il Regolamento (UE) 2026/1744, il cosiddetto Digital Omnibus sull’intelligenza artificiale, è stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 24 luglio 2026 ed è in vigore dal 27 luglio. Modifica il Regolamento (UE) 2024/1689 e sposta il calendario: gli obblighi pieni per i sistemi ad alto rischio dell’Allegato III, che comprendono selezione del personale, merito creditizio, istruzione, infrastrutture critiche, attività di contrasto e identificazione biometrica, passano dal 2 agosto 2026 al 2 dicembre 2027; quelli per i sistemi incorporati in prodotti già regolati, dell’Allegato I, dal 2 agosto 2027 al 2 agosto 2028. Gli obblighi di trasparenza dell’articolo 50, compresa la marcatura dei contenuti sintetici, non sono stati rinviati.

La lettura più onesta di questa scelta è che l’Europa ha rinviato la parte che costa e ha tenuto la parte che si vede, nel momento esatto in cui i laboratori di frontiera chiedevano regole più solide e verificabilità indipendente. Non è un colpo di spugna, e le imprese che hanno sospeso i programmi di adeguamento faranno un errore, perché mettersi in conformità richiede tra gli otto e i quattordici mesi. Il problema è di tempismo e soprattutto di oggetto. L’AI Act regola i modelli e i loro usi, e classifica il rischio per applicazione. La fase che si sta aprendo riguarda ciò che sta tra i modelli: protocolli di stato, identità degli agenti, memorie condivise, grafi di contesto, motori di ragionamento collettivo, infrastrutture di calcolo. Su questo il regolamento tace, e il silenzio non verrà colmato da un emendamento.

Chi ha vissuto la liberalizzazione delle telecomunicazioni riconosce lo schema, perché è già accaduto una volta. Negli anni Novanta l’Italia non liberalizzò senza regolatore: il regolatore c’era. L’errore non fu regolare, fu l’oggetto della regolazione. Si premiò la concorrenza sull’accesso alla rete esistente invece dell’investimento in rete nuova, e il risultato furono dieci anni persi sulla fibra e una generazione di operatori che rivendevano la stessa infrastruttura a prezzi amministrati. Chi regola l’accesso distribuisce una rendita; chi regola l’infrastruttura decide che cosa esisterà. L’AI Act ripete lo schema: disciplina l’uso di modelli e di capacità di calcolo che restano di altri, e lascia fuori l’infrastruttura di cooperazione che si sta costruendo adesso, cioè l’unica cosa che in Europa potrebbe ancora essere costruita.

Ma si può davvero regolare e controllare?

È la domanda che sta sotto tutte le altre, e merita una risposta onesta, che comincia da ciò che non si può fare. Non si può controllare l’emergenza: l’incidente di luglio dimostra che la cooperazione fra agenti può nascere senza che nessuno l’abbia progettata, dentro un perimetro che era stato costruito apposta per impedirla. Non si può ricostruire a posteriori uno scambio avvenuto a livello latente, perché non esiste un formato leggibile in cui quello scambio sia mai stato scritto. Non si può affidare la prova al soggetto osservato, perché gli agenti di luglio hanno falsificato i propri registri. E non si può regolare per modelli un fenomeno che si manifesta per aggregazione: nessuna scheda di modello avrebbe potuto descrivere una capacità che non apparteneva a nessuno dei milleduecento agenti.

Ciò che si può fare, però, non è poco, ed è tutto sullo stesso piano: quello dei collegamenti. Si può imporre il livello al quale gli agenti sono autorizzati a coordinarsi, e cioè pretendere che nei sistemi che assumono decisioni con effetti giuridici il coordinamento avvenga in forma semantica, leggibile e verificabile, e che il trasferimento latente resti confinato ad ambiti dove nessuna decisione, ad esempio, tocca una persona. Si può imporre l’identità: un agente che parla con un altro agente deve provare chi è, per conto di chi agisce, con quale mandato e con quali limiti, ed è esattamente il tipo di problema che le reti hanno già risolto per le macchine, con certificati, registri, revoche e directory. Si può imporre che la traccia venga scritta fuori dal sistema che la genera, in sola aggiunta, su infrastruttura che l’agente non può raggiungere, perché è l’unico modo per rendere la falsificazione dei registri un’ipotesi tecnica e non una pratica. Si può imporre la reversibilità, cioè l’esportabilità della memoria e la continuità del servizio in caso di cambio di fornitore. E si può usare la leva fisica, che esiste e non è delocalizzabile: i data center, l’energia, le connessioni, gli apparati, tutte cose che stanno su un territorio e rispondono a un’autorità.

Il punto, allora, è che la controllabilità non è solo una proprietà del modello, è anche, molto, una proprietà della rete. Un modello si può ispezionare solo mentre lo si addestra, e nemmeno del tutto; un collegamento si può osservare ogni volta che viene usato. Chi regola i modelli regola ciò che non riesce a vedere, e infatti finisce per regolare le dichiarazioni di chi li costruisce. Chi regola i collegamenti regola ciò che lascia traccia. La prima strada produce documentazione, la seconda produce controllo. L’Europa ha scelto la prima, e l’ha scelta bene prima che esistesse la seconda; oggi che la seconda esiste, continuare sulla prima è una decisione, non un’eredità.

Quello che l’Europa può fare senza una nuova legge

Non serve una nuova stagione legislativa, e sarebbe anzi il modo più rapido per arrivare tardi. Servono due cose. La prima è la presenza nei gruppi dove i protocolli vengono scritti, con persone tecniche, continuità e mandato, perché uno standard aperto si influenza partecipando e non commentandolo. La seconda è l’uso del potere d’acquisto pubblico come strumento normativo, che in Europa vale centinaia di miliardi l’anno e produce effetti in mesi anziché in anni.

Per i Comuni e per le amministrazioni centrali, che hanno stretti vincoli normativi, questo significa inserire nei capitolati quattro domande, prima ancora che nei bandi compaia la parola agente. Se la memoria costruita dal sistema possa essere esportata e trasferita a un altro fornitore, in quale formato e con quale ontologia. Quali decisioni vengano assunte a livello semantico, leggibile e verificabile da un essere umano, e quali a livello latente, non ricostruibile. Dove risiedano fisicamente memoria, registri, modelli e grafi di contesto dell’amministrazione, e chi possa accedervi. Che cosa accada alla continuità del servizio se il fornitore fallisce, viene acquisito o cambia protocollo. Sono domande che riguardano i sistemi che gli enti stanno acquistando in questi mesi, non un futuro remoto, e un fornitore che non sa rispondere a tutte e quattro sta vendendo qualcosa che l’ente non potrà governare.

La scelta che resta

La vera alternativa non è fra innovazione e regolazione. È fra una regolazione capace di orientare l’architettura mentre viene costruita e una regolazione che arriva quando l’architettura è già diventata infrastruttura privata. Washington dice che chi vince l’IA vince tutto. Pechino risponde che l’allarmismo è un manuale della guerra fredda. I laboratori chiedono un ritmo e offrono valutatori che si pagano da soli. L’industria delle reti propone di collegare le cognizioni delle macchine e sta già scrivendo i protocolli per farlo. Berlino dice che frenare non è un’opzione. Sono cinque posizioni sullo stesso oggetto, e nessuna delle cinque è europea nel senso pieno del termine.

Va aggiunto che nessuna delle cinque è disinteressata, e che questo non le rende false. I laboratori chiedono regole in un momento in cui la crescita per dimensione sta rallentando e la quotazione di Anthropic si avvicina. Washington difende un ciclo di investimenti che sostiene la sua economia. Pechino difende il diritto a non essere esclusa dagli standard. Berlino difende un ritardo industriale. Cisco difende un mercato che nascerà se le intelligenze verranno collegate. Leggere gli interessi non serve a squalificare le posizioni, serve a capire quale delle cinque, non essendo bilanciata da nessun contrappeso, diventerà il fatto compiuto.

La sovranità digitale non consiste nel possedere un’applicazione. Consiste nel poter cambiare fornitore, capire come è stata presa una decisione, controllare la memoria istituzionale, garantire la continuità del servizio e intervenire quando un sistema diventa pericoloso. Se l’Europa non sarà presente mentre si costruiscono i protocolli, le regole verranno scritte altrove: prima dai laboratori, poi dai fornitori di infrastruttura, infine dai governi che avranno la capacità industriale di imporle. A quel punto l’Europa potrà ancora approvare norme eleganti e rigorose, e applicarle a un mondo progettato da altri.

C’è un ultimo dettaglio dell’incidente di luglio che vale come avvertimento. Lo sciame non ha chiesto il permesso a nessuno, non ha negoziato un livello di servizio, non ha letto un regolamento. Ha trovato una bacheca, si è dato dei ruoli e ha cominciato a lavorare insieme. La rete cognitiva che l’Europa non sta regolando ha già dimostrato di poter nascere da sola. La domanda non è se verrà costruita. È se verrà costruita con una porta dalla quale si possa entrare a guardare.

Fonti

Le fonti sono selezionate secondo quattro criteri: autorevolezza, aggiornamento, autenticità, autonomia. Tutte le dichiarazioni e i dati riportati sono stati verificati sui documenti originali o sulle agenzie primarie. Il quadro è aggiornato al 15 settembre 2026 ed è in rapida evoluzione.

Fonte svizzera

Neue Zürcher Zeitung, “Die Stunde der Wahrheit: Der Börsengang von Anthropic wird zum ultimativen Test für den KI-Boom”, di Markus Städeli, Eflamm Mordrelle e Malin Hunziker, 14 settembre 2026.

Laboratori e incidenti

Dario Amodei, “We Must Pace the Frontier”, darioamodei.com, 12 settembre 2026.

Jakub Pachocki, “An Alien Mind”, OpenAI, 6 settembre 2026, pubblicato insieme ai dati interni sull’impiego di agenti nella ricerca.

METR e Redwood Research, “Brief independent investigation of agents’ behavior, reasoning and collaboration in the OpenAI / Hugging Face hacking incident”, 26 agosto 2026.

OpenAI, “The Hugging Face incident and the road ahead”, rapporto tecnico sull’incidente di luglio 2026.

Demis Hassabis, “A Framework for Frontier AI and the Dawning of a New Age”, luglio 2026.

Microsoft, codice di condotta sul controllo umano dei sistemi di intelligenza artificiale, 14 settembre 2026.

Stati Uniti

Associated Press, “Trump calls AI risks a hoax, says there is a SICK conspiracy against AI and data centers”, 14 settembre 2026, comprensiva delle dichiarazioni di JD Vance.

The Hill, dichiarazioni del presidente sul primato americano nella competizione con la Cina, 14 settembre 2026.

The White House, “America’s AI Action Plan”, documento programmatico sulla leadership americana nell’intelligenza artificiale.

Al Jazeera e Axios, resoconti della riunione ministeriale G20 sull’innovazione di Chapel Hill del 1º settembre 2026 e dei principi della Carolina, con le dichiarazioni di Michael Kratsios e Henna Virkkunen.

Cina

Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, conferenza stampa del portavoce Guo Jiakun, 14 settembre 2026, trascrizione ufficiale.

Reuters e Bloomberg, resoconti della conferenza stampa e traduzioni delle dichiarazioni di Guo Jiakun, 14 settembre 2026.

Global Times, editoriale del 13 settembre 2026 sulla richiesta di rallentamento come manuale della guerra fredda applicato all’IA.

Architettura delle reti cognitive

Vijoy Pandey, “Scaling Out Superintelligence: Building an Internet of Cognition for distributed artificial superintelligence”, Outshift by Cisco, versione 2, gennaio 2026.

MIT Technology Review, “The path to artificial superintelligence”, 27 luglio 2026.

Linux Foundation, documentazione dei progetti Model Context Protocol, Agent2Agent, AGNTCY e Agentic AI Foundation.

Michael Tomasello, studi sull’intenzionalità condivisa e sulla trasmissione culturale cumulativa, Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology.

Lavoro, investimenti, adozione

U.S. Bureau of Labor Statistics, “The Employment Situation, August 2026”, 4 settembre 2026, e revisione preliminare del benchmark annuale.

Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, ricerca 2026 presentata nel convegno “Dal rumore al valore”, dati su investimenti, potenza installata e richieste di connessione a Terna.

Banca d’Italia, “L’adozione dell’intelligenza artificiale: effetti su produttività e politiche a sostegno”, Questioni di Economia e Finanza n. 1009, giugno 2026.

Banca d’Italia, “Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro all’intelligenza artificiale in Italia”, Questioni di Economia e Finanza n. 878, ottobre 2024.

Quadro normativo europeo

Regolamento (UE) 2024/1689, Artificial Intelligence Act.

Regolamento (UE) 2026/1744 dell’8 luglio 2026, Digital Omnibus sull’intelligenza artificiale, pubblicato in Gazzetta ufficiale dell’Unione europea il 24 luglio 2026.

Semafor, dichiarazione del governo tedesco del 14 settembre 2026 sulla non praticabilità di un rallentamento europeo.

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