Il 2025 del mercato digitale italiano si è chiuso con diversi risultati significativi: dalla crescita costante del settore alle previsioni di investimento in tecnologia particolarmente elevate per il 2026. Sarà infatti l’anno in cui molte aziende compiranno un salto in avanti già pianificato. Le stime dell’Assintel Report indicano un aumento delle imprese intenzionate a incrementare il budget ICT: dal 19% a oltre il 30% del mercato. Un segnale evidente di come le tecnologie digitali rappresentino ormai un asset irrinunciabile.
Allo stesso tempo, emergono con forza alcuni punti di attenzione che Assintel affronta da anni, grazie a osservatori di settore qualificati e a una pluralità di punti di vista che permettono di far emergere, come da una matassa disordinata, i contorni frastagliati di problematiche spesso profondamente interconnesse.
Indice degli argomenti
Il nodo delle competenze digitali in Italia
Se esiste un nervo scoperto per il settore digitale nel nostro Paese, questo è senza dubbio la formazione sulle competenze digitali, di base e avanzate. Non è un caso che ben quattro dei dieci punti programmatici definiti da Assintel nella sua Agenda Digitale 2026, che delinea una visione di medio e lungo termine, riguardino direttamente il mondo della formazione.
Come intervenire: università, imprese e percorsi più solidi
Innanzitutto, favorendo una cooperazione strutturata tra università e imprese, attraverso modelli di co-design formativo, project work, stage e casi reali di collaborazione. I percorsi di dottorato e gli ITS devono essere rafforzati mediante una maggiore presenza di docenti provenienti dal mondo aziendale e attraverso procedure più snelle e accessibili.
Parallelamente, risulta strategico promuovere l’internazionalizzazione dell’istruzione terziaria e quaternaria, incentivando scambi e partenariati con atenei e centri di ricerca esteri, in particolare nei settori tecnologici e digitali.
Metodologie e indicatori: misurare l’efficacia della formazione
Contestualmente, è necessario diffondere metodologie didattiche innovative, come il project-based learning (PBL) e il challenge-based learning (CBL), capaci di sviluppare competenze pratiche e capacità di problem solving applicate a contesti reali d’impresa.
Per garantire l’efficacia di tali interventi, occorre strutturare un sistema di monitoraggio e raccolta di feedback basato su indicatori chiari: tassi di placement, livello di soddisfazione delle PMI e valutazioni delle competenze acquisite dagli studenti.
Un sistema di valutazione continua, affiancato da un comitato congiunto tra istituti di formazione e imprese, consentirebbe di individuare tempestivamente eventuali criticità, di rafforzare nel tempo le aree di eccellenza e di monitorare l’evoluzione dei fabbisogni professionali.
Orientamento e riqualificazione: una rete nazionale per le STEM
Un ulteriore tassello fondamentale, in sinergia con le sempre più necessarie iniziative di inclusività femminile, è la promozione di una rete nazionale di Life Design Center dedicati alle discipline STEM. L’obiettivo è orientare studenti e lavoratori lungo tutto l’arco della vita formativa e professionale, con particolare attenzione alla riqualificazione digitale.
A ciò si affianca la necessità di offrire un supporto continuo alle scuole e agli studenti, attraverso programmi di alternanza scuola-lavoro, summer camp tecnologici e sportelli territoriali dedicati all’orientamento e allo sviluppo delle competenze digitali.
A presidio di questo ecosistema dovrebbe operare un Osservatorio Permanente sulla Formazione Digitale, con funzioni di analisi, coordinamento e indirizzo delle politiche nazionali in materia di competenze tecnologiche e digitali. Uno strumento essenziale per governare spinte centripete e stratificate su piani diversi — culturale, sociale, economico e professionale — che, in assenza di una regia comune, rischierebbero di disperdersi e annullarsi reciprocamente.
La scintilla non basta: perché i finanziamenti decidono l’innovazione
Per descrivere il sentimento che accompagna alcuni processi decisionali e operativi “all’italiana”, che troppo spesso si trasformano in colli di bottiglia tra gli innovatori e le reali possibilità di innovazione, mi è utile richiamare una celebre citazione: «In Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio e nulla di più provvisorio del definitivo».
Di anno in anno, questa affermazione trova puntuale conferma, in particolare nei momenti di “resa dei conti”, anche letterale, come quello appena trascorso con la chiusura della Legge di bilancio 2026.
Le tre leve: R&S, tempi di adozione, anticipo dei contributi
Al netto delle questioni ancora aperte sui programmi di Transizione 4.0 e 5.0, che richiederanno un approfondimento dedicato, emerge con chiarezza la necessità di intervenire su alcuni nodi strutturali che continuano a frenare la diffusione dell’innovazione digitale, soprattutto tra le micro, piccole e medie imprese.
La prima leva riguarda il finanziamento della ricerca e sviluppo: senza un’anticipazione integrale o un’erogazione tempestiva dei contributi a fondo perduto, anche i progetti più promettenti rischiano di restare sulla carta. La seconda leva è legata alla necessità di sostenere la digitalizzazione delle MPMI su un orizzonte temporale coerente con i reali tempi di adozione delle tecnologie, che non possono essere compressi in finestre annuali, ma richiedono una programmazione almeno triennale.
La terza leva riguarda l’anticipazione dei contributi destinati alla digitalizzazione, condizione indispensabile per consentire alle imprese di avviare concretamente gli investimenti.
Ecosistema di supporto: garanzie, hub e partenariato pubblico-privato
Questi interventi non rappresentano misure isolate, ma tasselli di un sistema che deve funzionare in modo integrato, rafforzando il rapporto tra imprese, intermediari finanziari, Cofidi e Fondo di Garanzia. La crescita non nasce solo dall’idea o dalla tecnologia, ma dalla fiducia che il sistema è in grado di riconoscere e sostenere nel tempo le capacità degli innovatori, soprattutto di quelli di minori dimensioni.
In questa prospettiva, assume un ruolo strategico il sostegno continuativo ai Digital Innovation Hub delle associazioni di categoria e agli altri centri di competenza riconosciuti a livello nazionale ed europeo, che operano capillarmente sul territorio e che da anni accompagnano le imprese nei percorsi di trasformazione digitale, spesso anticipando risorse e competenze.
Allo stesso tempo, è indispensabile definire regole chiare e stabili per il partenariato pubblico-privato, affinché le opportunità offerte dalle gare pubbliche non restino appannaggio esclusivo dei grandi operatori, ma diventino realmente accessibili anche alle PMI.
Bandi più semplici: includere competenze, servizi e continuità
I bandi di finanziamento devono essere ripensati nella loro architettura, privilegiando semplicità, rapidità e chiarezza. È necessario includere tra le spese ammissibili, con copertura piena, non solo gli investimenti tecnologici, ma anche consulenza, formazione, addestramento del personale, adeguamento normativo, compliance, certificazioni e tutti i servizi digitali erogati in modalità continuativa, come software, piattaforme cloud e soluzioni SaaS.
La digitalizzazione, infatti, non è un acquisto una tantum, ma un processo che richiede accompagnamento, competenze e continuità operativa.
Gare pubbliche: accesso reale per micro e piccole imprese
Parallelamente, risulta non più rinviabile una riforma della disciplina delle gare pubbliche, orientata a favorire l’accesso delle micro e piccole imprese. Le aggregazioni tra MPMI devono essere valorizzate e premiate, riconoscendo la collaborazione come leva di competitività e innovazione.
I lotti di gara vanno ridimensionati per renderli compatibili con la struttura delle imprese più piccole, mentre le procedure di partecipazione e la gestione degli stati di avanzamento devono essere semplificate in modo significativo, riducendo un carico burocratico che oggi rappresenta uno dei principali fattori di esclusione.
In conclusione: tre leve per trasformare la promessa in crescita
Il futuro del digitale in Italia non dipende dalla mancanza di idee, di creatività o capacità innovativa, ma dalla capacità di creare condizioni sistemiche che le rendano attuabili. Formazione, finanziamenti e regole chiare sono le tre leve su cui agire con metodo, continuità e visione. Solo affrontando le criticità una alla volta, con responsabilità e concretezza, sarà possibile trasformare l’innovazione digitale da promessa ricorrente a motore strutturale di crescita per il Paese.















