La parola community è entrata stabilmente nel lessico delle organizzazioni, ma spesso resta confinata a slogan o iniziative sporadiche. Eppure, la community è uno strumento concreto di connessione tra persone: un modo per ridurre le distanze tra sedi e team, creare relazioni che vadano oltre il perimetro del singolo progetto, e generare un impatto tangibile sul lavoro quotidiano.
È il caso di quanto accade in Sourcesense, azienda specializzata nella progettazione, sviluppo e gestione di soluzioni cloud-native basate su tecnologie open source. Parte del Gruppo Poste Italiane dal 2023, oggi conta in Italia una rete di oltre 230 persone distribuite in 7 sedi tra cui Roma, Milano, Torino, Cosenza, Bologna e Firenze.
All’interno dell’organizzazione, l’avvio è arrivato in un momento preciso: gli anni della pandemia. Ma l’evoluzione del modello si appoggia anche su una storia più lunga, che affonda nel modo in cui l’azienda ha sempre guardato al valore degli user group e delle community tecnologiche.
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Dall’isolamento alla relazione: perché la community nasce durante il Covid
Come spiega Manuel Felici, technical account manager e community builder di Sourcesense, “il concetto di community, da sempre presente in Sourcesense, si è significativamente rafforzato con il Covid, quando si era esasperato l’isolamento. Il punto, però, non è organizzare eventi come risposta emergenziale, ma costruire un canale stabile di comunicazione e appartenenza tra persone che, complice la dislocazione geografica e la natura stessa del lavoro digitale, rischiano spesso di incrociarsi solo dentro riunioni e task”.
Nei primi mesi l’approccio è stato sperimentale: “Abbiamo voluto trovare un canale di comunicazione tra le persone, iniziando con timidi tentativi ed esperimenti”, ha aggiunto. A guidare il processo è una regola semplice ma non banale: fare gruppo con le persone con cui non si lavora tutti i giorni. In altre parole, la community non deve replicare le dinamiche del team di progetto, ma creare legami trasversali, quelli che normalmente non si formano quando la collaborazione è iper-specializzata.
La community, in questo senso, è un luogo dove l’etichetta del ruolo si allenta. L’obiettivo è “scardinarla”: l’iniziativa nasce per ampliare le conoscenze. Si lavora spesso con le stesse persone; la community serve a far sentire ciascuno parte di un insieme più ampio e a conoscere l’azienda oltre i confini del proprio ruolo”.
Gli eventi
La community in Sourcesense prende forma attraverso iniziative fisiche e informali, spesso ospitate direttamente negli spazi aziendali: “Svolgiamo eventi come SourceKitchen e SourceAdventure, periodicamente, oppure facciamo una grigliata estiva e l’evento di Natale”, spiega Felici. La cucina diventa un rituale di gruppo: “Abbiamo un collega ex chef e, del resto, il cibo è qualcosa che ci accomuna tutti. Per i nostri eventi legati a questo ambito, Sourcesense si è adoperata per farci avere i materiali necessari, come i fuochi e la cappa, per creare un momento di cucina condivisa”.
Sourcesense è un’azienda dislocata: “Il quartier generale è a Roma, ma le attività coinvolgono anche Milano e Torino. Di solito ai nostri eventi partecipano trenta o quaranta persone e noi li riproponiamo frequentemente”.
La continuità con il passato: le community tech
Paolo Mariotti, technology leader di Sourcesense, spiega che “prima del Covid facevamo alcuni eventi a sedi congiunte, chi in presenza e chi collegato, soprattutto si parlava di tecnologia ed era un modo per farsi conoscere al di là del ruolo in azienda”. In quel caso, la leva era chiaramente più tecnologica: “Erano incontri e iniziative legate al knowledge sharing. Ma l’effetto era già sociale: entrare in contatto in modo personale, non solo come colleghi”.
Mariotti ricorda anche che “abbiamo iniziato a ospitare community esterne nei primi anni Duemila”. E questo è un aspetto interessante, perché quella delle community non è una moda recente: “Per chi vive l’ecosistema open source e i gruppi di utenti, la community è da decenni un’infrastruttura informale di formazione e innovazione”.
E ancora oggi, Sourcesense ospita community esterne: “Organizziamo eventi riservati ai dipendenti, ma apriamo anche le porte alle community esterne. È un modo per restituire il valore che questi gruppi hanno generato nel tempo”
Le community esterne “sono come gruppi di studio per approfondire argomenti, per condividere know-how, sono user group che di fatto abbracciano numerosi argomenti”, aggiunge Mariotti. Tra le più assidue troviamo RomaJS e GDG Roma Città (Google Developer Group).
Eventi community: i benefici per le imprese
La metrica più evidente è l’engagement: “Lato azienda c’è sicuramente un aumento su questo fronte, cambia in modo importante il rapporto tra le persone e questo offre benefici importanti sul lavoro”, spiega Felici. È una catena causale che molte organizzazioni intuiscono ma faticano a rendere operativa, i cui impatti sono:
- relazioni più dense e trasversali
- fiducia più alta e comunicazione più fluida
- collaborazione più rapida tra team
- migliore qualità del lavoro quotidiano, soprattutto in contesti distribuiti
La community crea maggior senso di familiarità, rende più semplice chiedere aiuto, condividere informazioni, agganciare competenze fuori dal proprio perimetro. E riduce un rischio molto attuale nel lavoro da remoto e ibrido: non sentirsi parte di una comunità professionale.
Articolo realizzato in partnership con Sourcesense

















