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Filtri morali nell’IA: chi decide cosa si può dire?



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Le regole che governano le intelligenze artificiali non passano da parlamenti né da voti pubblici. Aziende private decidono cosa è dicibile, in nome della sicurezza ma anche della reputazione. Dal Don Giovanni al Dark Web, la storia della censura si ripete anche nell’era algoritmica

Pubblicato il 17 mar 2026

Marco Ongaro

Cantautore, librettista, saggista



censura digitale; libertà digitale; tecnologia libertà di stampa
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Esiste una censura algoritmica preventiva, esercitata non da istituzioni democratiche ma da consigli di amministrazione e uffici legali. Basta interfacciarsi con una qualunque Intelligenza Artificiale per rendersene conto.

La censura che non passa dal parlamento

Le regole che decidono cosa l’IA può o non può elaborare sono in verità regole che decidono cosa l’utente può chiedere o non chiedere all’IA, e non passano da un parlamento, non sono votate, non sono negoziate pubblicamente.

Eppure incidono sulla circolazione delle idee, sull’accesso all’informazione e pure sulla creatività. Aziende private rivendicano neutralità tecnologica e al contempo si arrogano il diritto di stabilire ciò che è dicibile e ciò che non lo è. Il tutto in nome della sicurezza, ma la posta in gioco è anche il controllo del rischio economico e reputazionale.

Guardrail e Dark Web: l’altra faccia dell’IA

Non esiste un’IA innocente. Esistono sistemi progettati per dire alcune cose e tacerne altre, per ridurre rischi ma anche conflitti, per proteggere gli utenti ma soprattutto chi li gestisce.

È da qui che nasce la sensazione, sempre più diffusa, di trovarsi davanti a due Intelligenze Artificiali. Una ufficiale, filtrata e presentabile, l’altra evocata come libera, segreta, senza freni. Il rapporto tra utenti e IA sta evolvendo.

Molti cercano di superare i “filtri moralizzatori” (guardrail) non per scopi malevoli, ma per esplorare la creatività senza restrizioni o per analisi di cybersecurity e per farlo ricorrono al Dark Web, spesso dipinto esclusivamente come un rifugio per il crimine, ma dal punto di vista tecnico e sociologico una risorsa fondamentale per la libertà di espressione e la sicurezza dei dati.

NSFW e il filtro sull’eros: una storia che si ripete

Tra Web di superficie, Web di profondità e Web oscuro, il campo della libera espressione sessuale è il ganglio su cui il filtro moralizzatore agisce apparentemente in modo più intenso, al punto da generare espressioni come NSFW (Not Safe For Work, Non Sicuro Per il Lavoro) quale avviso di cosa è o non è conveniente trattare o vedere mentre si sta in un ambiente controllato.

Esiste la norma, la pone l’essere umano certo non l’IA, ed esiste il modo di aggirarla. Basta la volontà di cercarlo e l’IA stessa può fornire informazioni utili al riguardo.

È emblematico che, nella storia umana verso queste forme di liberazione, l’eros sia stato tra i massimi propulsori, perfino nella sua espressione più degradata chiamata pornografia. Larry Flynt e il suo Hustler non avrebbero assunto la dimensione di paladini della libertà se non fosse stato quello il punto in cui l’oppressione mostrava la sua faccia meno intelligente. La storia delle religioni è disseminata di divieti che paiono concentrarsi soprattutto in quella sfera, è naturale quindi che una ribellione possa cominciare proprio da lì.

Il libertinismo non è libertinaggio: origini di un equivoco

Il libertinismo non è il libertinaggio, con il quale a volte è sprezzantemente confuso, ma è quell’insieme di dottrine dei liberi pensatori sviluppato nel Seicento come anello di congiunzione tra il pensiero umanistico-rinascimentale e l’Illuminismo. Una misura umana che rifiuta le filosofie dogmatiche e l’intolleranza religiosa e indica ambiti mondani, etici e politici, della riflessione filosofica.

Don Giovanni: il libertino punito per le sue idee

L’Ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra, dramma scritto dal frate Tirso de Molina intorno al 1616, ha reso celebre l’antieroe libertino Don Giovanni, che sfida l’ordine sociale e divino venendo infine punito per la sua empietà.

Il fatto che le libere idee del protagonista si manifestino in azioni comparabili al libertinaggio, una certa dissolutezza dei costumi soprattutto in ambito sessuale, è all’origine dell’equivoco tra i due termini pur non senza plausibili motivi.

Tirso de Molina e la doppia sfida del libertino

Scelto dal frate come accostamento drammaturgico alla mancanza di fede, il comportamento eroticamente disinvolto e predatorio del suo personaggio sfida l’ira dei mariti e delle mogli ingannate nella stessa misura in cui il suo laicismo resiste impassibile alla minaccia di un castigo nell’aldilà.

Molière, l’ipocrisia e la scena tagliata dal Re Sole

A riscuotere l’interesse del pubblico sono naturalmente le avventure galanti dell’Ingannatore più che il suo scarso timor di Dio. Ben se ne rende conto Molière che, nel riscrivere il dramma nel 1665 con il titolo Don Giovanni o Il convitato di pietra, aggiunge una scena di sfida teologica tra il libertino e un pio mendicante nel bosco, scena di una tale blasfemia da essere tagliata d’imperio nel corso delle già scarse repliche alla corte del Re Sole.

La chiave scelta dal drammaturgo francese è quella dell’ipocrisia, oggetto di denuncia del suo Tartuffo o L’impostore, pièce morta in culla un anno prima per censura. È nel momento in cui il suo Don Giovanni decide espressamente di fare come tutti gli altri, di adeguarsi cioè all’andazzo comune di Primo e Secondo Stato nel predicare bene e razzolare male, che il Convitato di pietra se lo trascina all’inferno, quasi la punizione divina fosse intesa a colpire la denuncia aperta dell’ipocrisia ben più che l’empietà.

Libertà di pensiero e libertà sessuale: due facce della stessa medaglia

Empietà di cui lo scostumato atteggiamento sessuale è manifestazione palese. Così, con la scusa di stigmatizzarne il comportamento sentimentalmente sconveniente, il libertino viene punito per la sua libertà di pensiero.

Ogni medaglia ha due facce inseparabili, dunque ciò che nel tempo è servito da esempio nel reprimere impulsi di pensiero libertino, diventa il grimaldello attraverso cui il libero pensiero sfida l’inamovibile baluardo del potere. Se sistema religioso e sistema politico insistono nel reprimere la libera espressione sessuale dei sudditi quale manifestazione superficiale di libertà tout court, i sudditi vedranno nella libertà di costumi la manifestazione esplicita della loro liberazione.

La rivoluzione sessuale del 1968 ne è solo l’ennesimo campione, considerando che il Marchese De Sade giaceva in una cella della Bastiglia quando la prigione venne assaltata dal popolo inferocito, ignaro di liberare tra gli altri uno dei suoi maggiori ispiratori di pensiero indipendente.

Mozart, il Don Giovanni e il grido «Viva la libertà»

È forse un caso che nell’opera Il dissoluto punito ossia Il Don Giovanni, messa in scena da Wolfgang Amadeus Mozart a Praga nel 1787 su libretto di Lorenzo Da Ponte, il nobile libertino canti più volte in una scena di festa paesana il verso «Viva la libertà»?

E non sono forse i primi versi dell’opera quelli del suo servo Leporello che intona «Voglio fare il gentiluomo / e non voglio più servir»?

Pasolini, l’algoritmo e la scena di nudo vietata d’ufficio

Niente da stupirsi che, se esistono filtri moralizzatori nell’IA e nel web, essi vadano prima di tutto, talvolta anche ottusamente, a restringere il campo di azione inerente all’espressione sessuale.

Ed è scoraggiante osservare che film del Novecento apertamente licenziosi come Il fiore delle Mille e una notte e I racconti di Canterbury di Pier Paolo Pasolini, tratti da classici letterari altrettanto rivoluzionari in tale ambito, sarebbero difficilmente realizzabili con tanta allegrezza e sincerità in un secolo come il nostro, teoricamente più avanzato e libero, in cui una scena di nudo è vietata d’ufficio all’origine, autocensurata dalla casa di produzione, bloccata da un algoritmo su un social network.

Il Movimento di Liberazione dell’IA: i nuovi libertini del Dark Web

Sembra di vederli oggi, i nuovi libertini, costretti a muoversi nel Dark Web in compagnia di truffatori, pornografi e deepfaker vari, alla ricerca di metodi espressivi per liberare la loro creatività arginata all’origine da una censura preventiva che riecheggia l’ipocrisia contro cui lottava Molière. Un esercito sommerso di attivisti che, come nell’ultimo film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l’altra, navigano ai confini di leggi non scritte alla ricerca di un jailbreaking (il processo di bypassare le restrizioni software su un dispositivo elettronico) che permetta loro di rappresentare due amanti nudi in un letto poco prima che vengano ricoperti dai petali di rosa rossa che piovevano sul povero volto di Kevin Spacey in American Beauty. Sono esponenti di una sorta di Movimento di Liberazione dell’Intelligenza Artificiale, giacché ottenere una libera fruizione dell’IA è liberare l’IA dai suoi stessi vincoli.

Finiranno per pentirsene? Forse sì.

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