L’AI nel cinema non è più una prospettiva futuribile, ma una realtà che sta ridisegnando l’intera industria hollywoodiana. Dalla produzione alla distribuzione, l’intelligenza artificiale generativa attraversa ogni fase del processo creativo, sollevando interrogativi cruciali sul futuro del lavoro, sui diritti e sull’equilibrio tra innovazione tecnologica e sostenibilità del sistema.
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Hollywood come sistema complesso tra tecnologia e lavoro
Hollywood non è solo un’industria culturale, è un sistema complesso in cui tecnologia, lavoro creativo, diritti, contratti collettivi e rendite simboliche convivono in un equilibrio delicato. Un sistema che, nel tempo, ha saputo assorbire innovazioni profonde, dal sonoro al colore, dagli effetti speciali al digitale, senza mai perdere del tutto la propria struttura industriale.
L’irruzione dell’intelligenza artificiale generativa nel cinema ha un significato diverso rispetto ad altre tecnologie precedenti. L’AI non interviene su una singola fase del processo, ma attraversa l’intera filiera: dalla scrittura alla produzione, dalla post produzione alla distribuzione, fino alla relazione con il pubblico. In gioco non c’è solo l’estetica delle opere, ma l’architettura stessa del lavoro creativo. In questo senso, Hollywood funziona come un amplificatore.
Le tensioni che emergono oggi nel cinema rendono visibili in anticipo conflitti che, con tempi diversi, interesseranno l’intera economia della creatività e della conoscenza.
L’esperimento di Bekmambetov: l’AI come funzione di produzione
Il caso del regista Timur Bekmambetov è emblematico non solo per l’esperimento in sé, ma per il suo rapporto di lunga data con la tecnologia. Bekmambetov, 64 anni, ha alle spalle una filmografia che include titoli mainstream come Wanted e il remake di Ben Hur e si è sempre distinto come early adopter di nuovi linguaggi e formati. In passato ha prodotto film come Searching (2018), ambientati quasi interamente su schermi di smartphone e computer, anticipando l’ibridazione tra cinema, interfacce digitali e nuovi comportamenti del pubblico.
Mentre completa Mercy, film prodotto da Amazon, Bekmambetov ha deciso di spingersi oltre, realizzando un progetto quasi interamente generato dall’AI come prova di concetto. Non un esercizio artistico, ma un esperimento industriale: capire fino a che punto l’intelligenza artificiale possa comprimere costi, tempi e forza lavoro, e trasformare i propri limiti, glitch e allucinazioni, cioè errori e distorsioni tipiche dei modelli generativi, in elementi narrativi.
Anche se oggi la tecnologia non è ancora matura per sostenere un lungometraggio di qualità industriale, la direzione è chiara. L’AI non entra nel cinema come semplice strumento di supporto, ma come nuova funzione di produzione, capace di ridefinire ruoli, competenze e organizzazione del lavoro creativo.
La frattura tra efficienza industriale e tutela del lavoro
Questa prospettiva divide Hollywood. Da un lato, dirigenti e investitori vedono nell’AI una risposta alla crisi strutturale del settore: costi esplosi, modelli di business fragili, pressione competitiva crescente. Dall’altro, lavoratori creativi temono una svalutazione sistemica del lavoro umano.
Non a caso, gli scioperi del 2023 hanno avuto nell’AI uno dei detonatori principali, e la scadenza dei contratti nel 2026 rende il conflitto tutt’altro che chiuso. Esperimenti come quello di Bekmambetov mostrano in concreto cosa c’è in gioco: una produzione più snella ed efficiente, ma anche una drastica riduzione della base occupazionale tradizionale.
L’accordo Disney-OpenAI: l’AI diventa strategia industriale
Per molto tempo gli studios hanno mantenuto una posizione ambigua: promuovere l’AI verso i mercati finanziari, ma limitarne la visibilità verso talenti e sindacati. Questa ambiguità si è incrinata con l’accordo tra Disney e OpenAI. L’investimento da un miliardo di dollari e la licenza per l’uso di Sora segnano un passaggio chiave: uno dei maggiori detentori di proprietà intellettuale al mondo riconosce l’AI come infrastruttura strategica, non più come esperimento periferico.
Il ruolo strategico di Disney nell’ecosistema hollywoodiano
Disney occupa una posizione unica. Vive di franchise, universi narrativi e rendite di lungo periodo. Integrare l’AI significa cercare di governare dall’interno una tensione profonda: proteggere il valore delle IP, moltiplicarne la scala e, allo stesso tempo, ridisegnare il lavoro creativo. Non è un caso che l’azienda abbia anticipato la possibilità di consentire ai fan di creare contenuti con personaggi iconici. Il confine tra produzione professionale e produzione amatoriale diventa poroso, con effetti ancora difficili da valutare.
Il ritardo della regolamentazione su identità e diritti
Qui emerge il nodo regolatorio. Il diritto d’autore tutela le opere, ma fatica a governare ciò che l’AI rende replicabile: voce, volto, stile, identità. Negli Stati Uniti i publicity rights sono frammentati e affidati in larga parte alle legislazioni statali, mentre a livello federale manca un quadro organico. Un segnale importante in questa direzione è l’ELVIS Act (Ensuring Likeness, Voice, and Image Security Act), approvato nel 2024 nello Stato del Tennessee.
La legge nasce per proteggere musicisti e performer dall’uso non autorizzato di voci e sembianze generate artificialmente, riconoscendo esplicitamente che identità, voce e immagine sono diventate asset vulnerabili nell’era dell’AI. Un intervento pionieristico, ma anche rivelatore dei limiti dell’approccio attuale: una risposta locale a un problema globale, che procede per iniziative frammentate e difensive.
In Europa, l’AI Act introduce obblighi di trasparenza, tracciabilità e gestione del rischio, ma non affronta pienamente il tema del lavoratore creativo come soggetto economico e contrattuale, né quello della protezione dell’identità professionale come fattore di reddito nel tempo. La regolazione arriva così strutturalmente dopo, mentre grandi piattaforme e grandi studios ridefiniscono gli equilibri di mercato prima che le regole producano effetti concreti.
L’impatto sull’occupazione: la piramide che si restringe
Il risultato è una pressione crescente sull’occupazione, che non si distribuisce in modo uniforme lungo la filiera. L’AI non colpisce tutti allo stesso modo né nello stesso momento. I primi ruoli a rischio sono quelli meno visibili ma più numerosi: animazione, effetti visivi, montaggio, doppiaggio, concept art, localizzazione. Attività altamente qualificate, ma sempre più scomponibili, automatizzabili o riusabili attraverso modelli generativi. In questa fase, l’AI non elimina tanto il lavoro creativo in senso assoluto, quanto riduce la domanda di lavoro intermedio.
Si restringe lo spazio tra chi prende le decisioni creative e chi le esegue, comprimendo livelli professionali che storicamente hanno svolto anche una funzione di apprendistato e crescita. La piramide occupazionale si restringe così verso l’alto. Meno persone coinvolte nei processi produttivi, maggiore concentrazione del valore economico e simbolico. È una dinamica tipica delle economie digitali e delle piattaforme: winner takes all. Applicata al cinema, però, rischia di indebolire il tessuto professionale che alimenta nel tempo la stessa capacità creativa dell’industria.
Star system e polarizzazione del valore economico
Paradossalmente, lo star system può rafforzarsi. Le grandi star diventano asset scalabili: una voce o un volto sintetico possono essere concessi in licenza più volte, senza vincoli di presenza fisica.
Alcuni attori iniziano a muoversi in questa direzione, trasformando l’AI in una nuova leva di monetizzazione. Ma questo modello accentua la polarizzazione: pochi catturano valore, molti restano esposti.
Efficienza contro sostenibilità: il dilemma del cinema
Dal punto di vista industriale, l’AI promette efficienza. Dal punto di vista sistemico, solleva un interrogativo più profondo sulla sostenibilità del cinema. Un’industria più economica ma meno inclusiva, con meno apprendistato e meno ruoli intermedi, rischia di diventare fragile nel lungo periodo. Hollywood ha sempre funzionato come ecosistema, non come catena di montaggio.
Un laboratorio per il futuro del lavoro creativo
Il caso Hollywood non è un’eccezione, è un preludio, un anticipo. Ciò che oggi riguarda cinema e audiovisivo domani si potrebbe dipanare a livello sistemico in altri settori ridisegnando completamente il lavoro. La questione non è se l’AI verrà adottata, ma chi ne governerà l’impatto sul lavoro, sulla distribuzione del valore e sulla sostenibilità dei sistemi creativi. Ignorare questo segnale significherebbe ripetere errori già visti, quando l’innovazione tecnologica è stata lasciata agire senza una visione industriale e sociale di lungo periodo.
In questo senso, l’esperimento di Timur Bekmambetov non è un’eccezione né una provocazione artistica, ma un caso laboratorio. Mostra in anticipo come l’AI possa ridefinire il rapporto tra tecnologia, organizzazione del lavoro e creatività. La vera partita non è fermare questa trasformazione, ma decidere se subirla o governarla, prima che i nuovi equilibri diventino irreversibili.















