Questo gennaio il regime iraniano è riuscito ad imporre al suo popolo uno dei blackout di Internet più drastici della storia recente, tagliando quasi completamente l’accesso alla rete, anche satellitare, e isolando 85 milioni di persone dal resto del mondo.
La società iraniana è stata privata della sua voce proprio quando tutti dovevano sentirla: in piazza scendono i giovani under 30 e la maggior parte delle vittime della repressione sono proprio loro.
Una generazione che continua coraggiosamente la sua protesta e, ancora una volta, sta facendo “rete” per denunciare ciò che sta accadendo, grazie alla creatività.
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Starlink e la resistenza digitale in Iran quando salta la rete satellitare
Ecco perché cresce la speranza di poter usare strumenti alternativi a quelli tradizionali per comunicare e organizzarsi. Come Starlink. Una promessa fatta anche da Elon Musk, in risposta a chiusure internet stabilite dai regimi (e laddove Donald Trump è d’accordo nel colpire il regime in questione, come in questo caso).
Ma quando è affidabile Starlink in queste situazioni? Abbastanza ma non in modo completo, purtroppo.
Progettato per resistere alla censura grazie a satelliti in orbita bassa, frequenze variabili e indipendenza dalle infrastrutture terrestri, Starlink (il servizio Internet via satellite di SpaceX) è diventato negli ultimi anni un simbolo di connettività “anti-regime”: dalla guerra in Ucraina, dove SpaceX aveva neutralizzato tentativi di disturbo con rapidi aggiornamenti software, fino allo stesso Iran delle proteste per Mahsa Amini nel 2022.
Ma con l’ultimo blackout Teheran è riuscita là dove Mosca aveva fallito, dimostrando che anche la rete satellitare non è più uno spazio incontrollabile.
Iran “spegne” anche Starlink
Il regime iraniano, oltre a spegnere la rete terrestre, ha avviato operazioni avanzate di disturbo dei segnali GPS su cui si basano i terminali Starlink, arrivando in alcune aree a ridurne l’efficacia fino all’80%. I terminali Starlink dipendono infatti dai segnali GPS: interferendo su questi, l’Iran può degradare il servizio senza intervenire sui satelliti.
Diversamente da quanto fatto in Ucraina, SpaceX non ha ancora fornito soluzioni tecniche né rilasciato dichiarazioni ufficiali.
Questa strategia di interferenza tecnica mirata ha oltrepassato i blackout tradizionali: oltre all’isolamento digitale generalizzato, è stata avviata una campagna per neutralizzare anche i punti di fuga tecnologici che prima avevano permesso a cittadini, osservatori e media esteri di aggirare la censura di Stato.
Ora, anche laddove sono presenti terminali Starlink (spesso introdotti illegalmente e nascosti nei quartieri o sulle terrazze delle case, vista la loro proibizione formale), la capacità di connettersi alla rete globale è stata drasticamente compromessa.
La sovranità di un Paese con Starlink
A questo tema della debolezza tecnica di Starlink si somma la già nota questione della sovranità digitale. Quando un Paese dipende da una rete satellitare gestita da una società privata, il potere di decidere “se” e “come” la connessione funziona non è più solo dello Stato.
In Ucraina questa ambivalenza è emersa più volte: nel 2022 Elon Musk segnalò che SpaceX non poteva finanziare indefinitamente il servizio (aprendo il tema di chi paga e chi comanda), mentre in seguito è stato raccontato e discusso il ruolo delle scelte di copertura/limitazioni operative nelle aree contese, fino alle ricostruzioni su spegnimenti o restrizioni legati all’uso bellico. Il punto, al di là del singolo episodio, è strutturale: una “via di fuga” contro la censura può diventare anche una leva geopolitica, perché chi controlla la rete può condizionare tempi, modalità e perimetro della comunicazione.
Implicazioni globali della resistenza digitale in Iran e del caso Starlink
Le conseguenze di quanto sta accadendo in Iran vanno però ben oltre i confini del Paese.
In contesti come Myanmar e Sudan, Starlink è diventato negli ultimi anni un’infrastruttura critica per ribelli, operatori umanitari e giornalisti, e il fatto che Teheran sia riuscita a renderne l’uso più instabile (pur senza un blocco totale) solleva un interrogativo più ampio sulla tenuta di questa tecnologia.
Se le tecniche di disturbo dei segnali GPS dovessero diffondersi e restare senza contromisure efficaci, l’ultima via di fuga digitale durante i blackout rischierebbe di non essere più affidabile, con implicazioni politiche e umanitarie senza precedenti.
Il blackout come arma politica e la resistenza digitale in Iran
Spegnere Internet è una scelta politica deliberata, sempre più raffinata e sempre meno eccezionale, come dimostra l’escalation nel controllo anche della rete satellitare. Negli ultimi anni, il blackout digitale è entrato stabilmente nell’arsenale dei regimi autoritari come strumento di gestione dell’ordine pubblico, di contenimento del dissenso e di controllo della narrazione.
Questa strategia è ormai applicata in modo esplicito e sistematico. E mentre in Iran il governo ha ridotto la connettività nazionale a livelli prossimi allo zero, in Pakistan il controllo delle comunicazioni si è tradotto in sospensioni mirate dei servizi dati 3G e 4G nella provincia di Balochistan, lasciando offline milioni di utenti per settimane nel 2025.
In Africa, il blackout viene usato come strumento preventivo: in Uganda, alla vigilia delle elezioni generali del 15 gennaio 2026, il governo ha ordinato la sospensione dell’accesso pubblico a Internet e di alcuni servizi mobile per tutta la durata del periodo elettorale, motivando la decisione con il bisogno di contrastare la disinformazione e di “mantenere la sicurezza nazionale”.
Questi sono solo alcuni degli esempi che dimostrano come il blackout digitale sia ormai una tecnica ordinaria di governo della crisi politica.
Differenze dalla censura tradizionale nella resistenza digitale in Iran
A differenza della censura tradizionale, che interviene sui singoli contenuti, il blackout delle reti colpisce l’infrastruttura stessa della comunicazione. Non si limita a eliminare un post, a oscurare una pagina, a chiudere un account: rende impossibile il gesto elementare del comunicare.
Parlare, coordinarsi, documentare, testimoniare diventano attività impraticabili, perché tecnicamente irrealizzabili. Si tratta dell’esercizio di una forma di potere radicale, che agisce prima ancora del contenuto.
Ma il blackout non colpisce tutti allo stesso modo, perché l’interruzione forzata delle comunicazioni digitali ha un impatto differenziato a seconda delle risorse culturali, tecnologiche e sociali disponibili. Ed è proprio in questo scarto che emerge il ruolo centrale di una generazione cresciuta dentro l’ecosistema digitale, per la quale la rete è uno spazio di vita, relazione e azione politica.
Limiti e repressione: i costi della resistenza digitale in Iran
Nulla di tutto questo è privo di costi, in quanto i regimi rispondono con tracciamenti sempre più sofisticati, infiltrazioni delle reti informali, arresti mirati, criminalizzazione degli strumenti tecnologici.
Ogni innovazione genera inevitabilmente una contro-innovazione repressiva, in una corsa spesso impari, in cui il prezzo umano (in termini di libertà, sicurezza personale e, purtroppo, di vita) resta altissimo.
La tecnologia non garantisce protezione automatica e ogni scelta comporta un’esposizione che viene valutata collettivamente, caso per caso
La GenZ e la resistenza digitale in Iran davanti al silenzio forzato
Mai come oggi una generazione (nella fattispecie, la GenZ) è stata così dipendente dalla rete per organizzare la propria vita sociale, politica e culturale e, mai come oggi, si è trovata costretta a ripensare la comunicazione proprio in assenza della rete.
La GenZ, cioè il popolo degli under 35 che oggi protesta in Iran (come in Myanmar, Indonesia, Russia, Sudan, Venezuela, Cina, Pakistan, Serbia, Africa) non ha memoria di una vita “offline”. Per questi ragazzi il web è un ambiente, non un accessorio: uno spazio in cui si costruiscono relazioni, identità, appartenenze, linguaggi.
Il blackout digitale produce una frattura più profonda dell’isolamento informativo, con almeno tre effetti immediati: l’impossibilità di raccontare ciò che accade; la perdita di coordinamento tra individui e gruppi; un senso diffuso di sparizione simbolica. Spegnendo la rete, a spegnersi è anche la stessa esistenza pubblica.
La GenZ è la stessa generazione che, anche al di fuori dai contesti autoritari e nelle democrazie occidentali, ha mostrato una forte capacità di mobilitazione politica, come forza determinante, ad esempio nel caso della vittoria di Mamdani a sindaco di New York.
È una generazione che non rinuncia alla comunicazione e, se deve farlo, la reinventa.
Nascono così pratiche di innovazione dal basso, spesso molto più rapide e flessibili dei sistemi di controllo che cercano di reprimerle; in grado di superare anche il blackout satellitare di Starlink.
Una parte decisiva della comunicazione si è infatti spostata verso le reti diasporiche: studenti, attivisti e comunità all’estero hanno funzionato da snodi informativi, pubblicando online video e testimonianze ricevute offline. In questo modo, la dimensione transnazionale della GenZ ha compensato, almeno in parte, la chiusura dello spazio digitale interno.
VPN, proxy e reti ombra nella resistenza digitale in Iran
Gli strumenti della resistenza digitale sono molteplici, a partire dalle VPN (reti private virtuali) che permettono di mascherare la propria connessione superando i firewall del governo e che restano lo strumento più diffuso per aggirare i blocchi, pur essendo ovviamente anche il mezzo più contrastato.
I governi che impongono blackout o forti restrizioni digitali bloccano indirizzi IP noti, analizzano il traffico per individuare schemi di cifratura sospetti, arrivano a criminalizzare l’uso stesso della crittografia e trasformano la privacy da strumento di protezione ad atto sovversivo.
In Iran e Pakistan, l’uso delle VPN è da tempo pratica quotidiana di sopravvivenza digitale. Applicazioni come Psiphon, Lantern o Outline, pensate specificamente per bypassare i filtri governativi e accedere a Internet attraverso percorsi alternativi, o soluzioni come Shadowsocks, che trasformano la connessione in un flusso di dati difficile da distinguere dal traffico ordinario, hanno continuato a circolare anche quando molte VPN commerciali sono state bloccate o rese inutilizzabili.
Con l’inasprimento dei controlli, gli utenti hanno adottato strumenti di offuscamento del traffico, tecniche come il domain fronting e sistemi di rotazione continua dei nodi, per evitare blocchi sistematici: tutto ciò rende più costoso e politicamente rischioso il blocco totale.
In Pakistan, il tentativo di vietare le VPN “non registrate” ha ulteriormente rafforzato la diffusione di soluzioni informali e decentralizzate.
La conoscenza necessaria per usare questi strumenti circola in modo orizzontale, senza passare dai canali ufficiali, ma attraverso tutorial improvvisati, file PDF, screenshot, messaggi vocali. È un sapere pratico, condiviso, adattivo.
Quando Internet non c’è: la resistenza digitale in Iran senza rete
Nei blackout più duri come quello iraniano, però, la rete semplicemente non esiste. Non è lenta né filtrata, perché è assente.
In questi contesti la resistenza digitale cambia natura, utilizzando tecnologie come Bluetooth e Wi-Fi Direct, che permettono ai dispositivi di comunicare direttamente tra loro senza passare da un’infrastruttura centrale. Nei blackout più severi, applicazioni come Bridgefy e Briar (che permettono di inviare messaggi anche in assenza totale di rete) sono state utilizzate per comunicare via Bluetooth, creando reti locali tra dispositivi fisicamente vicini.
Attraverso applicazioni peer-to-peer, diventa possibile scambiare messaggi, diffondere video, sincronizzare contenuti tra persone fisicamente vicine, in una linea di comunicazione che avviene per prossimità e che diventa la vera svolta.
In contesti di protesta urbana, un messaggio può attraversare una piazza semplicemente passando da uno smartphone all’altro, senza mai transitare su Internet. Queste soluzioni, già sperimentate in passato a Hong Kong, sono riemerse nel 2025–2026 come risposta immediata alla scomparsa totale della rete, trasformando la prossimità fisica in infrastruttura comunicativa.
La creazione di reti temporanee, mobili, che si accendono e si spengono con il movimento delle persone, insieme ad applicazioni progettate per funzionare offline (mediante memorizzazione dei messaggi e la loro ritrasmissione quando due dispositivi si incontrano), crea vere e proprie catene umane digitali.
Si tratta di una forma di Internet ridotta all’essenziale, perché basata su un corpo sociale che si muove e trasporta informazione, facendo a meno anche del satellitare.
Il ritorno delle reti fisiche nella resistenza digitale in Iran
Quando anche le soluzioni tecnologiche non bastano o non sono più praticabili, la comunicazione torna a essere fisica. In Iran, Pakistan e in alcune aree dell’Africa subsahariana in rivolta contro i regimi, video e testimonianze sono stati trasportati tramite chiavette USB o schede SD, nascosti tra effetti personali e consegnati a giornalisti, ONG o membri della diaspora.
Questa pratica è stata documentata anche in contesti di repressione non accompagnati da blackout totali, come in Russia e Serbia, dove il trasferimento fisico dei contenuti resta un modo per aggirare sorveglianza e censura.
I supporti fisici passano di mano in mano e sono le persone stesse a diventare nodi di trasmissione delle informazioni tra quartieri, città, confini. Video, nomi, testimonianze vengono raccolti e trasportati fisicamente fino a un punto in cui il blackout può essere aggirato, anche solo per pochi minuti, e caricati online.
È la riscoperta forzata di una pratica antica, che richiama direttamente i circuiti clandestini di diffusione dei testi proibiti nei regimi del Novecento: la stessa logica di resistenza, applicata oggi ai contenuti digitali.
Gaming e cloud nella resistenza digitale in Iran: strumenti imprevisti
Uno degli aspetti più interessanti della resistenza digitale contemporanea è l’uso imprevisto di piattaforme nate per tutt’altro scopo.
I videogiochi online offrono chat vocali, messaggi in-game, ambienti virtuali persistenti e spesso il traffico legato al gaming è meno filtrato, perché economicamente rilevante e difficilmente distinguibile dal suo uso legittimo. Negli ultimi anni Discord è stata usata dai giovani come spazio informale di coordinamento delle proteste in Paesi come Hong Kong, Myanmar, Thailandia, Nepal, Indonesia e Stati Uniti (dal movimento Black Lives Matter), in contesti di sorveglianza o repressione, grazie alla sua struttura chiusa e alla percezione di piattaforma “non politica”.
Allo stesso modo, strumenti di lavoro e cloud collaborativi come Google Docs, Dropbox o Notion sono utilizzati come spazi di comunicazione mascherata: documenti condivisi, cartelle comuni e commenti apparentemente innocui ospitano in realtà messaggi, indicazioni operative, segnali, inseriti nei commenti, nelle revisioni o sotto forma di metafore condivise.
La comunicazione politica si mimetizza dentro le pratiche ordinarie del lavoro digitale.
Mesh network e resistenza digitale in Iran oltre Internet tradizionale
Con la compromissione della rete satellitare, nei contesti più estremi emergono altre soluzioni radicali.
In diversi contesti (dall’Asia all’Europa orientale), si sono sviluppati mesh network locali, cioè micro-reti urbane indipendenti e autogestite (basate su software open source) in cui dispositivi vicini comunicano tra loro senza passare da un operatore centrale, come già avvenuto in passato a Hong Kong.
Si tratta di reti che non dipendono quindi da Internet tradizionale e che, sebbene per questo siano più fragili, hanno il vantaggio di essere autonome. Sono esperimenti limitati, ma politicamente potenti perché mostrano che la rete può essere pensata come bene comune autorganizzato.
Creatività e resilienza: la cultura della resistenza digitale in Iran
La cultura che sostiene le scelte tecnologiche della resistenza digitale è un contesto fatto di manuali condivisi, linguaggi in codice, ironia come forma di autodifesa, apprendimento collettivo accelerato.
In Iran come negli altri Paesi oppressi da regimi militari e autoritari, la repressione digitale ha favorito lo sviluppo di linguaggi indiretti: parole chiave sostituite da emoji, slogan trasformati in battute, riferimenti pop utilizzati come codice condiviso.
Ha reso possibile poi la circolazione di manuali anonimi di autodifesa digitale che spiegano, in modo semplificato, come cancellare i metadati dai video, proteggere le chat o ridurre i rischi di tracciamento.
È una cultura tecnica diffusa, non specialistica, che nasce direttamente nelle comunità e non nei laboratori di ricerca: si costruisce per imitazione e adattamento continuo, avanza per tentativi ed errori. Proprio questa imperfezione la rende resiliente.
Perché la resistenza digitale in Iran non è solo tecnologia
Le scelte creative di resistenza digitale dimostrano che quest’ultima è una questione di immaginazione politica.
Quando un regime spegne tutte le reti possibili, ammette implicitamente che la comunicazione è già potere. Ogni messaggio che passa nonostante il blackout e ogni video che esce da una rete spenta diventa una crepa in quel potere, perché mette in discussione la pretesa dello Stato di controllare integralmente lo spazio pubblico.
I giovani che aggirano i blackout delle reti, incluso quello di Starlink, stanno difendendo il loro diritto di esistere nello spazio pubblico, anche quando quello spazio viene cancellato con un interruttore dal regime che li opprime. La loro resistenza è quotidiana, tecnica, imperfetta e, per questo, spesso funziona e diventa eroica.














