Le uccisioni di Renee Good e Alex Pretti per mano degli agenti dell’ICE hanno scatenato un’emergenza di ordine pubblico e, soprattutto, una trattativa politica senza precedenti.
Da ultimo, l’apertura della Casa Bianca al ritiro dei reparti da Minneapolis rappresenta l’avvio di una nuova fase della gestione informativa. Oltre la cronaca, emerge con forza la sistematica demolizione del valore probatorio dell’immagine digitale a favore di una ricostruzione narrativa che ignora, frammenta o occulta il dato grezzo. In questa partita, il ritiro fisico degli agenti diventa il paravento per una sorveglianza dematerializzata, dove lo storytelling istituzionale prevale sull’evidenza dei pixel.
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L’uccisione di Alex Pretti e le reazioni locali (e non)
L’infermiere trentasettenne Alex Pretti è stato ucciso dagli agenti dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Si tratta della seconda uccisione da parte delle forze federali in Minnesota in meno di un mese, dopo quella di Renee Good, uccisa mentre era all’interno della sua auto. Secondo la ricostruzione dell’amministrazione federale la donna sarebbe morta per un “incidente” commesso dall’agente ICE per sua legittima difesa; ma testimoni, opinioni locali e analisi dei video raccontano una storia ben diversa per dettagli e dinamica.
Il Governatore del Minnesota, Tim Walz, ha reagito duramente definendo la morte di Pretti come “un’esecuzione” e ha chiesto formalmente il ritiro immediato dei circa 3.000 agenti federali inviati da Washington, sostenendo che la loro presenza stia alimentando il caos anziché garantire la sicurezza.

Come già per Renee Good, il cuore della vicenda è il contrasto tra le versioni ufficiali e le testimonianze digitali, con il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) che ha dichiarato che Pretti era armato e rappresentava una minaccia imminente, mentre diversi video registrati dai passanti e dalle telecamere di sicurezza mostrano Pretti disarmato, con le mani alzate o impegnato a filmare l’operazione con il proprio smartphone. Le immagini smentiscono quindi la ricostruzione federale, alimentando proteste di massa in tutto lo Stato.

L’uccisione di Alex Pretti ha sollevato un’ondata di sdegno che ha travalicato i confini del Minnesota, incassando la condanna di figure come Barack Obama e Hillary Clinton, i quali hanno denunciato l’uso sproporzionato della forza e l’erosione delle garanzie costituzionali.
Ice e gli omicidi, le indagini e le tensioni politiche
Il Presidente Trump ha inizialmente difeso l’operato dell’ICE, definendo gli agenti “eroi” e accusando le autorità del Minnesota di non saper gestire la criminalità. Tuttavia, per la prima volta, ha aperto alla possibilità di ritirare gli agenti, ma a condizione che il Governatore Walz firmi un impegno formale a garantire la sicurezza dei confini e delle proprietà federali, spostando quindi la responsabilità dell’eventuale disordine futuro interamente sulle spalle dello Stato. Il Vicepresidente J.D. Vance ha rincarato la dose, affermando che se il Minnesota vuole “fare da solo”, dovrà assumersi le conseguenze della propria “mancanza di legge”.
Il Procuratore Generale del Minnesota, Keith Ellison, da parte sua, ha avviato un’indagine indipendente sull’omicidio di Pretti, facendo registrare uno scontro istituzionale senza precedenti, dal momento che l’amministrazione federale è accusata di utilizzare il Minnesota come laboratorio per una politica di “tolleranza zero” estrema. Il governo statale accusa infatti Washington di violare la sovranità locale e i diritti civili fondamentali, utilizzando la forza letale in modo indiscriminato.
Verità amatoriale contro sicurezza nazionale
Le dichiarazioni della Casa Bianca sul possibile ritiro degli agenti dell’ICE dal Minnesota del 26 gennaio 2026 potrebbero rappresentare l’avvio di una nuova fase della gestione informativa della crisi in atto.
Se, da un lato, il Governatore invoca il ripristino dell’ordine costituzionale e la tutela dei cittadini di fronte a reparti federali giudicati fuori controllo, dall’altro la presidenza vincola il disimpegno alla condizione che le autorità locali garantiscano la sicurezza dei confini e dei siti federali. La morte di Pretti e quella precedente di Renee Good diventano il terreno di una disputa sulla verità digitale: i testimoni diffondono filmati che documentano l’assenza di minacce reali al momento degli spari; lo storytelling governativo utilizza l’instabilità dell’area per giustificare la necessità di un controllo centralizzato, trasformando l’evidenza delle immagini in un elemento secondario rispetto alla narrazione della sicurezza nazionale.
Lo scontro si sposta dal piano della cronaca a quello della legittimità delle prove, tra la richiesta di trasparenza totale sui dati delle bodycam e la linea della Casa Bianca che invece blinda l’operato dei propri reparti definendoli essenziali per il contenimento di una presunta emergenza nazionale.
La fine dell’illusione della trasparenza visiva
Per oltre un decennio, l’adozione massiccia di bodycam e la diffusione capillare di smartphone sono state presentate come la soluzione definitiva all’arbitrio del potere, con un’idea di fondo piuttosto semplice: se un evento viene registrato, la sua interpretazione non può essere manipolata.
I fatti del Minnesota smentiscono questa convinzione: i video acquisiti dai passanti e dalle telecamere di sorveglianza degli esercizi commerciali mostrano un uomo con le mani visibili, fermo sul marciapiede; eppure, nelle ore successive, il rapporto ufficiale diffuso dalle agenzie federali ha descritto la stessa scena come l’evidenza di una minaccia imminente e di un movimento furtivo verso un’arma che i pixel semplicemente non mostrano.
Questa divergenza rappresenta una precisa strategia di gestione dell’informazione in cui una narrazione istituzionale non cerca di negare l’esistenza del video, bensì ne svuota il significato, ribaltando il rapporto tra osservatore e fatto.
L’amministrazione federale impone infatti una “griglia” di lettura in cui l’immagine è considerata incompleta, fuorviante o priva del “contesto tattico” necessario, un contesto che rimarrebbe per definizione inaccessibile al pubblico perché custodito nei database riservati della sicurezza nazionale.
Il dato pubblico come territorio di conquista
La gestione dei dati prodotti durante queste operazioni solleva questioni cruciali sulla proprietà dell’informazione, soprattutto con riferimento alle immagini delle bodycam in dotazione alle forze dell’ordine. Il Governatore Walz ha denunciato che il governo federale e agenzie come FBI e DHS avrebbero ostacolato la partecipazione delle autorità statali alle indagini e all’accesso alle prove video, rendendo difficile per lo Stato del Minnesota esaminare direttamente i filmati delle bodycam e altri materiali probatori raccolti durante le operazioni federali. Pur non essendoci prove dirette che i dati siano immagazzinati su determinati server controllati da contractor privati, sembra evidente che il controllo centralizzato delle prove sia nelle mani delle agenzie federali, sollevando dubbi su trasparenza, responsabilità e diritti di giurisdizione locale.
Il dato smette così di essere un bene pubblico e diventa un asset proprietario e, quando le associazioni per i diritti civili chiedono il rilascio dei filmati, si scontrano con una serie di filtri burocratici e tecnologici.
I video vengono rilasciati con ampie porzioni oscurate o con una risoluzione degradata, ufficialmente per motivi di privacy o di sicurezza delle tattiche operative. Di fatto, l’integrità del dato originale viene compromessa prima ancora di entrare nel dibattito pubblico, trasformando una prova oggettiva in un documento parziale e, di conseguenza, contestabile.
L’estrazione dei dati e la sorveglianza predittiva
Oltre alla gestione delle immagini post-evento, esiste un livello più profondo di utilizzo dei dati pubblici che riguarda l’identificazione e la schedatura.
Secondo la stampa, l’ICE avrebbe recentemente ampliato l’uso di tecnologie di riconoscimento facciale tramite un contratto multimilionario con Clearview AI (società americana il cui database di oltre decine di miliardi di immagini è stato costruito tramite scraping di foto pubblicate sul web e sui social media). I contratti ufficiali descrivono l’uso di questi sistemi per attività investigative ed enforcement, ma alcuni analisti avvertono che immagini pubblicate dai cittadini sui social (incluse foto o fotogrammi da video di proteste e denunce) diventano potenzialmente materiale utilizzabile per l’identificazione biometrica nei database legati alla sorveglianza.
I video caricati sui social network dai cittadini potrebbero alimentare database di riconoscimento facciale e ogni filmato di protesta o di denuncia girato a Minneapolis potrebbe diventare materiale grezzo per software come Clearview AI.
Secondo un rapporto del Brennan Center, il governo federale utilizzerebbe già da tempo strumenti di social-media monitoring per identificare potenziali minacce e supportare le indagini. Inoltre, documenti e contratti esaminati da Wired mostrano che ICE avrebbe pianificato un programma 24/7 di monitoraggio dei post e delle foto pubblicati sui principali social network per generare lead investigativi. Infine, un’inchiesta di Reuters ha rivelato che alcuni stati democratici starebbero “involontariamente” consentendo agli agenti federali, incluso l’ICE, l’accesso ai dati dei conducenti di veicoli (incluse le fotografie delle patenti) attraverso il sistema di condivisione Nlets (National Law Enforcement Telecommunications System, rete informatica statunitense di condivisione dati riservata alle forze dell’ordine, usata per lo scambio in tempo reale di informazioni operative), senza controlli statali rigidi.
Questi meccanismi consentono di trasformare l’atto di documentare un abuso in uno strumento di auto-incriminazione collettiva; per fare un esempio concreto, il cittadino che riprende l’arresto violento di un vicino di casa fornisce involontariamente all’agenzia federale i dati biometrici di tutti i presenti. In questo modo, la gestione dei dati pubblici da pratica di archiviazione, diventa una forma di estrazione continua, in cui il confine tra sicurezza e controllo totale svanisce e che viene legittimata come mezzo necessario per contrastare l'”instabilità interna”.
La trincea del dato: il Minnesota contro l’estrattivismo federale
Il conflitto esploso nelle strade di Minneapolis trova il suo corrispettivo giuridico nella gestione dei flussi informativi, dove il Minnesota Consumer Data Privacy Act (legge statale sulla protezione dei dati personali dei consumatori, firmata da Walz nel 2024 e in vigore dal 31 luglio 2025, che crea nuovi diritti per i residenti del Minnesota e impone obblighi alle imprese che raccolgono o trattano i loro dati) e il Minnesota Statute § 13.825 (che disciplina le “portable recording systems”, ovvero i sistemi di registrazione portatili usati dagli agenti di polizia come le body-cam e definisce la classificazione, l’accesso e la divulgazione dei dati audio/video raccolti da tali dispositivi) agiscono come argini alla sorveglianza indiscriminata.
Mentre le agenzie federali tentano di secretare i file video delle uccisioni di Renee Good e Alex Pretti, classificandoli come prove investigative riservate, la legge del Minnesota impone la pubblicazione dei dati sull’uso della forza entro quattordici giorni, definendo l’immagine digitale come un bene pubblico e non come proprietà esclusiva dell’apparato di sicurezza.
Questa frizione normativa rivela un tentativo di resistenza civile basato sul controllo dei server e sulla protezione dei dati biometrici; la protezione della riservatezza va oltre la dimensione individuale e diventa una forma di sovranità territoriale.
Impedire il trasferimento dei metadati biometrici verso le infrastrutture cloud di Washington significa sottrarre linfa vitale a una narrazione centrale che, pur di autolegittimarsi, è disposta a ignorare l’evidenza dei pixel registrati sul suolo statale.
Narrazione politica vs. documento digitale
Uno degli aspetti più critici di quanto sta accadendo negli Stati Uniti riguarda la capacità dello staff presidenziale di costruire una realtà parallela che resiste all’evidenza visiva. Quando, a pochi minuti di distanza dalla diffusione di un video che mostra l’uccisione di una donna inerme come Renee Good o di un uomo come Alex Pretti, il Presidente descrive gli agenti ICE come “eroi in prima linea contro il caos” sta compiendo un atto di forza comunicativa.
Sta cioè creando un sistema chiuso dove la fedeltà alla linea politica conta più della verifica del file video, poiché le immagini diventano solo un rumore di fondo.
Lo storytelling governativo agisce come un filtro polarizzatore: i sostenitori dell’amministrazione vedono nei pixel ciò che la narrazione suggerisce loro di vedere e le voci critiche vengono isolate in una bolla informativa che non ha il potere di influenzare le decisioni legislative o l’azione delle forze speciali.
Il ritiro condizionato dell’ICE da Minneapolis
La strategia narrativa della Casa Bianca si manifesta compiutamente nella gestione del “ritiro condizionato“. La disponibilità della presidenza a disimpegnare i reparti ICE, lungi dall’essere un’ammissione di colpa di fronte all’evidenza dei video sul caso Pretti, viene presentata come una concessione tattica subordinata alla sottomissione amministrativa dello Stato del Minnesota.
Lo storytelling trasforma un abuso documentato in un pretesto per rinegoziare i rapporti di forza. La narrazione ufficiale sposta infatti l’attenzione dall’atto violento alla necessità di garantire la sicurezza dei siti federali, neutralizzando l’evidenza del pixel. Il video, da prova di un omicidio, viene rappresentato come un elemento di disturbo che la presidenza accetta di rimuovere solo in cambio di una maggiore delega nel controllo dei flussi migratori locali.
L’infrastruttura privata del controllo federale
La capacità dell’ICE di imporre una propria versione dei fatti poggerebbe sull’alleanza strategica con fornitori tecnologici esterni, che agiscono come intermediari nella gestione dei dati. Aziende come la già citata Clearview AI e Amazon, attraverso i suoi sistemi di visione domestica, hanno contribuito a creare un ecosistema in cui il dato del cittadino viene decontestualizzato e trasformato in un asset per l’agenzia federale.
In particolare, Ring, azienda statunitense di dispositivi di sicurezza domestica connessi (campanelli smart, videocamere e sistemi di allarme), di proprietà di Amazon, attraverso i suoi prodotti, registra immagini e video di attività attorno alle abitazioni, che possono essere archiviati nel cloud e (con il consenso dell’utente) condivisi con forze dell’ordine locali tramite strumenti come il programma “Community Requests” per assistere nelle indagini.
Questo modello (sebbene sia Ring che Amazon abbiano smentito accordi diretti con ICE), ha suscitato preoccupazioni su privacy e rischio che filmati privati finiscano nelle mani di autorità senza pieno controllo degli utenti.
L’utilizzo di algoritmi di riconoscimento facciale addestrati su miliardi di immagini sottratte ai social network permette all’ICE di identificare ogni individuo presente nei video dei tumulti di Minneapolis, indipendentemente dalla pertinenza con i reati contestati. In questo processo, il contractor privato funge da camera di compensazione perché riceve il dato “sporco” dalla realtà delle strade e lo restituisce all’autorità federale sotto forma di profili biografici pronti per l’uso politico.
Una delega tecnologica che solleva un problema di responsabilità diretta: quando l’ecosistema tecnologico consente che video di sorveglianza privata (come quelli dei campanelli Ring) possano essere richiesti e utilizzati dalle autorità federali, il rischio è la rottura del patto di fiducia digitale. Il contractor oltre a fornire un servizio, diventa attore politico che valida la narrazione della “minaccia interna”.
Se i metadati di questi video vengono processati da intelligenze artificiali proprietarie i cui criteri di funzionamento sono coperti dal segreto industriale, l’origine stessa della prova diventa inaccessibile.
La narrazione dello staff presidenziale può quindi nutrirsi di “evidenze algoritmiche” prodotte da soggetti privati, rendendo impossibile per i legali delle vittime o per le autorità privacy statali verificare se il dato originale sia stato filtrato o distorto per confermare la versione ufficiale dei fatti.
Server, metadati e verità negoziabile
L’analisi di quanto accade in Minnesota ci obbliga a riflettere sulla natura stessa delle tecnologie che utilizziamo, visto che, per anni, abbiamo considerato il digitale come un alleato della democrazia, mentre ora stiamo scoprendo che, in assenza di regole ferree sulla trasparenza dei dati e sull’accesso ai codici, esso diventa uno strumento di oppressione estremamente efficace.
La capacità di manipolare i metadati di un video, di ritardarne la pubblicazione o di contestarne la veridicità attraverso la diffusione di versioni alterate via intelligenza artificiale, rende la verità un concetto fluido e negoziabile.
I casi di Minneapolis dimostrano che la battaglia per i diritti civili nel 2026 si combatte innanzitutto sul piano della gestione dei server e della proprietà dei flussi informativi, poiché, se le autorità locali non possono impedire alle agenzie federali di sequestrare i dati digitali dei propri cittadini, la protezione legale garantita dalle leggi statali diventa nulla.
Il Governatore Walz, chiedendo il ritiro delle truppe federali, sta chiedendo anche la restituzione della sovranità sui dati del proprio territorio.
Dagli stivali ai server: la nuova occupazione digitale
Oggi l’evidenza dell’immagine soccombe dinnanzi alla potenza dell’infrastruttura e il video di un abuso può ridursi a un reperto che attende la validazione di un’autorità politica per esistere. I fatti del Minnesota insegnano che la documentazione totale è vana se il potere può oscurare i database o riscrivere i metadati della storia e che la tenuta democratica dipende dall’integrità del dato e da una gestione delle informazioni pubbliche indipendente da algoritmi e uffici stampa. Senza questa sovranità, la cronaca viene sostituita da una narrazione centralizzata, rendendo i cittadini spettatori impotenti di una realtà virtuale, mentre nelle strade si muore sotto l’occhio di telecamere rese di fatto inaccessibili.
Il possibile arretramento fisico degli agenti dalle strade di Minneapolis non deve trarre in inganno, perché a una minore presenza di stivali sul terreno corrisponde un potenziamento della proiezione digitale. Il ritiro potrebbe essere il paravento dietro cui si consolida una sorveglianza dematerializzata, dove il controllo non necessita più della pattuglia, perché si affida alla persistenza dei dati estratti durante i mesi di occupazione.
La vera posta in gioco della trattativa Walz – Casa Bianca è la permanenza delle infrastrutture di monitoraggio bioscopico: se il ritiro avverrà lasciando intatti i ponti digitali tra i database statali e i server federali, la sovranità rivendicata dal Minnesota rimarrà un guscio vuoto, una vittoria d’immagine che non scalfirà la capacità del potere centrale di riscrivere la realtà attraverso l’accesso privilegiato alle informazioni.











