La creazione di robot capaci di altruismo non è più relegata alla fantascienza ma è una sfida concreta che richiede di ripensare il rapporto tra tecnologia ed etica. Esistono infatti discipline che stanno portando nel mondo fisico l’intelligenza artificiale e che stanno ridefinendo profondamente il nostro rapporto con il reale, il nostro modo di percepire il mondo.
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La robotica dà corpo all’intelligenza artificiale
La Robotica sta portando nel mondo fisico l’intelligenza artificiale e sta ridefinendo profondamente il nostro rapporto con il reale, il nostro modo di percepire il mondo. Questa disciplina sta dando un corpo all’intelligenza artificiale, facendola entrare nel nostro spazio fisico e interagire con noi non più solo attraverso uno schermo o un prompt. Sempre più dispositivi stanno occupando il nostro quotidiano, dai robot domestici a quelli industriali, dai veicoli a guida autonoma alla robotica medica.
Una parte di questi è progettato ispirandosi a forme naturali, robot bio-ispirati, e tra questi troviamo i robot umanoidi, quelli che replicano i movimenti del nostro corpo, che tentano di replicare il nostro comportamento.
Progettare l’altruismo nei robot umanoidi
Con il crescente diffondersi di agenti artificiali umanoidi è strategico chiedersi come questi artefatti possano essere al nostro servizio, avere un comportamento disinteressato e orientato al nostro benessere. Sono numerosi i gruppi di ricerca che si stanno occupando di studiare l’interazione uomo-macchina, di comprendere quali processi mentali sono coinvolti, di progettare interfacce intuitive e sicure.
Qui ci chiederemo se è possibile progettare robot altruisti. Metteremo in evidenza come, per rispondere a questo quesito, sia necessario coltivare un dialogo profondo e costante tra discipline giudicate dai più ancora distanti se non addirittura inutili. Vedremo come sia possibile, ad esempio, costruire ponti e generare contaminazioni tra informatica, psicologia, filosofia e diritto.
Robot come soggetti: la prospettiva fenomenologica
In filosofia, la fenomenologia, con la sua enfasi sull’esperienza diretta e sul ruolo del corpo nell’interazione con il mondo, offre un approccio particolarmente adatto a comprendere come oggetti costruiti da noi si stiano trasformando in soggetti. I robot, infatti, non possono essere più considerati come semplici strumenti, come protesi del nostro corpo: essi assumono lo status di un nuovo Altro con cui rapportarsi, un altro capace di contribuire attivamente all’arricchimento della nostra esperienza vissuta. Stanno acquisendo autonomia, sono agenti autonomi che sono in grado di reagire a situazioni non previste in fase di progettazione, imparano e sono in grado prendere decisioni.
L’attenzione congiunta: psicologia e robotica si incontrano
Per comprendere l’urgenza di un approccio multidisciplinare basti pensare che, affinché un robot possa essere veramente collaborativo e integrarsi in modo armonioso nei contesti sociali, esso dovrebbe essere in grado di comprendere e partecipare all’esperienza umana a un livello profondo, che includa aspetti non solo fisici e funzionali, ma anche emotivi e sociali.
Un esempio concreto che ci avvicina a questa profondità, incrociando psicologia e ingegneria informatica, è lo studio del meccanismo dell’attenzione congiunta, ovvero la capacità di due o più individui di focalizzare la propria attenzione sullo stesso oggetto o evento, condividendo un’esperienza percettiva e cognitiva. Ricerche come quelle dello psicologo Michael Tomasello sull’altruismo e l’attività di laboratori di robotica come quelli del MIT, di Yale o dell’italiano IIT (Istituto Italiano di Tecnologia), offrono contributi significativi in questo campo.
L’altruismo naturale secondo Tomasello
Al Max Planck, Tomasello ha tentato di dimostrare come la cooperazione e l’altruismo siano profondamente radicati nella natura umana: sin dai primi anni di vita i bambini mostrano una naturale inclinazione ad aiutare gli altri e a condividere risorse, sono capaci di attenzione congiunta e di venire in aiuto di un altro essere umano perché ne sanno leggere le intenzioni e l’attenzione verso un oggetto o un’altra persona.
Replicare l’attenzione congiunta nei robot
I progettisti di robotica si sono dedicati a replicare la complessa dinamica dell’attenzione congiunta, una capacità fondamentale nell’interazione umana, scomponendola in fasi discrete e gestibili.
Questo processo ha incluso l’analisi e la riproduzione di comportamenti come il mantenimento del contatto visivo, il seguire lo sguardo e l’indicazione di oggetti. Grazie all’implementazione dell’apprendimento automatico i robot sono stati addestrati a padroneggiare l’attenzione congiunta con un’accuratezza notevole.
Etica e diritto nella progettazione robotica
Questi risultati evidenziano la necessità di un approccio progettuale multidisciplinare. Un tale approccio deve andare oltre le considerazioni puramente tecniche, abbracciando appieno le profonde implicazioni etiche, sociali e culturali che derivano dall’integrazione sempre più pervasiva dei robot nella nostra società. L’introduzione di entità autonome e intelligenti all’interno del tessuto sociale non è un processo neutro, è fonte di trasformazioni che toccano ogni aspetto dell’esistenza umana. In questo contesto in evoluzione, il diritto emerge come uno strumento essenziale e insostituibile.
Non si tratta solo di stabilire un quadro normativo, ma di definire con precisione i limiti entro cui la tecnologia può operare e le responsabilità che devono essere attribuite agli attori coinvolti, dai progettisti agli utilizzatori. L’obiettivo primario è garantire una convivenza equa, armoniosa e rispettosa tra umani. Serve sviluppare soluzioni affidabili, comprendere il livello di rischio a cui siamo sottoposti. Si rende necessario trasformare la fase di progettazione, tradizionalmente confinata agli ambiti ingegneristici, in un dibattito pubblico, aperto e inclusivo, basato sui principi della responsabilità collettiva. È un invito a tutta la società a partecipare attivamente alla co-creazione del futuro tecnologico e a comprendere come la tecnologia sia intrinsecamente sociale.
La robotica sociale e l’empatia artificiale
La robotica sociale si pone all’avanguardia in questo sforzo, perseguendo attivamente l’obiettivo di integrare la tecnologia in modo etico e socialmente consapevole. Questo campo di ricerca esplora non solo le funzionalità tecniche dei robot, ma anche le complessità intrinseche della costruzione di relazioni empatiche e significative con essi. Le implicazioni di questa ricerca sono vaste e affascinanti, come dimostrano i casi di robot impiegati in ruoli sempre più sofisticati: dai robot utilizzati come animali domestici, che offrono compagnia e supporto emotivo, ai robot impiegati in contesti clinici, come quelli che interagiscono con bambini nello spettro autistico. I robot diventano mediatori di interazione sociale e veicoli per lo sviluppo di abilità comunicative, aprendo nuove frontiere nella terapia e nella cura.
Empatia artificiale: un processo di co-costruzione
Dumouchel e Damiano, hanno coniato per questo ambito di ricerca il concetto di “empatia artificiale”, sottolineando come l’interazione tra umani e robot sia un processo di co-costruzione in cui entrambi i poli contribuiscono attivamente alla relazione, influenzandosi reciprocamente. Questo rapido excursus attraverso la filosofia, la psicologia e la robotica evidenzia un cambio di paradigma nel modo in cui percepiamo e ci rapportiamo alla tecnologia.
Verso un futuro di collaborazione interdisciplinare
Pur non provando emozioni umane, i robot possono esprimere un altruismo “come se”, una simulazione emotiva che emerge dall’interazione piuttosto che da un’esperienza interiore, come osservato da Paul Dumouchel e Luisa Damiano: l’emozione si definisce nella relazione stessa e non nello spazio interiore di uno dei due poli coinvolti. Questa distinzione è cruciale per evitare malintesi antropomorfici. Sebbene i robot non provino emozioni come gli umani, la loro capacità di riconoscerle e rispondervi può migliorare significativamente il nostro benessere.
È indispensabile progettare robot che agiscano sempre nell’interesse umano, evitando comportamenti manipolativi o invasivi. Per affrontare queste sfide, è strategico integrare diverse discipline fin dalle prime fasi della progettazione tecnologica. Collaborazioni interdisciplinari tra filosofi, ingegneri, giuristi, biologi e psicologi possono portare a soluzioni più innovative, responsabili e vantaggiose per la società, a condizione di avere il coraggio di costruire uno spazio di sviluppo condiviso che accolga le prospettive di ciascuna disciplina. Questo spazio condiviso può offrire una forma di vigilanza critica sui mutamenti che ogni tecnologia produce, contribuendo a uno sviluppo tecnologico consapevole.
La storia umana è intrinsecamente legata all’evoluzione delle tecnologie che ha prodotto, tecnologie che hanno sempre mediato il nostro rapporto con il mondo. L’intelligenza artificiale e la robotica rappresentano l’apice di questo processo coevolutivo. Immaginare robot altruisti non è solo un esercizio speculativo, ma un modo per comprendere la profondità della nostra interazione con la tecnologia e l’importanza di approcciarla con consapevolezza e responsabilità.
Per approfondire
Paul Dumouchel, Laura Damiano, Vivere con i robot: saggio sull’empatia artificiale, Raffaello Cortina, Milano 2019
Dominique Lambert, Robotica e intelligenza artificiale, Queriniana, Brescia 2023
Michael Tomasello, Altruisti nati: perché cooperiamo fin da piccoli, Bollati Boringhieri, Torino 2010
Dan Zahavi, Il mio primo libro di fenomenologia, Einaudi, Torino 2023













