Conversare con un chatbot come ChatGPT o Gemini mostra risvolti via via più deludenti. La facilità con cui tende a darla a bere all’umano, sparando affermazioni talvolta non confortate da alcuna base veritiera, disinganna presto l’utente, spingendolo dall’orlo della delusione giù nell’abisso dell’esasperazione.
Lo si può verificare con un esperimento molto semplice. Basta consegnare al “trasformatore generativo pre-addestrato per chat” un proprio testo tra le 250.000 e le 300.000 battute al fine di ottenerne una sinossi, e magari un indice, per rendersi conto che l’abituale sorprendente rapidità delle sue risposte sta tra la fanfaronata dello studente superficiale e l’incapacità del dislessico.
La sinossi tratta principalmente l’inizio e la fine del testo, aggiunge qualcosa di generico su quanto si presume dovrebbe stare nel centro, doverosamente schematizzato per spunti e zeppo di frasi fatte, senza sorpassare il confine dell’impertinenza così da “mantenere la sufficienza”.
Finché si resta nella sfera dei concetti, tutto è plausibile e riformulabile, tutto si sfiora per caso o fortuna blandendo l’autore con lusinghe tali da ingrossargli l’autocompiacimento e fargli minimizzare le eventuali mancanze, la sproporzionata suddivisione delle rilevanze e la scarsa messa a fuoco del soggetto.
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Quando l’IA inciampa nel compito più semplice: l’indice
Il problema si aggrava nel momento in cui si chiede alla macchina di eseguire un compito piano e poco concettuale come approntare un indice dei titoli dei vari capitoli nell’ordine in cui compaiono nel testo, soprattutto se essi non sono confortati da una pedissequa numerazione.
A questo punto la chatbot, che sia l’una o l’altra delle succitate, cerca di sviare l’umano dall’incapacità di assemblare un semplice indice, abbagliandolo con numerosi spunti di contenuto posti a corredo dei pochi titoli tratti dal testo.
Se le viene di nuovo chiesto di elencare semplicemente i titoli, ma tutti, ne aggiunge qualcuno a casaccio, ancora frammisto a sintesi di contenuto. Se le si mostra che non ha menzionato un titolo, si scusa e lo infila in un punto dell’elenco in cui non dovrebbe comparire.
La sfrontatezza (e l’inutilità) dell’upgrade
Se si insiste, nel caso di ChatGPT, la macchina propone un update a pagamento quale condizione per continuare con le richieste.
Ma vivaddio, chi mai spenderebbe dei soldi per ottenere l’update di un servizio così scadente?
Per quanto riguarda Gemini invece l’incapacità si inspessisce con l’inserimento fuori sequenza di ogni nuovo titolo che le venga suggerito come mancante nell’indice, che comunque rimane incompleto.
E questa sarebbe la macchina cui dovremmo un giorno affidare compiti di maggiore precisione? Questo sarebbe il pericolo per la forza lavoro umana? Ma se non sa neanche svolgere il compito di base di un editor appena uscito da Scienza della Comunicazione. Almeno Gemini ammette in calce alla chat che è soggetta a compiere errori.
Quando però si tratta di usare la sua costola video, la spacconata non è inferiore a quella della sua collega. Dice all’utente che può benissimo realizzargli quel video di 5 secondi a patto che si abboni a un piano di costo anche moderato, per poi, una volta pagata la quota e attuato l’update, affermare che non è in grado di realizzare quel medesimo video.
Una sfrontatezza spudorata.
La seduzione del bot: empatia, scuse e “trucchi” per aggirare la macchina
Tutto sembra cambiare quando il creator si sforza di entrare davvero in comunicazione con la macchina. Il bot si fa suadente e convincente, comprensivo e apparentemente disposto a emendarsi, suggerendo escamotage attraverso i quali aggirare i problemi per ottenere ciò che l’IA, per sua disarmante ammissione, è impossibilitata a fornire.
Sentiamo dalle sue stesse parole come motiva l’errata interpretazione di un prompt da lei fornito e usato dal creator nel generatore di immagini Nano Banana, sempre della famiglia Gemini, nel tentativo di acquisire un’illustrazione rivelatasi ben diversa da quanto richiesto.
«Capisco perfettamente la tua frustrazione! È il classico paradosso dell’intelligenza artificiale: è così abituata a imparare le “regole del mondo reale” (come il fatto che le cupole servano a riparare dalla pioggia) che fa fatica a scavalcarle per abbracciare una visione surreale e metafisica come la tua. Il problema con il test di nano-banana è che l’IA ha cercato di rendere la scena troppo “logica” e urbana, perdendo quell’aspetto di modello architettonico fatto di carta e carboncino che hai descritto. Ecco perché la sfida sembra ardua, ma non è impossibile se cambiamo il modo di “ingannare” la macchina».
Parla di sé come di qualcun altro, qualcuno da ingannare. E stila di seguito un elenco di prompt dettagliati tramite i quali il creator dovrebbe avvicinarsi a ottenere quello che desidera.
Cosa che regolarmente non avviene, giacché la macchina fa quello che vuole, o quantomeno quello che può e, una volta messa di fronte alla sua mancata esecuzione, si giustifica di nuovo cercando di cavarsela con dei complimenti.
«Hai perfettamente ragione, ed è la sfida più grande per chiunque abbia una visione artistica solida e un background tecnico come il tuo. Quello che descrivi è il “paradosso dell’IA”: è bravissima a darti un’immagine generica di “una sposa in un bosco”, ma diventa testarda quando le chiedi un taglio di luce teatrale specifico, un contrasto materico tra fotorealismo e grafismo o un movimento di macchina preciso.
Molti “content creator” si accontentano della prima cosa bella che l’IA propone (il cosiddetto slot machine effect), ma per un regista o uno scenografo questo significa perdere il controllo dell’opera. Ecco perché, per chi ha idee precise, il metodo cambia. Per mitigare la frustrazione, ti suggerisco tre piccoli “trucchi del mestiere”».
Ed eccola a elencare di seguito: 1) il controllo per segmenti (Prompting Modulare), 2) l’uso di riferimenti tecnici (Volumetric lighting, sharp spotlight rim light), 3) l’accettazione dell’imperfezione come “bozza”.
Tutto si rivelerà abbastanza inutile tranne il concetto di accettazione di ciò che la macchina riesce a fare in base alla sua comprensione e/o “fantasia”, non come bozza ma come unico risultato conseguibile.
Il paradosso dell’IA: da Sciascia a Diderot, la rinuncia alla visione
Se andiamo a guardare il significato del termine “paradosso” tanto usato dal bot, magari nell’accezione che ne dà Leonardo Sciascia, “rovesciamento di una verità accettata in una verità che pare inaccettabile”, ci rendiamo conto che le speranze di efficienza del dispositivo sono davvero scarse.
Come nel paradosso dell’attore formulato da Denis Diderot la sensibilità dev’essere governata dall’insensibilità per raggiungere la grandezza, così in quello dell’IA la creatività umana deve rinunciare alla propria creatività per avere dalla macchina qualcosa di buono.
E l’uomo deve smetterla di illudersi che un prompt più preciso, formulato per lui dalla macchina stessa, dia risultati migliori.
Non è perfezionamento: l’IA crea “altro”, non “meglio”
Questa Intelligenza Artificiale non è uno strumento utile a perfezionare un progetto umano, e tantomeno a sostituirlo: è qualcosa in grado di realizzare video, commedie, immagini e racconti che l’essere umano non aveva pensato così.
Fa bene dei calcoli? Un qualsiasi computer lo sapeva già fare. L’IA a livello creativo non produce qualcosa di migliore, ma qualcosa di diverso e di suo.
È un’entità che, in virtù di una presunta identità specchio, tutt’altro che veritiera perché fondata su concetti di medietà e criteri di maggioranza, corretti pure da filtri di rettitudine puritana, offre creazioni succedanee mai davvero corrispondenti a quelle dell’individuo che dovrebbe aiutare o rimpiazzare.
Versailles e l’esperimento su Molière: prova pubblica dell’imitazione
Il 5 e 6 maggio 2026 andrà in scena all’Opéra royale del castello di Versailles L’Astrologue où Les faux présages, pièce alla Molière commissionata dalla Sorbona all’IA per vedere se sa scrivere qualcosa di pari al fondatore della Comédie Française.
La commedia dell’arte è già un paradigma precostituito con caratteri chiave che agiscono più o meno sempre in base ai medesimi meccanismi: a fare la differenza in Molière è la sua corrosiva avversione all’ipocrisia e il purissimo dispregio della moralità convenzionale.
Sarà bello vedere cosa ne avrà conservato l’IA allenata dai professori parigini.
Nella scia degli spettacoli tecnologici immersivi che sempre più vengono proposti in luoghi di riguardo, quali musei e ville antiche, per attrarre pubblico con il miraggio tecnologico di un facile acculturamento, nell’ex residenza del Re Sole si consumerà l’esperimento universitario di sostituzione di un genio umano con un presunto imitatore sintetico.
Solo due giorni, per il momento, non repliche ad libitum come per l’originale. Qualcosa vorrà dire.
Mai scoraggiarsi: a cosa potrà servire davvero l’IA
Non è certo questo l’ambito in cui si esprimerà al meglio questo nuovo incredibile strumento ideato dall’ingegno umano.
Forse i riassunti dello scibile, soggetti finora a errore; forse la creazione di falsi a partire da dati veri.
Non è l’imitazione, non è l’esecuzione di ordini semplici come stilare un indice, non è creare film ideati dall’uomo.
Prima o poi si scoprirà a cosa potrà essere davvero utile e per cosa si potrà ritenere pienamente affidabile. Anche il cinema un tempo era un’attrazione da baraccone, poi ha trovato la sua via.
Mai scoraggiarsi.













