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Quanto smartphone ai bambini: i consigli dalle ultime ricerche



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L’AAP (associazione pediatri americani) aggiorna le indicazioni sullo screen time: non esiste una soglia oraria “sicura” per tutti per gli schermi ai bambini. Conta la qualità dei contenuti, il contesto d’uso e ciò che lo schermo sostituisce: sonno, gioco libero, movimento e relazioni.

Pubblicato il 26 gen 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



bambini schermi regole

Non ci sono (più) scorciatoie numeriche. Non c’è una regola fissa. Quando bisogna valutare l’adeguatezza di lasciare usare ai nostri figli uno schermo digitale bisogna valutare con attenzione il caso nel suo contesto.

Non c’è più insomma una soglia oraria che garantisca, da sola, un rapporto sano tra bambini e schermi. Né un limite rigido, né un’app di parental control che assicurino uno sviluppo equilibrato. Eppure qualche indicazione si può e la si deve dare, a genitori e educatori. Ma aggiornata allo stato delle ricerche scientifiche.

Bambini e schermi, come evolvono i consigli scientifici

È il messaggio centrale del nuovo policy statement dell’American Academy of Pediatrics (AAP), pubblicato su Pediatrics a gennaio 2026, che invita famiglie e istituzioni a spostare l’attenzione dal “quanto” al “come”, dal tempo totale alla qualità dei contenuti e al contesto in cui vengono usati.

Possiamo considerarle come la vetta delle evidenze scientifiche in materia di bambini e schermi dopo vent’anni circa di esposizione agli smartphone/tablet.

In un mondo che cerca ricette semplici – come il blocco dei social sotto i 16 anni – i pediatri americani vanno contro corrente ma nella direzione giusta. Quella della scienza, che è fatta da “dipende” e “valutiamo”, più che da sì e no.

La scienza si modifica e progredisce con le evidenze empiriche.

Ecco perché lo stesso documento AAP segna un passo avanti rispetto alle raccomandazioni del passato. Dieci anni fa l’AAP parlava di massimo due ore al giorno dopo i 2 anni; poi era arrivato il divieto quasi totale sotto i 18 mesi. Oggi il quadro è più articolato: gli schermi sono parte di un “ecosistema digitale” progettato per trattenere l’attenzione e monetizzarla, e il loro impatto non può essere attribuito solo alle scelte dei genitori.

Perché i consigli AAP sullo screen time contano più delle ore

Secondo l’AAP, molti aspetti che rendono problematico lo screen time — autoplay, scroll infinito, algoritmi di raccomandazione, pubblicità integrate — dipendono da modelli di business e design industriale, non dalle famiglie. Questo non assolve i genitori da ogni responsabilità, ma chiarisce che il problema non si risolve fissando un timer. La domanda diventa: che cosa sostituisce lo schermo? Sonno, gioco libero, movimento, relazioni? E che cosa stanno facendo gli adulti, sui loro dispositivi, nello stesso momento?

Il design che trattiene l’attenzione e rende difficile “staccare”

Nel policy statement l’AAP insiste su un punto spesso rimosso dal dibattito: lo screen time dei minori è il risultato di un ambiente digitale progettato per massimizzare l’attenzione, non di una semplice somma di scelte individuali. Autoplay, scroll infinito, notifiche e sistemi di raccomandazione algoritmica rendono più difficile interrompere l’uso, soprattutto per bambini e adolescenti.

Non sono “funzioni neutre”: rispondono a incentivi economici e a logiche di engagement. Per questo, osservano i pediatri, chiedere alle famiglie di “limitare le ore” senza toccare le regole del prodotto significa spostare il problema sul livello domestico, dove spesso non si può risolvere.

Design dell’ecosistema digitaleEsempi nel gioco digitaleImplicazioni sul benessere del bambinoRaccomandazioni per pediatri e famiglieRaccomandazioni per advocacy e policy
Contenuti di bassa qualitàAlcuni contenuti generati dagli utenti, molto diffusi sulle piattaforme di video in streaming, includono materiale violento o non adeguato all’età. Le app possono dichiararsi educative ma avere design orientati ad acquisti in-app.I contenuti di bassa qualità e dal ritmo molto rapido sono stati associati a maggiori sintomi di iperattività nei maschi in età prescolare. I bambini a basso reddito possono essere più esposti a contenuti di qualità inferiore.I professionisti possono indirizzare le famiglie verso piattaforme di contenuti di alta qualità (es. PBS Kids). Diverse piattaforme/app possono essere impostate per ridurre l’enfasi su determinati tipi di contenuto.Valutare un sistema di rating per i contenuti generati dagli utenti, audit di questi contenuti e formazione per i creator su come produrre video di alta qualità destinati ai bambini. Creare più opportunità di contenuti gratuiti e di qualità per tutti i bambini.
Contenuti dannosiPossono includere: contenuti su disturbi alimentari, autolesionismo, contatti indesiderati da sconosciuti, contenuti violenti o esposizione a notizie stressanti. Raccolta dati e profilazione possono inferire interessi di un adolescente verso attività non sicure (droghe, alcol, gioco d’azzardo, pornografia, diete/fitness estremi).Bambini e ragazzi possono essere spinti ad adottare comportamenti pericolosi visti sui social (uso di sostanze, comportamenti rischiosi). L’esposizione a contenuti violenti è associata a maggiore aggressività.Modellare una curiosità aperta su ciò che bambini e ragazzi incontrano online. Incoraggiare i caregiver a parlare presto e spesso delle esperienze digitali, così che i minori si rivolgano a loro se trovano contenuti dannosi. Valutare il “reset” degli algoritmi se compaiono spesso contenuti nocivi (es. disturbi alimentari) nei feed. Conoscere parole chiave da evitare.I metodi di segnalazione dei contenuti dannosi devono essere presenti e facili da usare. I contenuti vanno rimossi rapidamente per evitare proliferazione di materiale pericoloso o rischioso. La sicurezza deve essere l’impostazione predefinita (es. disattivare di default la chat nelle app di gaming). Prevedere leggi di “cancellazione universale” per i minori, con rimozione rapida di contenuti sessuali o inappropriati pubblicati senza consenso.
Contenuti commerciali e pubblicitàLe piattaforme di video generati dagli utenti spesso contengono contenuti fortemente commercializzati.I bambini possono chiedere più spesso ai genitori giocattoli o cibi legati all’influencer marketing. Spesso non distinguono pubblicità/marketing dai video.I pediatri possono indirizzare verso piattaforme con meno contenuti commerciali (es. TV, streaming a pagamento, PBS Kids). I caregiver possono guardare insieme e segnalare le pubblicità quando compaiono, parlando di cosa stanno cercando di vendere.I contenuti commercializzati generati dagli utenti dovrebbero essere soggetti a regolamenti simili a quelli della TV. Le politiche dovrebbero essere armonizzate tra stati per disincentivare l’esposizione pubblicitaria ai minori, soprattutto per prodotti del tabacco o alcol.
Algoritmi automatizzatiGli algoritmi possono spingere contenuti rischiosi o non sicuri (autolesionismo, challenge pericolose). Feed e algoritmi possono elevare o includere contenuti sessuali espliciti.Gli algoritmi possono plasmare apprendimento ed esperienze. L’esposizione a contenuti distorti può perpetuare stereotipi. L’esposizione a contenuti sessuali espliciti può contribuire a comportamenti sessuali rischiosi.Insegnare ai bambini come funzionano gli algoritmi e parlare del perché vedono certi contenuti online. Discutere dei feed “consigliati” e dei motivi per cui mostrano specifici video.Creare quadri regolatori e processi che proteggano i giovani durante la progettazione. Rendere le aziende responsabili di algoritmi manipolativi che amplificano contenuti dannosi, distorti o commerciali mirati.
Design che prolunga l’engagementSocial e piattaforme video spesso includono scroll infinito e autoplay. Funzioni delle app possono rendere difficile uscire facilmente.Scroll infinito e autoplay possono rendere più difficile “staccare” e prolungare il tempo trascorso sui dispositivi.Chiedere come bambini e ragazzi decidono quando hanno “finito” e parlare delle funzioni di design che rendono più difficile fermarsi. Fornire risorse per disattivare l’autoplay sulle piattaforme e spegnere i dispositivi la notte.I social dovrebbero prevedere un punto/click per avanzare i contenuti e check-in periodici per aiutare a interrompere l’uso. L’autoplay dovrebbe essere disattivato per impostazione predefinita.
Rinforzi comportamentaliLe app di gaming spesso offrono progressione facile e badge/trofei frequenti per incoraggiare il gioco.I bambini possono trovare difficile resistere a queste “esche” digitali. Può essere difficile per bambini e adolescenti avere controllo nel smettere di giocare.Creare occasioni di rinforzo positivo offline. Sostituire tablet o telefono con attività manuali, libri o giochi. Assicurarsi che i bambini dormano a sufficienza.I giochi pensati per bambini potrebbero includere rinforzi meno frequenti e momenti di check-in che aiutino a interrompere il gioco.
DisinformazioneSocial e contenuti online possono includere informazioni non verificate che influenzano le prospettive di bambini e ragazzi.Per i più giovani può essere difficile distinguere vero e falso online.Pediatri e caregiver possono insegnare a riflettere sulla qualità delle informazioni, valutare le fonti e capire quali motivazioni possano esserci dietro un video/contenuto.Gli algoritmi per account di minori potrebbero dare priorità a informazioni provenienti da fonti autorevoli e ben verificate.
PrivacySocial e piattaforme online tracciano e raccolgono dati sui bambini.I bambini faticano a capire come vengono raccolte le loro informazioni e non possono dare un consenso davvero informato alla raccolta dei dati.Pediatri e famiglie possono fare conversazioni frequenti su dove finiscono i dati e cosa significa avere privacy digitale.La privacy di bambini e adolescenti dovrebbe essere un valore centrale. Evitare sorveglianza e pubblicità mirata verso i minori.

Screen time e bambini: cosa dicono i consigli AAP per ciascuna età

Il documento lega l’uso intensivo anche a fattori sociali e organizzativi: mancanza di servizi di cura, poche opportunità extrascolastiche accessibili, lavoro su turni o con orari lunghi, assenza di spazi sicuri dove bambini e ragazzi possano stare senza dover “consumare” qualcosa. In questi contesti lo schermo diventa una risposta pratica a bisogni reali, non solo una scelta educativa.

Insomma: le indicazioni sullo screen time funzionano meglio quando esistono alternative offline e un sostegno alle famiglie; altrimenti rischiano di trasformarsi in un elenco di divieti più facile da applicare per chi ha più tempo e risorse.

0–18 mesi: cosa cambiano i consigli AAP sullo screen time

Nei primi mesi di vita, i dati sono relativamente solidi: i bambini sotto i 18 mesi faticano a trasferire ciò che vedono su uno schermo nella realtà. Il video non sostituisce l’interazione diretta. L’AAP ribadisce che l’esposizione dovrebbe essere evitata, con un’eccezione: le videochiamate con persone reali, che mantengono una dimensione relazionale. Brevi video di alta qualità non sono considerati dannosi in senso assoluto, ma non portano benefici misurabili.

18 mesi–5 anni: qualità, co-visione e routine familiari

Tra i due e i cinque anni lo schermo può avere un ruolo, ma solo a certe condizioni. I contenuti educativi di qualità — soprattutto se guardati insieme a un adulto che commenta, fa domande, collega ciò che vede alla vita quotidiana — sono associati a migliori esiti linguistici e sociali. Al contrario, l’uso solitario e prolungato di contenuti non educativi è correlato a ritardi nel linguaggio, difficoltà di autoregolazione emotiva e sonno peggiore. Un punto su cui i pediatri insistono: usare tablet o smartphone per “calmare” un bambino riduce le occasioni di imparare a gestire le emozioni.

6–12 anni: consigli AAP sullo screen time tra scuola, sonno e vista

In età scolare, il digitale può supportare l’apprendimento se è ben progettato e usato con moderazione. Ma l’eccesso è associato a rendimento scolastico più basso, minore capacità attentiva e maggiore sedentarietà. Il report richiama anche un legame ormai ricorrente negli studi osservazionali: più tempo davanti agli schermi, maggiore rischio di progressione della miopia e disturbi del sonno, soprattutto quando i dispositivi entrano in camera da letto.

Scuola e dispositivi: quando didattica e intrattenimento si confondono

Il documento mette a fuoco un punto spesso sottovalutato: il confine tra uso scolastico e intrattenimento si è assottigliato. Tablet e laptop forniti dalle scuole possono aprire, nella pratica, anche a giochi, video e piattaforme non educative; le notifiche restano attive e le distrazioni viaggiano con lo studente per tutta la giornata. L’AAP chiede “tempo per imparare” realmente protetto, con politiche scolastiche coerenti e ambienti digitali meno dispersivi. Non è una contestazione della tecnologia in classe, ma dell’idea che basti “assegnare un device” senza governare il contesto d’uso.

13–18 anni: effetti piccoli, ma non neutri

Negli adolescenti l’associazione tra durata dello screen time e benessere è in media “piccola”, ma non uniforme. L’inizio dell’adolescenza sembra una fase più sensibile. Social media e videogiochi possono sostenere apprendimento, identità e relazioni, soprattutto con un coinvolgimento attivo degli adulti e pari positivi. Allo stesso tempo, l’amplificazione algoritmica di contenuti su corpi, diete, autolesionismo o sfide rischiose aumenta il rischio per i ragazzi più vulnerabili. L’AAP non indica un’età “giusta” per il primo smartphone: la decisione dipende da maturità, capacità di rispettare regole e bisogni pratici.

Primo smartphone: perché i consigli AAP sullo screen time evitano soglie

Su questo punto i pediatri sono espliciti: la ricerca non offre una soglia anagrafica sicura e uguale per tutti. L’AAP propone di guardare a criteri pratici: alfabetizzazione digitale, capacità di dire la verità ai caregiver, gestione dei conflitti online, comprensione delle regole di privacy e sicurezza. Consiglia anche un approccio graduale: dispositivi con funzioni limitate, controlli su download e acquisti, regole chiare su orari e luoghi (a partire dalla camera da letto), e revisione periodica delle impostazioni. In altre parole, più che “quando comprarlo”, conta “che cosa deve saper fare” il ragazzo quando lo riceve.

Indicazioni pratiche: limiti flessibili e obiettivi non negoziabili

Per le famiglie che chiedono numeri, l’Accademia non li esclude del tutto, ma li colloca in secondo piano. In via orientativa, parla di meno di un’ora al giorno per bambini piccoli e di una-due ore (o più, nei weekend) per bambini più grandi e adolescenti, escludendo il tempo scolastico. Il criterio decisivo resta che lo schermo non “scacci” sonno, attività fisica, lettura, gioco e vita familiare. Da qui l’invito a piani familiari condivisi, zone senza telefoni, dispositivi fuori dalla camera da letto e uso coerente dei controlli parentali.

Oltre la famiglia: i consigli AAP sullo screen time per piattaforme e politica

La parte più politica del documento guarda oltre il salotto di casa. L’AAP chiede design “child-centered” per default, meno pubblicità e raccolta dati sui minori, maggiore trasparenza sugli algoritmi e investimenti pubblici in spazi e attività offline che offrano alternative reali agli schermi. L’obiettivo è spostare parte del carico dalla disciplina domestica alla progettazione dei servizi digitali e alle regole del mercato.

Dalle piattaforme alla governance: che cosa viene chiesto all’industria

Qui il report entra nel merito di responsabilità e governance: piattaforme che “riconoscano” gli utenti minorenni, team interni dedicati alla sicurezza dei minori con potere reale, impostazioni predefinite orientate a privacy e sicurezza (autoplay disattivato, minori esposti il meno possibile a pubblicità e profilazione, riduzione delle funzioni che prolungano l’uso). Il messaggio di fondo è operativo: se l’ecosistema digitale resta costruito attorno all’engagement, il rischio è chiedere alle famiglie di “nuotare controcorrente” ogni giorno.

Standard pubblici e alternative offline: dove si sposta il carico

Sul fronte pubblico, i pediatri invocano standard e report di trasparenza, oltre a misure per limitare accesso a contenuti illegali o dannosi e ridurre la permanenza online di materiali che riguardano i minori. Nello stesso tempo, richiamano l’importanza di investimenti in spazi sicuri e attività accessibili, perché senza alternative reali lo schermo tende a colmare vuoti organizzativi e sociali. L’idea è ridurre la pressione sulla sola “disciplina” domestica, intervenendo sulle condizioni che rendono più facile (o inevitabile) l’uso intensivo.

La conseguenza, per chi cresce bambini oggi, è duplice. Da un lato, meno senso di colpa per la puntata extra guardata in una giornata difficile. Dall’altro, più attenzione a ciò che lo schermo porta via — o aggiunge — nella vita quotidiana. È su questo equilibrio, più che sul cronometro, che si giocheranno le prossime raccomandazioni.

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