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Social media e minori: vietare non basta, bisogna educare



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Francia e Spagna vietano i social ai minori. Le ricerche pedagogiche mostrano che la restrizione non educa all’uso responsabile della tecnologia. Serve invece un approccio fondato sull’accompagnamento adulto, sul pensiero critico e sulla collaborazione tra famiglie, scuola e istituzioni per costruire competenze digitali reali

Pubblicato il 7 apr 2026



dipendenza da social; disinformazione commissione parlamentare
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Una legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 e 16 anni è al centro di un decreto-legge approvato dalla Camera francese e di una dichiarazione del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez.

Queste misure, motivate dalla tutela della salute mentale dei più giovani, hanno aperto un dibattito in Europa.

La questione, in fondo, è una sola, anzi due: vietare i social network è la soluzione oppure rischia di trasformarsi in una risposta a primo acchito rassicurante ma alla lunga controproducente? E noi, per gli adulti di domani, vogliamo essere addetti alla sorveglianza oppure educatori?

La restrizione non educa: cosa dicono le ricerche pedagogiche

Le ricerche di ambito pedagogico, delle quali posso dar conto come professore associato di Pedagogia Generale e Sociale presso l’Università degli Studi di Firenze e come autore di Uppa – media company specializzata nella salute di bambine e bambini – mostrano che la restrizione, pur comprensibile come reazione degli adulti alla paura, non educa e non insegna a usare gli strumenti digitali con responsabilità. Il dibattito su questo tema, troppo spesso, si svolge tra allarmismi e colpevolizzazioni, riducendo la complessità a una narrazione semplicistica in cui il cellulare diventa un nemico da combattere.

Proibire ciò che gli adulti stessi utilizzano quotidianamente e che risulta quindi intrigante rischia di creare un’illusione di protezione, spingendo gli adolescenti a trovare strategie alternative per aggirare le regole mentre gli adulti rimangono all’oscuro di come i ragazzi e le ragazze utilizzano ogni giorno i dispositivi.

Il rischio del panico morale

Il risultato? I giovani non sviluppano know-how digitale, senso critico, autonomia né capacità di autoregolazione.

Una ricerca del 2023 rivela che quasi un giovane su due (46,3%) dichiara di trascorrere troppo tempo sullo smartphone. Questo dato mostra che i ragazzi e le ragazze sono consapevoli del loro rapporto con la tecnologia e che, inoltre, segnalano la mancanza di adulti in grado di osservare, spiegare e guidare la loro presenza online, figure necessarie per esplorare insieme rischi e opportunità.

Se a questa consapevolezza aggiungiamo i risultati poco incoraggianti dei test sulla competenza digitale, diventa evidente che, più che vietare, diventa necessario offrire modelli adulti positivi in grado di accompagnare gli adolescenti verso un utilizzo consapevole e maturo della tecnologia.

Questa situazione acquista ancora più significato se consideriamo quanto i social media siano ormai centrali nella vita degli under 15/16: lo stesso studio registra altissime percentuali di iscrizione degli adolescenti ai principali social network come Whatsapp (99,8%), Instagram (94,9%), Youtube (89,5%) e TikTok (82,8%). L’onnipresenza di queste piattaforme conferma che concentrarsi esclusivamente sui pericoli più eclatanti e mediatici come pedopornografia, cyberbullismo, immagini violente rischia di generare panico morale, trascurando insidie quotidiane più concrete come la gestione del tempo online, la valutazione dell’affidabilità dei contenuti o la prevenzione di comportamenti di hate speech.

Competenza digitale e socialità: accompagnare gli adolescenti

Alla base di questa presenza costante online c’è un bisogno fondamentale, la socialità. Spesso i ragazzi e le ragazze cercano relazione, comunicazione e scambio con i coetanei. Per questo proteggerli a tutti i costi dai social media non equivale automaticamente a fare il loro bene.

Al contrario, occorre capire cosa li spinga a cercare costantemente la tecnologia: non è la rete a isolarli, ma il loro desiderio di connettersi e di stare in relazione.

Correlazione o causa-effetto?

Iniziative come quelle di Francia e Spagna sono talvolta incoraggiate da ricerche che indicano una correlazione tra la precoce esposizione ai social network e le difficoltà nell’apprendimento e nella socialità degli adolescenti, con possibili legami ad ansia (come emerge nello studio di Jonathan Haidt) o in casi estremi a tentativi di suicidio.

Tuttavia, queste indagini non dimostrano un rapporto di causa-effetto: dovremmo considerare anche che spesso, dove manca un adeguato accompagnamento adulto, l’esposizione agli schermi è più alta, suggerendo che la società e la famiglia influiscono in modo determinante sul benessere digitale dei giovani. I social media hanno un impatto reale, ma è difficile isolare la loro responsabilità diretta: gli effetti variano a seconda del contesto individuale, familiare e scolastico, rendendo complesso collegare in modo consequenziale ansia, isolamento o difficoltà di apprendimento esclusivamente all’uso di device tecnologici.

Il mito del divieto: perché proibire i social media non protegge gli adolescenti

L’adolescente cresce in un ambiente in cui gli schermi sono, inevitabilmente, presenti. Fin da quando era bambino, si è abituato a vedere adulti costantemente distratti dagli schermi e difficilmente è stato accompagnato a trovare una “dieta mediale” efficace. Da un lato, quindi, scoprono presto quanto sia gratificante incontrare gli schermi; dall’altro però si trovano di fronte a divieti. In questo paradosso è probabile che l’adolescente vada alla ricerca di strategie nascoste come usare i dispositivi di amici e amiche che non ricevono il divieto.

L’adulto che proibisce, pur sentendo di mettere il figlio al sicuro, corre il pericolo di non avere la percezione chiara di cosa realmente stia succedendo online. Vietare è una soluzione più facile rispetto all’iniziativa di favorire una graduale esplorazione: se decidiamo di esserci per i nostri figli anche durante la fruizione degli schermi, dobbiamo chiedere cosa sa il ragazzo o la ragazza dei social network e in generale dei dispositivi digitali, cercare di capire come si muove nelle sue navigazioni in rete.

Significa aiutarlo a interrogarsi sul funzionamento degli algoritmi, su come questi selezionino contenuti progettati per catturare l’attenzione e analizzare insieme i commenti o le discussioni online, individuando eventuali discorsi d’odio. Significa diventare fiduciosi, offrirgli la possibilità di sbagliare e esserci per aiutarlo a trovare strategie più efficaci. Tutto questo è molto diverso dal controllare che invece è spesso sinonimo di sorvegliare, creare sfiducia o assumere atteggiamenti da “spionaggio”.

Educare al digitale

Parlare di ‘educazione digitale’ è fuorviante: il punto è educare al digitale, cioè alla consapevolezza e all’uso critico della tecnologia. L’educazione è un processo umano e non passa dagli strumenti tecnologici, che servono semmai a trasmettere informazioni. Usare la preposizione “al” significa riconoscere che la dimensione digitale fa parte della vita quotidiana e offre linguaggi e possibilità che vanno conosciuti e compresi.

Educare al digitale significa favorire un rapporto consapevole, critico e creativo con la tecnologia, senza che questa diventi un mero anestetizzante o un semplice passatempo. Se utilizzati correttamente, i dispositivi digitali possono stimolare la curiosità, promuovere l’ascolto di sé e contribuire allo sviluppo del pensiero critico già dall’infanzia. In questa fase è possibile porre le basi della futura preparazione digitale: capire che i nuovi media non rappresentano la realtà ma una sua rappresentazione, riconoscere che non dovrebbero sostituire le relazioni interpersonali, comprendere che ciò che condividiamo online ha una persistenza molto maggiore delle parole pronunciate, e sviluppare altre consapevolezze via via più complesse.

La proposta culturale di Uppa: un’educazione al digitale condivisa

Per costruire un’educazione al digitale responsabile, adatta alle diverse fasce d’età, e per trasformare i social media da potenziale rischio a risorsa di apprendimento, creatività e relazione, devono collaborare sin dall’infanzia famiglie, scuole ed istituzioni.

Il ruolo della scuola e delle istituzioni

La scuola, che ha il “vantaggio” di raggiungere tutti e tutte, dovrebbe avere come sua vocazione quella di promuovere il pensiero critico, la problematizzazione e la capacità di dialogare. I saperi scientifici possono aiutarci a smascherare come i pregiudizi tendano a caratterizzare molti contenuti veicolati dai social network. Così come la scuola insegna a leggere, scrivere e fare di conto, oggi essa dovrebbe farsi carico di aiutare i ragazzi e le ragazze a padroneggiare i linguaggi multimediali che fanno sempre più parte della loro quotidianità. Dovrebbe insegnare ad interagire attivamente con l’intelligenza artificiale, facendo in modo che diventi una risorsa per arricchire il proprio modo di pensare. E non un apparente alleato a cui delegare compiti umani.

Se la scuola è l’attore principale, le istituzioni dovrebbero farsi motore e garante dell’alleanza educativa tra i contesti scolastici e familiari. Sul piano europeo, la Commissione lavora periodicamente all’aggiornamento del DigComp 3 del 2025 che è proprio un documento finalizzato a definire e a orientare le azioni educative verso la promozione di usi attivi, consapevoli, critici e creativi. Spesso i Comuni e altri Enti si stanno facendo carico di animare i citati “patti digitali”: credo siano tutte azioni lodevoli. Forse, anche a livello nazionale si potrebbe fare di più, a partire da indicazioni chiare del MIM. Le Nuove Indicazioni nazionali, pur insistendo sul potenziale delle tecnologie e pur mettendo in guardia dal rischio di usare male l’intelligenza artificiale, non identificano il tema dell’educazione al digitale come strutturale all’interno della scuola, né definiscono una sua articolazione “verticale” all’interno del curricolo. Un auspicio, invece, è che si possa pensare a percorsi di continuità che, partendo dal nido d’infanzia, arrivino fino alla formazione universitaria e sostengano anche gli adulti, sia negli ambiti professionali che in quelli personali, senza dimenticare la terza età.

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