Sotto uno dei miei ultimi post ho trovato, ancora una volta, il commento di qualcuno che si lamentava perché uno strumento che avevo citato si pagava. Non era una critica costruttiva, non era una domanda sul rapporto tra costo e beneficio. Era lo sfogo, purtroppo prevedibile, di chi considera qualsiasi software a pagamento una sorta di truffa.
Succede spesso, succede ai colleghi: basta consigliare uno strumento utile, fare un video di divulgazione, segnalare qualcosa che funziona, e arriva puntuale il commento che ti chiede quanti soldi hai preso, che ti accusa di marchetta, che insinua che dietro ci sia qualcosa di losco. Come se raccomandare qualcosa di valido fosse già di per sé sospetto.
Ho smesso di sorprendermi. Ho iniziato, invece, a rispondere.
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Perché la cultura del gratis rende sospetto il software a pagamento
La risposta è semplice: i cacciaviti non vengono regalati. Neanche i tagliaerba, le pentole, le stampanti, i pennelli. Gli sviluppatori che lavorano su questi strumenti hanno uno stipendio, i server costano, la ricerca costa. Ho anche qualche dubbio che i commentatori più indignati lavorerebbero volentieri gratis per OpenAI o per Google, ma questo è un altro discorso.
Quando si tratta di software, di piattaforme digitali, di strumenti AI, scatta però qualcosa di irrazionale: la convinzione che il digitale debba costare poco o niente, che chiedere un abbonamento mensile sia quasi un’aggressione al portafoglio.
Le radici della cultura del gratis nei social degli anni Duemila
Per capire da dove viene questa convinzione bisogna tornare indietro di qualche decennio. Il modello del gratis online esiste da quando esiste l’Internet commerciale: i primi portali, i motori di ricerca, le email gratuite degli anni Novanta hanno iniziato a costruire l’idea che la rete fosse un posto dove le cose non si pagano.
Ma è con l’arrivo dei social network che quella leggenda metropolitana è diventata cultura di massa. Facebook, YouTube, Instagram, il vecchio Twitter: piattaforme complete, disponibili su qualsiasi dispositivo, usate ogni giorno da miliardi di persone, apparentemente gratis.
Apparentemente, perché il prezzo c’era, e c’è ancora: avevano semplicemente spostato la forma del pagamento. Non si pagava in euro, si pagava con i dati, con l’attenzione, con la profilazione. Eravamo ospiti in casa loro, convinti di essere a casa nostra. Le aziende lo sapevano benissimo. Gli utenti, per lo più, no. E quella stagione ha lasciato una convinzione difficile da scalfire: che il digitale non si paghi, che chi chiede un abbonamento stia facendo qualcosa di sbagliato, che il prezzo giusto sia sempre e comunque zero.
Quando la cultura del gratis diventa aspettativa: lo zero come norma
Il paradosso è che quegli stessi utenti non mettono in discussione il fatto che le scarpe si paghino, che la palestra costi un abbonamento, che il caffè al bar abbia un prezzo. Potranno trovarlo alto, potranno scegliere il modello più economico, ma il concetto che quelle cose abbiano un valore è normale. Con il digitale scatta qualcosa di diverso: l’aspettativa che il prezzo di partenza sia zero, e che qualsiasi cifra sopra lo zero sia un’anomalia da contestare.
Ho lavorato in agenzia negli anni Novanta, e ricordo benissimo cosa si pagava allora per gli strumenti del mestiere. Photoshop costava circa due milioni di lire a licenza. QuarkXPress ne costava tre. Una postazione da agenzia completa arrivava facilmente sui dieci milioni.
E ogni aggiornamento significativo si pagava di nuovo, a prezzo pieno, perché non esisteva il concetto di abbonamento con aggiornamenti inclusi. Alcuni software, poi, venivano forniti con una chiave hardware da inserire fisicamente nel computer: senza quel dongle collegato alla porta seriale o parallela, il programma non partiva. Nessuno trovava la cosa particolarmente strana. Era semplicemente come funzionava. Nel 1996 ho comprato una postazione con cui lavorare: un Power Macintosh con monitor, scanner a colori, stampante e una QuickTake 200. L’ho pagata a rate per anni.
Abbonamenti e AI: cosa si paga oggi e perché sembra “troppo”
Oggi i principali assistenti AI stanno sui venti euro al mese, nella versione consumer, per utenti normali. Quasi tutti offrono anche un piano gratuito, ed è lì che molti si fermano, convinti di aver capito cosa vale lo strumento. In realtà stanno usando una versione ridotta, costruita per far capire che esiste, non per mostrare quello che sa fare davvero. Da lì nasce l’idea che l’AI non serva, che sia sopravvalutata, che non valga i soldi che chiedono.
Le piattaforme SaaS per grafica, presentazioni, editing video si aggirano tra i quindici e i trenta euro. Esistono strumenti per generare audio sintetico, voci, musica, persino video con attori digitali, che fino a pochi anni fa avrebbero richiesto budget da produzione professionale e oggi sono accessibili con un abbonamento mensile che costa meno di una cena. Con aggiornamenti continui inclusi, da qualsiasi dispositivo, senza installare niente, senza dongle. Il confronto con gli anni Novanta è impietoso, ma nessuno lo fa mai. Si preferisce lamentarsi della marchetta.
Il tribunale social e la cultura del gratis nei commenti
La lamentela in sé sarebbe gestibile. Il problema è quello che succede dopo. Conosco colleghi che pubblicano video di divulgazione curati, utili, gratuiti, costruiti con ore di lavoro e studio, e che si ritrovano i commenti invasi da qualcuno convinto che dietro ci sia chissà quale strano accordo.
Spesso la discussione regge, le persone in buona fede rispondono, si crea uno scambio che vale la pena leggere. Ma a volte il meccanismo si inceppa: arriva il primo commento aggressivo, poi un secondo che si accoda, e la conversazione smette di essere una conversazione. Chi aveva qualcosa di intelligente da dire preferisce non farlo, l’autore si trova a scegliere se rispondere e alimentare il fuoco o ignorare e sembrare colpevole. Non succede sempre, ma succede abbastanza spesso da essere un pattern riconoscibile.
Engagement tossico: quando la cultura del gratis alimenta l’algoritmo
Questa cosa funziona esattamente al contrario di come chi protesta immagina. Ogni commento indignato, ogni “quanti soldi ti hanno dato?” o peggio “kittipaga?” contribuisce a tenere vivo il post, a dargli visibilità, a farlo girare più a lungo. Le piattaforme non fanno differenza: praticamente contano entrambi come engagement, li trattano entrambi come segnale che quel contenuto è interessante. Chi si scalda pensando di punire il divulgatore gli sta in realtà facendo pubblicità. Non gratis, anzi: con il proprio tempo e la propria attenzione, che sono esattamente le valute che le piattaforme vendono agli inserzionisti.
Il post gira, l’algoritmo è contento. Ma qualche commento utile, qualche domanda intelligente, rimane sepolta sotto la valanga e non la trova quasi più nessuno.
Sonnambuli digitali: il riflesso automatico della cultura del gratis
Chi innesca questa dinamica ha un nome. Sono i Sonnambuli Digitali, e nella maggior parte dei casi non agiscono per malevolenza calcolata. È qualcosa di più automatico e per questo più difficile da correggere. Usano il digitale ogni giorno, spesso con una certa disinvoltura, ma senza sviluppare spirito critico su quello che fanno o su come reagiscono.
Non si chiedono se la loro accusa di marchetta sia fondata, non verificano, non cercano. Reagiscono per abitudine, per un’aspettativa delusa che si è calcificata negli anni.
La cosa più rivelatrice è che non cambia niente nemmeno quando il divulgatore risponde, spiega che non ha ricevuto niente da nessuno: l’accusa sopravvive alla smentita, perché nasceva da una convinzione. I fatti non c’entrano. Il gratis era la norma, chi chiede qualcosa rompe la norma, chi segnala quello che chiede qualcosa è complice. È una logica contorta, chiusa, impermeabile ai fatti, e, per questo, resistente.
Quando la cultura del gratis erode la condivisione della conoscenza
Io penso però che il rischio è più grande del singolo post rovinato. Internet è nata come strumento di condivisione della conoscenza: link ipertestuali, forum di aiuto reciproco, tutorial scritti da qualcuno che aveva imparato qualcosa e voleva trasmetterlo. Quella vocazione si sta erodendo.
Ci sono ancora molte persone che hanno bisogno di capire come funziona il digitale, che cercano informazioni utili, che trovano valore in un video ben fatto o in un articolo onesto.
E ci sono ancora persone disposte a produrre quei contenuti, spesso senza guadagnarci niente. Ma se ogni volta che qualcuno condivide qualcosa di utile rischia di trovarsi sotto processo, a un certo punto smette. E quello spazio lo occupa qualcun altro: contenuti costruiti per non disturbare nessuno, che non dicono niente di rilevante, che non provocano shitstorm proprio perché non hanno niente da offrire.
La divulgazione digitale onesta è già abbastanza difficile. Non ha bisogno di altre complicazioni. E io, io sono stanco.










