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Orchestrare gli agenti AI: le scelte da fare in azienda



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I grandi vendor tech convergono verso architetture di orchestrazione degli agenti AI. Le imprese italiane, spesso per inerzia contrattuale, stanno delegando una scelta strategica cruciale. Chi controlla il contesto operativo degli agenti controlla la qualità delle decisioni aziendali nel prossimo decennio

Pubblicato il 24 apr 2026

Fabio Lalli

ceo ICONICO | Innovation & Digital Transformation



OpenAI Frontier ai basata su agenti Agenti AI in azienda
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La scelta degli orchestratori AI enterprise è oggi una delle decisioni più rilevanti che un’organizzazione possa affrontare. Non perché la tecnologia sia matura o i mercati definiti — tutt’altro — ma perché è proprio nell’incertezza di questa fase che si costruisce, o si perde, il vantaggio competitivo del prossimo decennio. Il testo che segue analizza la dinamica in atto tra i grandi vendor globali e il ritardo con cui le imprese italiane stanno leggendo questa partita.

La convergenza narrativa dei big tech non è un caso

Avete notato come tutte le grandi piattaforme stiano usando le stesse parole nello stesso momento? Control plane. Control tower. AI operating system. La convergenza narrativa dei grandi vendor enterprise, da Microsoft a ServiceNow a Salesforce, non è casuale e non è imitazione reciproca. È il segnale che una partita si sta chiudendo, e che molte organizzazioni italiane sono ancora in tribuna mentre si assegnano i posti a sedere.

Microsoft, ServiceNow e la domanda che nessuno si pone

Ho condiviso riflessioni recentemente in diversi eventi di come Microsoft stia trasformando Copilot da assistant a sistema operativo del knowledge work, e di come ServiceNow stia costruendo un layer di orchestrazione che ambisce a diventare il control tower di tutti gli agenti AI in azienda, inclusi quelli degli altri vendor. I due pezzi raccontano mosse diverse dello stesso gioco. Quello che non ho ancora nominato è la domanda che sta sotto: chi, nelle organizzazioni italiane, sta decidendo chi governerà la loro intelligenza operativa nei prossimi dieci anni?

Chi, nelle organizzazioni italiane, sta decidendo chi governerà la loro intelligenza operativa nei prossimi dieci anni?

Perché se quella domanda non se la sta ponendo nessuno, la risposta arriverà comunque, per inerzia, attraverso i rinnovi contrattuali e le abitudini consolidate.

Il contesto come infrastruttura del vantaggio competitivo

Per capire perché la governance degli agenti AI è una questione strategica e non solo tecnologica, conviene partire da cosa fa davvero un agente AI nel contesto operativo di un’organizzazione. Non risponde a domande. Agisce: prepara documenti, avanza task, connette informazioni provenienti da sistemi diversi, genera output su cui le persone prendono decisioni. E lo fa dentro un contesto, quello della piattaforma che lo ospita, che determina cosa può vedere, cosa può toccare, cosa può ricordare.

Questo contesto non è neutro. È fatto di permessi, di dati, di storia operativa, di relazioni tra persone e sistemi. Chi controlla quel contesto controlla, di fatto, la qualità delle decisioni che l’organizzazione è in grado di prendere. O, per dirla in parole più spicciole: l’intelligenza dell’agente è alta quanto è ricco il contesto in cui opera, e quel contesto appartiene alla piattaforma, non all’azienda che la usa.

Chi ha il contesto ha il vantaggio

È esattamente su questo punto che si gioca la competizione tra i grandi vendor. Microsoft costruisce Work IQ come layer che aggrega il contesto già presente in Microsoft 365: email, calendari, documenti, conversazioni, versioni. ServiceNow costruisce un modello dati unificato che attraversa IT, HR, CRM, supply chain, con l’obiettivo di diventare il punto di governo di tutti i flussi operativi. Le due architetture sono diverse, ma il principio è identico: chi ha il contesto ha il vantaggio.

Dal dato al contesto accumulato: il lock-in invisibile

C’è qualcosa che i vendor non dicono mai nelle presentazioni, e che i CIO e i CEO dovrebbero invece mettere al centro della valutazione. Più un’organizzazione costruisce i propri processi sopra un orchestratore di agenti, più il costo di uscire da quell’orchestratore cresce in modo non lineare.

Non è una questione di migrazione tecnica dei dati, che è complessa ma quantificabile. È una questione di contesto accumulato: gli agenti, lavorando, costruiscono storia, imparano pattern, generano output interconnessi che diventano input di altri agenti. Dopo dodici o ventiquattro mesi di uso intensivo, quell’ecosistema di conoscenza operativa non è esportabile. È proprietà della piattaforma, non dell’organizzazione.

Se ci pensiamo, è lo stesso meccanismo che ha reso così difficile abbandonare Facebook per chi aveva dieci anni di relazioni, fotografie e memoria sociale lì dentro, o smettere di usare una piattaforma di running tracking dopo anni di dati di allenamento. Il lock-in non è mai nel contratto: è nel contesto accumulato. Con gli agenti AI, questo meccanismo agisce sui processi operativi critici di un’organizzazione, non sui ricordi personali. La posta in gioco è proporzionalmente più alta.

Il ritardo italiano non è tecnologico, è strategico

Le imprese italiane, e in particolare il sistema delle medie imprese che costituisce la spina dorsale dell’economia del paese, non sono in ritardo sull’AI per mancanza di risorse o di competenze tecniche. Sono in ritardo su una domanda di governance: chi, in azienda, ha il mandato e la visione per scegliere l’architettura AI con cui lavorerà la prossima decade?

In molte organizzazioni quella scelta non è ancora percepita come tale. Si compra un abbonamento Microsoft 365 Copilot perché c’è già Microsoft 365, si prova un agente ServiceNow perché la piattaforma è già in casa per l’IT service management, si attiva Agentforce perché si usa già Salesforce per il CRM. Decisioni ragionevoli, prese per inerzia, che nel medio termine diventano scelte architetturali difficili da rinegoziare.

Il problema non è la scelta in sé: qualsiasi piattaforma tra quelle disponibili oggi può funzionare bene se adottata con consapevolezza. Il problema è l’assenza di un framework decisionale che tratti l’orchestratore di agenti AI come ciò che è: un’infrastruttura critica, con implicazioni di governance, sovranità dei dati, continuità operativa e costi di switch, esattamente come un ERP o un sistema di CRM ventitré anni fa.

La finestra si sta chiudendo: scegliere ora o subire dopo

Il mercato degli orchestratori AI enterprise è ancora in formazione. Le architetture si stanno consolidando, i modelli di pricing stanno emergendo (dal per-seat al per-outcome degli agenti), gli standard di interoperabilità tra agenti sono ancora in discussione. Siamo in quel momento, tipico di ogni ciclo tecnologico, in cui le scelte si fanno più facilmente perché i costi di switch sono ancora contenuti e le alternative sono ancora reali.

Tra ventiquattro mesi, probabilmente, molte di queste scelte saranno già fatte, per deliberazione o per inerzia. Le organizzazioni che avranno scelto consapevolmente il proprio orchestratore avranno costruito una relazione con quel vendor da una posizione di forza, con clausole di portabilità dei dati, SLA sull’accesso al contesto operativo, governance interna dell’AI che tiene. Le organizzazioni che avranno subito la scelta si troveranno a negoziare da una posizione di dipendenza.

La differenza tra i due scenari non dipende dalla tecnologia disponibile. Dipende dalla qualità della conversazione che i business leader italiani stanno avendo adesso, e da chi la sta guidando all’interno delle loro organizzazioni.

Una scelta per consapevolezza, non per inerzia

Non esiste la scelta giusta in assoluto tra i diversi orchestratori AI disponibili. Esiste la scelta giusta per una specifica organizzazione, in un momento specifico, con una strategia specifica. Quello che distingue una scelta consapevole da una per inerzia è la qualità delle domande che si fanno prima di decidere.

Alcune domande che raramente vengono poste, e che invece dovrebbero essere centrali: dove vive oggi il baricentro del lavoro cognitivo, in quali sistemi è concentrato il contesto operativo che un agente dovrebbe usare? Quali processi, se orchestrati da agenti, genererebbero il valore più misurabile nel breve termine? Cosa succederebbe, tra tre anni, se volessimo cambiare orchestratore, e qual è il costo reale di quella transizione? Chi, in azienda, ha la visione trasversale necessaria per rispondere a queste domande, e chi ha il mandato per tradurre le risposte in scelte architetturali?

Queste non sono domande tecniche. Sono domande strategiche, e appartengono all’agenda del CEO e del board, non solo del CIO. Il fatto che in molte organizzazioni italiane siano ancora confinate nella funzione IT è probabilmente il segnale più chiaro del rischio che stiamo correndo.

Il ruolo dell’agenda digitale nella partita degli agenti AI

C’è un’ultima dimensione di questa storia che riguarda il sistema-paese, e che mi sembra sottorappresentata nel dibattito pubblico italiano sull’AI. La concentrazione del mercato degli orchestratori AI enterprise in mano a tre o quattro grandi piattaforme americane non è una questione solo di competizione commerciale. È una questione di dove risiederà il controllo dell’intelligenza operativa delle organizzazioni italiane, pubbliche e private, nei prossimi anni.

Il tema della sovranità digitale, che è stato al centro di molte discussioni negli ultimi anni soprattutto in ambito cloud e dati, si ripropone con una complessità maggiore nel contesto degli agenti AI, perché l’intelligenza operativa non è solo un dato statico da proteggere, è un processo dinamico che si costruisce nel tempo, dentro piattaforme che appartengono ad altri.

Non sto sostenendo che le imprese italiane debbano rinunciare alle piattaforme migliori disponibili sul mercato globale, sarebbe ingenuo e controproducente. Sto sostenendo che la scelta di quale orchestratore adottare, su quali processi, con quali garanzie contrattuali di portabilità e governance, è una decisione che dovrebbe essere presa con lo stesso livello di attenzione strategica che si riserva alle scelte infrastrutturali critiche. E che su questo il sistema-paese, attraverso le associazioni di categoria, le università, le istituzioni che presidiano l’agenda digitale italiana, potrebbe fare molto di più per supportare le imprese che non hanno ancora gli strumenti per affrontarla.

La partita degli agenti AI si gioca adesso, dentro le organizzazioni, una scelta alla volta. Il modo in cui la giochiamo determinerà, più di qualsiasi altro fattore tecnologico, la capacità delle imprese italiane di trarre vantaggio dall’intelligenza artificiale nei prossimi anni invece di subirla.

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