Negli ultimi anni l’Intelligenza Artificiale è entrata stabilmente nelle strategie delle imprese. Non più come promessa futuribile, ma come tecnologia concreta, già disponibile e in grado di incidere su processi, modelli organizzativi e scelte decisionali.
Eppure, a fronte di una crescente attenzione e di investimenti significativi, molte aziende continuano a incontrare difficoltà nel tradurre l’AI in valore reale. Il problema, sempre più spesso, non è tecnologico. È formativo.
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Perché senza formazione l’intelligenza artificiale non genera valore
Le evidenze raccolte dal Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum indicano con chiarezza che l’Intelligenza Artificiale rappresenta il principale driver di trasformazione per il business nei prossimi anni, ma allo stesso tempo segnalano come il gap di competenze sia la barriera più rilevante alla sua adozione efficace. Le imprese dichiarano di faticare nel reperire sul mercato profili con competenze avanzate in ambito AI e data-driven, ma anche nel riqualificare le competenze interne in modo sistemico e continuativo.
Questo scarto si traduce spesso in sperimentazioni isolate, proof of concept che non scalano, iniziative che rimangono confinate a pochi team tecnici e che faticano a entrare nei processi core dell’organizzazione.
In molti casi l’AI viene introdotta come strumento aggiuntivo, più che come fattore di trasformazione. Si innesta su processi esistenti senza metterli realmente in discussione, oppure viene delegata a figure specialistiche senza coinvolgere il management e le funzioni operative. È qui che emerge con forza il tema della formazione: senza una diffusione delle competenze, l’AI rischia di rimanere una tecnologia potente ma marginale, incapace di incidere sulle decisioni e sui risultati.
Formazione e intelligenza artificiale nell’AI Act: oltre la sola compliance
In questo contesto si colloca l’AI Act europeo, che introduce per la prima volta un principio esplicito: l’uso dell’Intelligenza Artificiale richiede una formazione adeguata delle persone coinvolte. È un passaggio significativo, perché riconosce che la governance dell’AI non può essere affidata esclusivamente a soluzioni tecniche o a controlli normativi ex post.
I limiti di una formazione solo difensiva e standardizzata
Tuttavia, esiste un rischio concreto: che l’obbligo formativo venga interpretato in modo riduttivo, come un adempimento necessario per limitare il rischio legale. Corsi standardizzati, moduli e-learning generici, attestati che certificano la partecipazione più che l’acquisizione di competenze reali possono soddisfare la compliance, ma difficilmente aiutano le organizzazioni a utilizzare l’AI in modo efficace e responsabile.
Dal rischio alla strategia: integrare l’AI nella cultura aziendale
Se la formazione resta confinata a una logica difensiva, l’AI continuerà a essere percepita come un fattore di rischio da gestire, più che come un’opportunità da valorizzare. La sfida, invece, è trasformare l’obbligo normativo in una leva strategica.
La formazione deve diventare uno strumento per integrare l’AI nella vita quotidiana delle imprese, nei processi decisionali, nei modelli organizzativi e nella cultura aziendale. Questo significa aiutare le persone a comprendere non solo come funziona l’AI, ma come influisce sul modo in cui si prendono decisioni, si allocano responsabilità, si progettano servizi e prodotti.
Competenze ibride e formazione sull’intelligenza artificiale in azienda
Uno degli elementi che emerge con maggiore forza dalle analisi internazionali è la necessità di superare una visione esclusivamente tecnica delle competenze. Le competenze STEM restano centrali, ma da sole non sono sufficienti. Servono competenze ibride, capaci di collegare tecnologia, dati e algoritmi con la comprensione dei contesti organizzativi, economici e sociali.
Competenze tecniche, soft skill e lavoro interdisciplinare
Pensiero critico, capacità di interpretazione, comprensione degli impatti etici e sociali dell’AI, attitudine al lavoro interdisciplinare diventano fattori determinanti per il successo dei progetti. Lo stesso Future of Jobs Report evidenzia come le competenze in crescita combinino dimensioni tecnologiche e umanistiche, confermando che l’adozione dell’AI è prima di tutto una trasformazione culturale, non solo tecnologica.
Formazione lungo il ciclo di vita dei progetti di AI
Questa prospettiva implica anche un ripensamento dei modelli di reskilling e upskilling. Non si tratta semplicemente di “insegnare l’AI”, ma di costruire percorsi che mettano le persone nelle condizioni di usarla in modo consapevole, critico e contestualizzato. La formazione deve accompagnare l’intero ciclo di vita dell’AI: dalla definizione dei casi d’uso alla valutazione dei rischi, dall’integrazione nei flussi operativi alla misurazione dell’impatto generato. In questo senso, la formazione diventa parte integrante della strategia di adozione dell’AI, non un’attività accessoria.
IFAB e i nuovi modelli di apprendimento per imprese e talenti
È in questa direzione che si collocano le esperienze formative più efficaci, basate sull’apprendimento attraverso problemi reali e sulla contaminazione tra discipline diverse.
Next Generation Talents e il ponte tra aula e contesto produttivo
Il lavoro svolto da IFAB si inserisce proprio in questo spazio, mettendo in relazione imprese, studenti e professionisti con background differenti e accompagnandoli nello sviluppo di soluzioni di Intelligenza Artificiale applicabili e sostenibili. Attraverso attività di formazione, reskilling e iniziative come Next Generation Talents, IFAB sperimenta modelli che riducono la distanza tra aula e contesto produttivo, favorendo l’incontro tra competenze tecniche e competenze trasversali.
Lavorare su casi reali per “mettere a terra” l’AI
Queste esperienze mostrano come la formazione diventi realmente trasformativa quando l’AI non è trattata come un oggetto astratto, ma come uno strumento da integrare all’interno di vincoli concreti: industriali, normativi, organizzativi e culturali. Lavorare su casi reali, confrontarsi con le complessità delle imprese, misurare l’impatto delle soluzioni sviluppate consente di costruire competenze che restano nel tempo e che possono essere riutilizzate in contesti diversi. È in questo spazio che si crea la capacità di “mettere a terra” l’AI, evitando che resti confinata a iniziative episodiche o a competenze di nicchia.
Formazione e intelligenza artificiale come leva di competitività per le imprese
Investire nella formazione sull’Intelligenza Artificiale non è quindi solo una risposta a un obbligo normativo, né un tema delegabile esclusivamente alle funzioni HR o IT. È una scelta strategica che incide sulla competitività delle imprese, sulla qualità delle decisioni e sulla capacità di innovare in modo responsabile.
La vera sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente essere compliant rispetto alle regole sull’AI, ma saperle trasformare in un vantaggio competitivo. Passare dalla compliance all’impatto significa riconoscere che senza una formazione profonda, continua e interdisciplinare, l’Intelligenza Artificiale rischia di restare una tecnologia potente ma inespressa. Con la formazione giusta, può invece diventare uno dei principali motori di trasformazione del sistema produttivo.











