La Cina punta all’autarchia tecnologica, che significa per l’Italia - Agenda Digitale

l'analisi

La Cina punta all’autarchia tecnologica, che significa per l’Italia

La Cina ha manifestato l’intenzione di diventare indipendente nella produzione tecnologica e di innovazione, ma i dubbi sulla fattibilità di tale strategia restano. L’Italia, dal canto suo, ha già disposto un piano di collaborazione nell’ambito della scienza e della tecnologia con Pechino. Lo scenario

02 Dic 2020
Stefano Sartorio

Vicepresidente di Mondo Internazionale

La Cina mira all'”autarchia tecnologica” (o “self sufficiency” in inglese): è uno degli aspetti che ha più colpito la comunità internazionale, tra quelli emersi nell’ultimo incontro tra le più alte cariche dello Stato cinese tenutosi tra il 26 ed il 29 ottobre.

È chiaro come questa affermazione emersa dal “plenum” che ha rilasciato delle prime linee guida per il futuro del paese abbia preoccupato gli osservatori internazionali.

Da una parte, non è possibile sapere quanto il paese intenda davvero diventare indipendente nella produzione tecnologica e di innovazione. Dall’altra, i dubbi sulla fattibilità di tale strategia risultano difficili da chiarire.

L’autosufficienza tecnologica della Cina, il partito e la tecnologia

Il tema non è del tutto nuovo. Entro la fine del 2020 la Cina avrà costruito, in un percorso che continua dal 2018, ben 700 laboratori (supportati dal governo) che si concentreranno sulle sperimentazioni delle “tecnologie più avanzate al mondo”. Lo stesso Xi Jinping, durante il suo viaggio del 18 maggio nella provincia del Jiangxi ha sottolineato come solo possedendo la facoltà di produrre la propria tecnologia il paese potrà vincere la battaglia della competitività. Certamente, l’intensificarsi degli scontri con gli Stati Uniti rendono queste parole ancora più di valenza strategica. Questo viene confermato anche da Reuters che ad agosto di quest’anno riportava l’intenzione del governo cinese di contare su una maggiore domanda interna per sostenere il mercato e lo sviluppo tecnologico (anche se le catene di approvvigionamento saranno ancora dipendenti dall’estero). È proprio da questo concetto che nasce la “Doppia circolazione” presentata durante il quinto plenum del Partito Comunista Cinese. Essa sarà strutturata in due processi: il ciclo interno, incentrato sullo sviluppo della produzione e dei consumi interni e principale catalizzatore per far progredire l’economia. Il ciclo internazionale, che continuerà a basarsi sul commercio estero e sugli investimenti.

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L’intenzione di non tagliare le relazioni con gli investitori esteri non sembra quindi essere messa in dubbio. La domanda sembra invece essere quanto la Cina potrà essere in grado di sviluppare o acquisire le tecnologie necessarie per raggiungere i suoi obiettivi strategici. Ed è proprio in questo frangente che il termine “Self reliance” o “autosufficienza” permette forse di interpretare più accuratamente quale possa essere l’idea del paese su questo tema.

L’espressione non è nuova nel linguaggio del Partito. Usata da Xi Jinping nel quinto plenum, essa ha avuto un ruolo importante durante altre epoche politiche: quella di Mao Zedong (sottolineando la visione opposta a quella di Chang Kai Shek nel dipendere dagli aiuti militari americani); di Deng Xiaoping (l’idea che Pechino avrebbe usato il commercio estero, gli investimenti, la tecnologia e le competenze per migliorare l’industria nazionale, rafforzare l’economia cinese e la legittimità popolare del PCC); di Hu Jintao (attraverso la strategia nazionale della “Indigenous innovation”). L’obiettivo? Ridurre al minimo la dipendenza economica della Cina da qualsiasi paese o blocco. Anche all’interno della politica di Xi Jinping, l’autosufficienza può avere l’obiettivo di mantenere salda la presa sul paese, cercando di controllare il più possibile il proprio potere di iniziativa. Non sarebbe quindi un vero obiettivo autarchico ma una direttrice strategica che punta a mantenere le redini del paese in un ambito che rischia di porlo sotto stress. Lo stesso ministro per la Scienza e la Tecnologia, Wang Zhigang, ha ribadito “dobbiamo migliorare la nostra capacità di creare in modo indipendente perché non possiamo continuare a chiedere o acquistare tecnologie di base (leggi “chiave”) da altri.”

Dove la Cina cercherà di fare da sola

Come delineato dal focus del Think Tank Competere, all’interno dei settori nei quali la Cina vuole raggiungere l’autosufficienza, ci sono tre macroaree chiave: i semiconduttori, le batterie per i nuovi veicoli elettrici (N.E.V.) e i droni (o velivoli senza pilota).

Il settore dei semiconduttori è molto importante. Il paese già da mesi sta investendo nello sviluppo autoctono di questa tecnologia.

Questo in particolare da quando la guerra commerciale con gli Stati Uniti si è intensificata, con sanzioni da parte del governo Trump all’azienda cinese SMIC. I semiconduttori avranno un ruolo chiave nella Quarta Rivoluzione Industriale. In questo caso, la Cina sembra conquistare facilmente la maggior parte della quota di mercato quando si tratta di computer e smartphone, tuttavia, la maggior parte delle parti principali che compongono i prodotti sono ancora prodotte al di fuori del paese (Stati Uniti e Corea del Sud). Le strategie messe in atto da Pechino per l’acquisizione di maggiori capacità tecnologiche a riguardo si articolano in:

  • acquisizioni di aziende e tecnologia dall’estero;
  • joint venture e collaborazioni tra imprese nazionali e imprese straniere;
  • acquisizione di talenti.

Per quanto riguarda le batterie per i N.E.V., la maggior parte sono importate dalla Corea del Sud e dal Giappone. Ci sono aziende cinesi di batterie che hanno fatto passi da gigante nella produzione di nuovi prodotti necessari per le loro aziende nazionali (come BYD). Ma le imprese cinesi non hanno altra scelta se non quella di importare la maggior parte delle loro batterie da LG Chemical e Panasonic a causa della elevata produzione annuale. Xiang Ligang, direttore generale della Information Consumption Alliance con sede a Pechino, ha delineato questa catena globale di approvvigionamento: “Il Giappone fornisce i materiali, la Corea del Sud produce semiconduttori e display e la Cina assembla i dispositivi finali utilizzando questi input, che vengono venduti in tutto il mondo”. Considerando l’alleanza del Giappone con gli Stati Uniti, la sicurezza dei materiali necessari per la produzione di batterie e semiconduttori diventa una priorità urgente.

Infine, l’importanza dei droni (a tal punto da essere inseriti nei tre elementi strategici menzionati) è relativa alla commistione tra le telecomunicazioni e l’Intelligenza Artificiale. Oltre ad una notevole utilità dal punto di vista militare. Ad oggi il paese possiede l’80% della quota di mercato globale. Tuttavia, la maggior parte dei componenti provengono dall’estero (dagli USA). In combinazione con le sanzioni degli Stati Uniti sui droni cinesi, ecco di nuovo l’importanza di perseguire l’autosufficienza.

Le opportunità per l’Italia

L’Italia ha già disposto un piano di collaborazione nell’ambito della scienza e della tecnologia con la Cina. Il Protocollo Esecutivo di cooperazione scientifica e tecnologica tra Italia e Cina per il triennio 2019-2021 è stato siglato dall’ambasciatore Ettore Sequi nel 2019. Nel “Piano d’Azione verso il 2025”, pubblicato nel dicembre dello stesso anno, sono presentati gli 8 settori nei quali i due paesi possono cooperare con reciproco beneficio.

L’Italia ha il potenziale per essere un hub tecnologico, approfittando degli investimenti cinesi per colmare il suo gap con gli altri paesi europei. Huawei ha appena concluso lo Smart City Tour in Italia, con l’obiettivo di essere l’ente in grado di costruire una reta nazionale ed internazionale per lo sviluppo nel settore in Italia. Anche Tik Tok ha appena aperto una nuova filiale a Milano, con l’obiettivo di espandersi anche in altri paesi del sud Europa. Questo avviene nonostante le ripetute attenzioni del Copasir. Cooperare con la Cina nell’ambito dell’innovazione potrebbe velocizzare alcuni processi ma è essenziale che il paese sia cosciente delle dinamiche di sicurezza, oltre che geopolitiche.

L’Italia è ricca di opportunità di crescita innovative, ma è composta anche per il 90-95% di PMI. Questa caratteristica rende le imprese del paese molto dinamiche ma ostacola anche un’evoluzione economica importante a causa di una forte esigenza di investimenti. Le imprese italiane sono ormai sempre più propense ad accettare nuove partnership con aziende straniere in grado di offrire asset produttivi e tecnologici. La Cina può costruire una collaborazione di successo con le PMI italiane ma anche con le università, scambiando un prezioso know how e accelerando i processi di innovazione.

L’Italia deve rimanere inserita in un contesto multilaterale, per la sua natura di Paese esportatore di beni, conoscenze e servizi. La Cina sta inoltre sperimentando una crescita della sua domanda interna per tali beni, pur godendo di un rapporto preferenziale con l’Italia grazie alla sua importante collocazione nel quadro dell’iniziativa Belt and Road Initiative nel sud Europa. Per assicurare una collaborazione duratura però, è necessario che la Cina continui a progredire nelle leggi sulla proprietà intellettuale. In caso contrario, sarà difficile impegnarsi in una cooperazione reciproca positiva che possa davvero stimolare l’innovazione.

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