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Modello 231 nella filiera della moda: il nuovo valore giuridico del Made in Italy



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La filiera della moda italiana resta forte ma fragile, perché concentra valore, reputazione e vulnerabilità organizzative. In questo quadro il Modello 231 non è più solo difesa, ma uno strumento di governo che rende verificabili responsabilità, controlli e condizioni reali di produzione

Pubblicato il 22 apr 2026

Lara Conticello

Equity Partner di RSM S.p.A.



Modello 231 nella filiera della moda
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Il Modello 231 diventa oggi uno strumento decisivo per leggere il rapporto tra competitività, legalità e governo della catena produttiva nella filiera della moda, soprattutto quando il Made in Italy si misura con tracciabilità, responsabilità e tenuta organizzativa.

Filiera della moda italiana tra reputazione e fragilità organizzativa

La filiera della moda italiana resta un ecosistema industriale ad alta intensità di reputazione e ad alta fragilità organizzativa. I dati più consolidati descrivono la filiera come un sistema da circa 60 miliardi di euro, composto da un nucleo ristretto di grandi imprese e da una platea ampia di PMI collocate nei livelli più profondi della catena di fornitura, dove si concentrano variabilità operativa, asimmetrie contrattuali e opacità documentale.

Secondo le più recenti elaborazioni di Sistema Moda Italia e ISTAT, il comparto tessile-abbigliamento-calzature rappresenta oltre il 10% del manifatturiero nazionale e genera più del 40% del valore attraverso esportazioni, con una filiera produttiva che coinvolge decine di migliaia di imprese, prevalentemente PMI e subfornitori specializzati.

Sul piano sociale e occupazionale, la moda non è soltanto “creatività”: è manifattura, logistica, servizi, terzisti, subfornitura. Le proiezioni di scenario più pessimistiche legano l’assenza di un rafforzamento dei presìdi di legalità e di un piano industriale a una possibile contrazione significativa del tessuto produttivo e degli addetti. Questo tipo di stima è controverso per definizione, ma intercetta un punto reale: nelle filiere lunghe, il rischio non è l’episodio, è la normalizzazione della zona grigia.

Il “Made in Italy” come questione giuridica, non identitaria

Negli ultimi anni il Made in Italy è entrato in una fase nuova: non è più soltanto un marchio-valore, è un’asserzione implicita di tracciabilità e di condizioni di produzione compatibili con standard minimi di legalità. Quando emergono fenomeni ricorrenti di lavoro povero, uso distorto di cooperative, appalti irregolari, subappalti non autorizzati e opifici non conformi, il punto critico non è la singola violazione. Il punto critico è il modello di governo della catena del valore.

Nel dibattito pubblico italiano, un ruolo propulsivo lo hanno avuto indagini e iniziative della Procura di Milano che hanno portato a leggere la filiera non come sequenza di contratti, ma come architettura di incentivi: prezzo, tempi, controlli, responsabilità. Questa lettura sposta il baricentro dalla colpa individuale al deficit organizzativo, con un effetto culturale immediato: se il vantaggio competitivo discende da compressione dei diritti e deresponsabilizzazione del committente, il Made in Italy perde consistenza prima sul piano giuridico-organizzativo, poi su quello reputazionale.

Il lavoro povero non è un incidente. Qui si inserisce un concetto-chiave delle Linee guida OCSE e della relativa due diligence secondo l’approccio risk-based adottato a livello internazionale: il superamento del decoupling, la dissociazione tra policy dichiarate e prassi operative reali. Nelle filiere complesse, il decoupling è favorito da tre leve: frammentazione contrattuale, distanza informativa e controlli meramente documentali. La due diligence “robusta” richiede invece un ciclo continuo di identificazione, prevenzione, mitigazione e rendicontazione, esteso a fornitori e subfornitori, anche in assenza di controllo diretto, quando esiste leva contrattuale o commerciale.

D.Lgs. 231/2001, responsabilità dell’ente e governo dei processi

In questo scenario, il Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo ex D.Lgs. 231/2001 tende a essere frainteso se lo si riduce a “scudo difensivo”. L’evoluzione applicativa del sistema spinge in direzione opposta: il Modello vale quando interferisce con i processi, quando rende tracciabile la responsabilità, quando modifica gli incentivi e produce evidenza verificabile.

Nel perimetro filiera-moda, il reato di riferimento, sul versante lavoro, è l’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro (art. 603-bis c.p.), rilevante anche per la responsabilità dell’ente tramite l’art. 25-quinquies del D.Lgs. 231/2001. È un punto tecnico essenziale: la filiera non può trattare lo sfruttamento come “tema HR” o “tema CSR”, perché il rischio è penal-economico, con impatti su continuità contrattuale, misure interdittive, affidabilità verso stakeholder finanziari. Accanto ai profili lavoro, le distorsioni di filiera generano anche esternalità fiscali e contributive: sottofatturazione, somministrazione illecita, false cooperative, dumping contrattuale, opacità nei flussi di pagamento. Le relazioni istituzionali sul sommerso e sull’evasione richiamano esplicitamente, in più punti, economia non osservata, lavoro nero e “illecite esternalizzazioni di manodopera” come aree di attenzione. In filiera, questi elementi non sono laterali: spesso sono il modo in cui l’illegalità si finanzia e si mimetizza.

Alcune realtà del settore hanno iniziato a integrare la governance di filiera nei sistemi 231 introducendo vendor rating legati non solo a qualità e prezzo, ma a indicatori di legalità operativa: audit periodici sui subfornitori, tracciabilità digitale delle fasi produttive, obblighi contrattuali di disclosure sui subappalti e meccanismi premiali per i fornitori compliant. L’esperienza mostra che, quando questi presìdi sono accompagnati da politiche di prezzo coerenti, il rischio reputazionale e legale si riduce sensibilmente.

Dal Modello 231 “in azienda” al Modello 231 “di filiera”: cosa cambia davvero

Se l’obiettivo è rendere la legalità una condizione di accesso al mercato, il Modello 231 deve uscire dalla logica “interna” e diventare architettura di filiera. Non serve retorica. Serve ingegneria organizzativa, con leve contrattuali, controlli intelligenti e responsabilità esplicite.

Un impianto di filiera credibile, orientato alla prevenzione reale, ruota su pochi cardini operativi:

  • segmentazione del rischio fornitori, con criteri oggettivi (geografia, tipologia lavorazione, uso subappalto, intensità di manodopera, storico non conformità), aggiornati periodicamente;
  • qualificazione e permanenza dei fornitori subordinate a requisiti minimi verificabili (regolarità contributiva, trasparenza appalti, divieto di subappalto non autorizzato, presìdi HSE minimi);
  • clausole che rendano praticabile la governance: audit anche “a sorpresa”, accesso documentale esteso, tracciabilità dei passaggi produttivi, obbligo di notifica di subfornitura;
  • controlli sostanziali, non solo documentali: ispezioni in sito, incroci “forensi” di evidenze (ore lavorate, consumi energetici, turnazioni, capacità produttiva, coerenza volumi/tempi);
  • allineamento economico: prezzi e lead time compatibili con costo della compliance, con meccanismi di revisione in caso di incremento obblighi e standard;
  • flussi informativi strutturati verso OdV e funzioni di controllo, con KPI di filiera e gestione delle non conformità;
  • rimedi progressivi: piani correttivi con scadenze e verifiche, sospensione, terminazione, gestione ordinata del change of supplier per evitare trasferimento del rischio “altrove”;

Questo set di presìdi ha una conseguenza scomoda: rende evidente la catena decisionale. Quando un appalto scende di prezzo o si accorcia un lead time, qualcuno decide. Un Modello 231 che funziona registra quel “qualcuno”, gli chiede una valutazione di rischio, crea evidenza, pone un vincolo. È qui che la compliance smette di essere costo reputazionale e diventa disciplina manageriale.

Modello 231 nella filiera della moda e funzione probatoria della tecnologia

Le iniziative di piattaforma e protocolli di filiera hanno valore se trattano la tecnologia come infrastruttura probatoria e abilitante, non come alibi. La firma di un protocollo può avere un effetto performativo rilevante: fissa aspettative, riduce ambiguità, crea un linguaggio comune di requisiti minimi. Il salto di qualità arriva quando la piattaforma diventa archivio vivo di evidenze: qualifiche, audit, non conformità, piani correttivi, tracciabilità dei passaggi, e allarmi in caso di deviazioni.

Il nodo del Made in Italy, oggi, è industriale e giuridico. Se la filiera regge solo comprimendo diritti e scaricando responsabilità, il marchio perde base fattuale. Se la filiera integra la legalità nel conto economico, crea un Made in Italy verificabile, difendibile, assicurabile, finanziabile.

Il D.Lgs. 231/2001, letto con serietà, non promette l’assenza del rischio. Promette una cosa più concreta: la capacità dell’impresa di dimostrare governo, prevenzione, correzione. In un mercato dove la fiducia si misura con evidenze, questo è già politica industriale.

Nel mercato globale della moda, la competitività non si gioca più solo su creatività e velocità, ma sulla capacità di dimostrare — con evidenze organizzative verificabili — come e dove un prodotto nasce. La compliance di filiera non è un vincolo accessorio: è sempre più una condizione di accesso al mercato.

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