Il 17 ottobre 2018 il Canada divenne il secondo Paese al mondo, dopo l’Uruguay, a legalizzare la cannabis a uso ricreativo. A quasi otto anni di distanza, l’esperimento può essere osservato con una prospettiva meno ideologica e più economica. La legalizzazione ha creato un’industria regolamentata, reso disponibili prodotti controllati e trasferito una parte consistente delle vendite dal mercato clandestino a quello legale. Non ha però prodotto un mercato nazionale realmente integrato. Soprattutto, non ha generato quell’ecosistema digitale efficiente e a basso costo che molti immaginavano.
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Cannabis in Canada, consumi in crescita e mercato legale più forte
Il consumo è aumentato negli anni. Secondo il Canadian Cannabis Survey di Health Canada, la quota delle persone dai 16 anni in su che dichiarava di aver consumato cannabis non medica nei dodici mesi precedenti è salita dal 22% nel 2018 al 26% nel 2024: un incremento di circa il 18%. Secondo il Competition Bureau, la spesa delle famiglie per cannabis medica e non medica è passata da oltre 5,5 miliardi di dollari nel 2017 a quasi 8 miliardi nel 2022.
Il cambiamento non riguarda soltanto la quantità. Ai fiori essiccati si sono aggiunti oli, capsule, bevande, estratti, concentrati, vaporizzatori, prodotti per uso topico e soprattutto gli edibles, cioè alimenti e bevande contenenti THC o CBD. Nel 2023 gli edibles erano ormai molto diffusi e, tra le donne dai 25 anni in su, persino più comuni dei fiori essiccati: la legalizzazione ha favorito anche l’innovazione di prodotto.
Il mercato legale ha conquistato una posizione nettamente maggioritaria. Nel 2023 il 71,7% dei consumatori dichiarava di acquistare esclusivamente da fonti legali. Nel 2024 il 67% affermava di rifornirsi sempre da operatori autorizzati e un ulteriore 10% di farlo nella maggior parte dei casi. È un risultato importante: il mercato clandestino non è più dominante. Ma non è scomparso. Tra i consumatori dell’ultimo anno, il 43% riteneva ancora abbastanza o molto semplice procurarsi cannabis illegale. Il prezzo resta il fattore decisivo. Secondo le stime più diffuse, il mercato legale rappresenta ormai circa tre quarti delle vendite complessive, ma il mercato nero continua a controllare circa un quarto del valore del mercato canadese, una quota ancora significativa a quasi otto anni dalla legalizzazione.
Governi in utile e società private in difficoltà
Dal punto di vista finanziario, il contrasto tra settore pubblico e imprese private è ancora più interessante. Le vendite legali hanno raggiunto 5,5 miliardi di dollari nell’esercizio 2024-2025, in aumento del 37,1% rispetto a tre anni prima. Nello stesso anno, i governi federale e provinciali hanno ricavato complessivamente 2,5 miliardi tra imposte, accise, ricarichi e utili delle aziende pubbliche, l’11,5% in più rispetto all’anno precedente.
Molto meno soddisfacente è stato il risultato per numerosi produttori privati e per i loro azionisti. Canopy Growth, Aurora Cannabis e Tilray erano state presentate come possibili protagoniste di una nuova industria globale. I loro titoli, dopo la bolla speculativa legata alla legalizzazione e alle attese di riforma negli Stati Uniti, hanno perso la quasi totalità del valore raggiunto ai massimi. Le società hanno bruciato capitale, svalutato impianti e accumulato perdite, mentre l’eccesso di capacità comprimeva i margini. Il crollo azionario mostra quanto fossero irrealistiche le aspettative sulla redditività private.
Le barriere provinciali che frammentano il mercato
Una parte delle difficoltà deriva probabilmente anche da errori manageriali, ma resta centrale il fatto che il Canada ha affidato alle province la gestione della distribuzione all’ingrosso, delle vendite al dettaglio e del commercio online. Ne sono nati tredici sistemi differenti, con regole, cataloghi, licenze, ricarichi e modelli distributivi propri. In molte province un ente pubblico agisce come grossista obbligatorio; in alcune controlla direttamente anche la vendita al dettaglio o il principale portale online. Un produttore autorizzato a livello federale non può quindi trattare il Canada come un unico mercato e vendere liberamente, attraverso una piattaforma nazionale, agli adulti di tutte le province.
È qui che l’esperimento canadese diventa significativo per chi si occupa di innovazione digitale. Le grandi piattaforme riducono i costi aggregando domanda e offerta, centralizzando logistica, dati, pagamenti e assistenza, e offrendo un catalogo ampio su scala nazionale. Nel settore canadese della cannabis questo modello è stato, di fatto, neutralizzato. Non perché una legge abbia vietato esplicitamente un “Amazon della cannabis”, ma perché la sovrapposizione di barriere provinciali, monopoli o quasi-monopoli all’ingrosso, differenti autorizzazioni e forti limiti alla promozione ha impedito le economie di scala tipiche dell’e-commerce.
Perché il mercato nero resta competitivo
Il risultato è un paradosso. Il venditore illegale online può ignorare i confini provinciali, offrire un catalogo nazionale, evitare accise e ricarichi pubblici e consegnare direttamente al consumatore. L’impresa legale deve invece attraversare una filiera più lunga, sostenere costi di conformità, utilizzare confezioni rigidamente regolamentate, pagare accise concepite quando i prezzi erano molto più alti e adattarsi alle regole di ciascuna provincia.
Lo stesso rapporto finale di revisione del Cannabis Act ha riconosciuto che, con la diminuzione dei prezzi, l’accisa rappresenta oggi una quota molto più pesante del prezzo finale e che una sua riduzione potrebbe tradursi in prezzi inferiori per il consumatore. Anche il Competition Bureau ha indicato il sistema delle accise tra le principali barriere alla concorrenza e alla sostenibilità delle imprese legali.
Naturalmente, la scelta canadese può essere difesa. Molti cittadini potrebbero preferire che una parte consistente del valore creato dalla legalizzazione finisca nelle casse pubbliche provinciali anziché alimentare un nuovo gigante privato dell’e-commerce. I profitti pubblici possono finanziare servizi e il sistema controllato offre maggiore tracciabilità. Tuttavia, la provincializzazione ha un costo. E questo costo lo pagano le imprese, che non possono accedere pienamente a un mercato nazionale; gli investitori, che hanno finanziato capacità produttiva poi rivelatasi eccessiva; e soprattutto i consumatori, attraverso prezzi più elevati, cataloghi differenti, minore concorrenza e servizi digitali meno efficienti. Lo paga indirettamente anche lo Stato, perché ogni dollaro rimasto nel mercato illegale non produce imposte, controlli sanitari o occupazione regolare.
Il bilancio della legalizzazione canadese
A quasi otto anni dalla legalizzazione, il bilancio è quindi misto. Il consumo è cresciuto, l’offerta si è ampliata e la maggioranza degli acquisti avviene legalmente. I governi hanno incassato miliardi. Le grandi società quotate, al contrario, hanno distrutto enormi quantità di capitale. E il mercato nero, pur ridimensionato, è sopravvissuto anche perché può offrire ciò che il sistema legale frammentato fatica a garantire: prezzi bassi, semplicità e accesso interprovinciale.
Il Canada ha dimostrato che si può legalizzare un prodotto senza creare un vero mercato nazionale e senza digitalizzarne pienamente la distribuzione. Le barriere provinciali hanno impedito la nascita dell’Amazon della cannabis, ma non hanno eliminato i suoi concorrenti clandestini. Forse, per molti canadesi, nutrire aziende pubbliche è preferibile a nutrire un colosso privato. È una preferenza legittima. Ma il conto, in buona parte, viene presentato ai consumatori.












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