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Robotica: l’Italia innovatrice fragile



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La robotica strategica in Europa non è più un tema per addetti ai lavori: sta diventando un’infrastruttura produttiva che incide su competitività, welfare e autonomia tecnologica. Il nuovo brief di Cassa Depositi e Prestiti fotografa un settore in cui l’Italia parte da una posizione solida, ma con fragilità che rischiano di pesare nei prossimi anni

Pubblicato il 30 gen 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



cane robotico (1) robotica in italia

La robotica non è più una nicchia tecnologica della meccatronica. Sta diventando una delle infrastrutture produttive decisive per la competitività industriale, la tenuta dei sistemi di welfare e l’autonomia strategica europea. Da questa consapevolezza parte il nuovo brief della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di Cassa Depositi e Prestiti, che mette a fuoco un settore in cui l’Italia gioca un ruolo tutt’altro che marginale.

Come avevamo già raccontato analizzando l’evoluzione delle fabbriche cinesi e il progressivo spostamento verso automazione avanzata e integrazione uomo-macchina, la competizione industriale non si gioca più sul costo del lavoro, ma sulla capacità di orchestrare sistemi complessi. La robotica è uno dei campi in cui questa trasformazione appare più evidente.

Un mercato globale che accelera, con l’Europa in testa negli scambi

Nel 2024 gli scambi internazionali legati alla robotica hanno raggiunto circa 78–80 miliardi di dollari. L’Unione Europea si colloca al primo posto mondiale per export e al secondo per import, davanti alla Cina ma dietro agli Stati Uniti sul lato della domanda. È un dato che segnala una specializzazione europea nella produzione di sistemi ad alto valore aggiunto, più che nel consumo.

Il mercato resta dominato dai robot industriali, che rappresentano circa il 58–60% del valore globale, con 540 mila nuove installazioni nel solo 2024, concentrate soprattutto nei settori dell’elettronica, dell’automotive e della lavorazione dei metalli.

Accanto a questi cresce però la robotica di servizio: quella professionale vale ormai circa il 10% del mercato (oltre 200 mila installazioni annue), mentre la robotica di consumo copre il restante 30–32%. Le prospettive indicano un’ulteriore accelerazione nei prossimi cinque anni, trainata soprattutto dalle applicazioni nei servizi, dalla logistica alla sanità.

Catene globali del valore: super assemblaggio europeo, upstream asiatico

Nel ridisegno delle catene globali della robotica emerge una divisione del lavoro piuttosto netta. Europa e Giappone presidiano il cosiddetto “super assemblaggio”, ovvero l’integrazione di componenti, software e sistemi complessi.

La Cina domina le fasi a monte, materie prime, componentistica, semiconduttori, batterie, mentre gli Stati Uniti mantengono una posizione forte nell’assemblaggio e nella fornitura di semilavorati ad alta specializzazione. In questo spazio di mezzo, ad alta intensità tecnologica, si colloca la forza competitiva europea dove l’Italia gioca una partita di primo piano.

Italia: secondo produttore UE e nodo industriale strategico

Nel 2023 l’Italia è stata il secondo produttore di robot industriali in Europa, con quasi un quarto della produzione totale UE. È anche il secondo mercato europeo per installazioni, con oltre 10 mila robot sui 73 mila complessivi dell’Unione, pari al 14%, e una crescita dei volumi del 6% tra il 2019 e il 2023.

Sul fronte dell’export, il Paese si colloca al sesto posto mondiale, con oltre 3 miliardi di dollari nel 2024 e un avanzo commerciale di circa 360 milioni. I principali mercati di sbocco sono gli Stati Uniti (16%), seguiti da Germania (13%) e Francia (9%), a conferma di una domanda diversificata e non dipendente da un solo partner.

Questo posizionamento è sostenuto da un tessuto produttivo composto da circa 650 imprese specializzate e 12 mila addetti diretti, con una dimensione media più elevata rispetto alla manifattura italiana: 18 addetti per impresa, contro una media di 10 nel resto del settore manifatturiero.

Dal punto di vista geografico, la produzione resta concentrata nel Nord Italia, dove si integrano competenze meccaniche, elettroniche e digitali. Torino ospita poco meno di un quarto degli addetti complessivi, seguita da Reggio Emilia, Brescia, Milano, Modena e Cremona. Bari rappresenta l’unica provincia del Mezzogiorno presente tra le prime dieci, segnale di una specializzazione ancora fortemente sbilanciata territorialmente.

Ricerca e brevetti: una forza spesso sottovalutata

Il primato industriale italiano poggia su una base scientifica solida. Tra il 2019 e il 2023, l’Italia è stata il quarto Paese al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche nella robotica avanzata, con una quota del 4,2%, prima nell’Unione Europea, dietro solo a Cina, Stati Uniti e Regno Unito.

Anche sul fronte brevettuale il quadro è significativo. Nel periodo 2013–2022, con 526 brevetti depositati presso l’EPO (European Patent Office), l’Italia si colloca al terzo posto in UE e tra i primi dieci Paesi al mondo.

A differenza di quanto accade altrove, tra gli inventori italiani figurano non solo grandi imprese, ma anche università, centri di ricerca pubblici e start-up, a testimonianza di un ecosistema articolato e non puramente corporate.

Robotica e sfide strutturali europee

Secondo il brief CDP, la robotica avanzata rappresenta una leva concreta per affrontare quattro grandi sfide che l’Europa non può più rinviare.

La prima riguarda il declino demografico. Entro il 2040 la forza lavoro europea è destinata a ridursi di circa 2 milioni di persone all’anno. In questo contesto, l’automazione non è una scelta opzionale, ma una condizione necessaria per sostenere la produttività, a patto di accompagnare l’adozione tecnologica con politiche di formazione adeguate.

La seconda sfida è l’invecchiamento della popolazione. Entro il 2050, il 12% degli europei avrà più di 80 anni, con una pressione crescente sui sistemi di welfare e sul personale assistenziale. I care robots possono contribuire a migliorare la qualità della vita degli anziani, supportare il lavoro umano e contenere i costi sanitari.

La terza riguarda la difesa e la sicurezza, in un contesto geopolitico sempre più frammentato, dove molte tecnologie robotiche hanno una natura dual use e diventano centrali per l’ammodernamento militare europeo.

Infine, la sicurezza economica e il reshoring. La robotica consente di riportare in Europa attività produttive precedentemente delocalizzate, compensando il differenziale di costo del lavoro e garantendo maggiore controllo su qualità, tempi e filiere critiche.

Embodied AI e robotica del futuro

Il salto qualitativo della robotica passa oggi dalla cosiddetta physical o embodied AI: l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi fisici. La traiettoria è chiara.

Dai sistemi rule-based, rigidi e programmati, si è passati a robot training-based, capaci di apprendere e gestire imprevisti. La frontiera attuale è quella dei sistemi context-based, in grado di analizzare l’ambiente in tempo reale e agire in autonomia, aprendo la strada anche allo sviluppo di robot umanoidi su scala industriale.

Questa evoluzione dipende da quattro aree chiave: capacità di apprendimento continuo, percezione e interazione fisica sicura con l’uomo, manualità e destrezza avanzate, livelli crescenti di autonomia e controllo. Tutto ciò richiede progressi su materiali, sensoristica, software, cybersicurezza e infrastrutture digitali.

Il nodo critico: AI, investimenti e politica industriale

Qui emergono le principali fragilità europee. Negli ultimi dieci anni l’UE ha investito 49 miliardi di dollari in AI, contro i 119 della Cina e i 470 degli Stati Uniti. Solo nel 2024 si è registrata un’accelerazione europea, con oltre 14 miliardi di investimenti, più della Cina (9), ma ancora lontanissima dagli USA (109).

L’Italia mostra un ritardo ancora più marcato: nel 2024 sono nate 14 nuove start-up AI, contro 67 in Germania e 59 in Francia, con investimenti pari a 900 milioni di dollari, meno della metà dei principali peer.

A questo si aggiunge la frammentazione dell’ecosistema europeo dell’innovazione. Solo il 9% delle imprese innovatrici UE collabora stabilmente con partner di altri Paesi membri; in Italia la quota scende al 5%. Anche tra le grandi imprese i valori restano limitati (31% UE, 27% Italia).

Negli ultimi anni l’Unione Europea ha avviato diverse iniziative a sostegno della robotica e dell’AI applicata. Tra queste, la SRIDA (Strategic Research, Innovation and Deployment Agenda), che definisce le priorità di ricerca e sviluppo per la robotica e l’intelligenza artificiale in Europa; SPARC, il primo partenariato pubblico-privato europeo dedicato alla robotica; STEP, la piattaforma europea per il sostegno alle tecnologie critiche strategiche; e i programmi dell’European Innovation Council, pensati per finanziare startup e scale-up deep tech ad alto rischio tecnologico.

Nonostante questo insieme di strumenti, manca ancora una politica industriale organica per la robotica: le iniziative restano parzialmente scollegate, i finanziamenti frammentati e insufficienti rispetto ai lunghi cicli di sviluppo del settore, e non esiste una vera strategia di accompagnamento dalla ricerca alla produzione su scala.

A differenza dell’AI puramente software, la robotica richiede integrazione tra algoritmi, materiali, meccanica, sensoristica e sistemi di sicurezza, con costi crescenti a ogni fase di maturazione tecnologica. Un limite rilevante, considerando che i cicli di innovazione del settore durano 15–20 anni, con fabbisogni finanziari crescenti lungo tutto il percorso, dal laboratorio alla produzione su larga scala.

Questo scarto temporale rende inefficaci strumenti pensati per cicli brevi di innovazione: bandi a sportello, finanziamenti una tantum e logiche grant-based funzionano nel software, ma non sono sufficienti per tecnologie fisiche complesse come la robotica. Senza capitale paziente e continuità di sostegno, il rischio è che le eccellenze europee vengano acquisite da player extra-UE proprio nella fase di maturazione tecnologica.

Una finestra che non resterà aperta a lungo

In assenza di strumenti di scala europea, il rischio non è solo il rallentamento dello sviluppo, ma la perdita di controllo sulle tecnologie chiave, attraverso acquisizioni da parte di grandi gruppi extra-europei proprio nella fase di passaggio alla produzione industriale.

Il messaggio che emerge dal brief CDP è chiaro. La robotica offre all’Europa, all’Italia in particolare, una leva concreta per difendere e rilanciare il proprio modello industriale. Ma il vantaggio accumulato non è garantito.

Senza un’accelerazione sull’AI, una maggiore integrazione dell’ecosistema europeo e una strategia industriale coerente, la leadership rischia di trasformarsi rapidamente in occasione mancata. La sfida, dunque, non è dimostrare che l’Europa sa fare robotica, i dati lo confermano, ma creare le condizioni affinché sappia portarla a scala industriale nel momento in cui l’AI ne sta ridefinendo natura e valore.

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