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Bulimia e craving: come la VR può aiutare prima dell’abbuffata



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Uno studio pilota del progetto ARCADIA VR valuta un protocollo personalizzato di esposizione al cibo in realtà virtuale per pazienti con bulimia nervosa, monitorando craving, risposte cliniche e traiettorie individuali durante il trattamento

Pubblicato il 28 ago 2026

Fabio Frisone

Ricercatore tenure track presso l’Università Niccolò Cusano, 1) Humane Technology Laboratory, Catholic University of the Sacred Heart, Largo Gemelli, 1, 20121 Milan, Italy; 2) Departments of Economics, Psychology, Communication, Education and Motor Sciences, Niccolò Cusano University, Via Don Carlo Gnocchi, 3, Rome, 00166, Italy

Elisa Rabarbari

Humane Technology Laboratory, Catholic University of the Sacred Heart, Italy, Department of Psychology, Milan

Giuseppe Riva

Humane Technology Lab., Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, Applied Technology for Neuro-Psychology Lab., Istituto Auxologico Italiano IRCCS

Lavinia Rotella

Outpatient Unit for Clinical Research and Treatment of Eating Disorders, University Hospital Renato Dulbecco, Catanzaro, Italy

Cristina Segura-Garcia

Outpatient Unit for Clinical Research and Treatment of Eating Disorders, University Hospital Renato Dulbecco, Catanzaro, Italy, Department of Medical and Surgical Sciences, University “Magna Graecia” of Catanzaro



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Nella bulimia nervosa, l’abbuffata è soltanto la parte più visibile di un processo che spesso inizia prima, con l’aumento della tensione, i pensieri ricorrenti sul cibo e un craving difficile da controllare. Nel progetto ARCADIA VR, uno studio pilota sta valutando la fattibilità e i possibili effetti di un protocollo personalizzato di esposizione al cibo in realtà virtuale.

Otto pazienti costruiscono una propria gerarchia di alimenti e ambienti, selezionati in base al livello di attivazione e disagio, mentre il craving viene monitorato durante le sessioni e attraverso misure cliniche somministrate in più momenti. La realtà virtuale non sostituisce la psicoterapia, permette però di portare in seduta situazioni difficili da riprodurre e controllare nel mondo reale.

Se le ipotesi saranno confermate, la riduzione del craving potrebbe associarsi a un miglioramento delle abbuffate, delle cognizioni alimentari disfunzionali, dell’ansia e della regolazione emotiva. Lo studio rappresenta un banco di prova per una medicina digitale capace di intervenire sull’esperienza concreta del paziente, senza perdere di vista la complessità clinica del disturbo.

Bulimia nervosa e craving: ciò che accade prima dell’abbuffata

Quando si parla di bulimia nervosa, l’attenzione si concentra quasi inevitabilmente sui comportamenti più riconoscibili: le abbuffate, la sensazione di perdita di controllo e le condotte compensatorie utilizzate per contrastare il timore di aumentare di peso. È comprensibile, perché sono gli aspetti più visibili del disturbo. Ma non sono gli unici, né necessariamente quelli da cui tutto ha inizio. Prima dell’abbuffata può svilupparsi una sequenza meno osservabile: cresce la tensione, i pensieri sul cibo diventano insistenti, l’attivazione emotiva aumenta e compare il craving, un desiderio intenso che la persona percepisce come urgente e difficile da regolare (Anton, 1999). È in questo spazio, precedente al comportamento, che si colloca lo studio pilota condotto nell’ambito del progetto ARCADIA VR (Riva et al., 2023). L’obiettivo è intervenire non soltanto dopo che l’episodio si è verificato, ma su uno dei processi che possono prepararlo e mantenerlo.

Il craving non coincide con la fame. Non è semplicemente il segnale fisiologico che indica il bisogno di nutrirsi, ma un’esperienza nella quale si intrecciano componenti corporee, cognitive ed emotive. Un alimento può diventare particolarmente attivante per il suo sapore o per il suo contenuto calorico, ma anche per il luogo in cui viene osservato, per i ricordi associati, per il momento della giornata o per lo stato emotivo della persona (Aloi et al., 2026b). Una cucina, un ristorante, un soggiorno o persino una camera da letto possono trasformarsi in contesti di rischio. Il cibo, quindi, non agisce mai completamente da solo: è inserito in una situazione, in una storia e in una rete di significati personali (Riva et al., 2021). Per questo motivo, due persone con la stessa diagnosi possono reagire in modo molto diverso davanti allo stesso alimento. Ciò che per una persona rappresenta uno stimolo relativamente neutro, infatti, per un’altra può richiamare immediatamente paura, desiderio, colpa o perdita di controllo (Aloi et al., 2026a).

La letteratura più recente sui disturbi alimentari mostra come questi quadri si sviluppino almeno su due livelli. Il primo è comportamentale e comprende restrizione, eliminazione di alcuni alimenti, abbuffate e condotte compensatorie. Il secondo è esperienziale e riguarda ciò che la persona prova, percepisce e pensa in relazione al cibo e al proprio corpo (Frisone et al., 2025).

Ansia, disgusto, colpa, paura di aumentare di peso, vergogna e difficoltà nel riconoscere o modulare gli stati interni possono continuare ad alimentare il disturbo anche quando alcuni comportamenti sembrano temporaneamente sotto controllo. Intervenire su questo livello significa avvicinarsi alla parte più soggettiva della patologia: quella che spesso sfugge a una valutazione basata esclusivamente sui questionari o sul racconto retrospettivo di ciò che è accaduto.

Da qui nasce una domanda clinica concreta: è possibile costruire una situazione controllata nella quale il paziente incontri gli stimoli che attivano il craving, senza essere esposto immediatamente alle conseguenze e all’imprevedibilità di un’esperienza reale?

La realtà virtuale offre una possibile risposta. Permette di ricreare cibi e ambienti con un livello di controllo difficilmente raggiungibile nella vita quotidiana (Harris et al., 2023). Il punto, però, non è utilizzare la tecnologia perché innovativa o immersiva. È capire se possa aiutare la persona a rimanere in contatto con l’attivazione, osservarne l’andamento e sperimentare modalità di risposta differenti, all’interno di un percorso clinico strutturato.

Food exposure: restare davanti allo stimolo senza cedere né fuggire

La food exposure deriva dalla logica delle tecniche di esposizione. Invece di evitare sistematicamente uno stimolo temuto o desiderato, la persona vi si confronta in modo graduale, ripetuto e protetto (Sansoni et al., 2024).

Nel caso della bulimia nervosa, il cibo non è uno stimolo neutro. Può evocare contemporaneamente desiderio, paura di perdere il controllo, vergogna, anticipazione dell’abbuffata e tentativi di sopprimere ciò che si sta provando. L’obiettivo non è costringere il paziente a sopportare passivamente il disagio. Non si tratta neppure di dimostrare che un determinato alimento sia innocuo in senso assoluto. L’esposizione serve piuttosto a creare le condizioni per osservare che l’attivazione non rimane necessariamente costante e che la risposta automatica non è l’unica possibile.

Una persona può imparare che il craving aumenta, raggiunge un picco e successivamente cambia, anche senza trasformarsi immediatamente in un comportamento. Questo passaggio è clinicamente rilevante perché, quando il desiderio viene vissuto come intollerabile, le alternative sembrano ridursi a due: cedere all’impulso oppure allontanarsi dallo stimolo il più rapidamente possibile.

Quello che viene messo in luce riguarda il meccanismo dell’abituazione: attraverso esposizioni ripetute, il craving dovrebbe ridursi progressivamente. In termini clinici, significa verificare se il paziente riesca a restare davanti allo stimolo abbastanza a lungo da sperimentare una diminuzione dell’attivazione, senza ricorrere all’evitamento o a comportamenti disfunzionali.

L’evitamento produce spesso un sollievo immediato, ed è proprio per questo che tende a consolidarsi. Tuttavia, se una persona si allontana ogni volta che il disagio cresce, non può apprendere che l’attivazione è modificabile e che può essere attraversata. Allo stesso modo, cedere immediatamente all’impulso interrompe la possibilità di osservare come il craving si evolverebbe nel tempo (Ferrer-García et al., 2019). Questo non significa che il successo di un’esposizione debba essere valutato soltanto sulla base della diminuzione immediata del desiderio. Restare nella situazione, riconoscere le proprie reazioni, non mettere in atto la risposta automatica e tollerare l’incertezza sono già elementi centrali dell’apprendimento.

La riduzione dell’attivazione rappresenta un possibile esito, ma non l’unico indicatore clinicamente significativo. Per rendere il processo sostenibile è necessaria una gerarchia personalizzata. Non tutti gli alimenti attivano lo stesso livello di craving e non tutti gli ambienti possiedono lo stesso significato emotivo. Iniziare da uno stimolo eccessivamente intenso rischia di trasformare la seduta in un’esperienza sopraffacente. Partire da uno stimolo troppo debole, al contrario, può produrre un apprendimento poco rilevante.

Il protocollo proposto dal progetto ARCADIA VR chiede ai pazienti di ordinare gli alimenti sulla base dell’attivazione soggettiva e di scegliere i contesti in funzione del disagio percepito. La gradualità non è un dettaglio organizzativo, ma una componente terapeutica. Permette di calibrare la difficoltà, osservare la risposta e adattare il percorso senza applicare a tutti la stessa sequenza.

La ricerca scientifica suggerisce che l’esposizione virtuale a stimoli alimentari possa risultare fattibile e accettabile anche nei contesti clinici (Nameth et al., 2021). Diversi studi sulla bulimia nervosa e sul binge eating disorder hanno osservato segnali preliminari di riduzione degli episodi di abbuffata, sebbene spesso su campioni ridotti e con la necessità di verificare la stabilità dei risultati nel tempo. Le revisioni disponibili mostrano che la food exposure in realtà virtuale è stata impiegata sia per valutare le reazioni emotive al cibo sia come componente del trattamento (de Carvalho et al., 2017).

Il dato più interessante non è che la realtà virtuale funzioni sempre e allo stesso modo. È che possa rendere osservabili, ripetibili e modulabili processi che nella vita quotidiana tendono a presentarsi rapidamente, in condizioni difficili da controllare.

Perché la realtà virtuale può rendere l’esposizione più precisa

Una fotografia di una fetta di torta e la stessa torta collocata sul tavolo di una cucina virtuale non producono necessariamente la stessa esperienza. Nel primo caso, la persona osserva un’immagine. Nel secondo, può percepire lo stimolo come parte di una situazione nella quale è immersa.

La realtà virtuale aggiunge profondità, prospettiva, vicinanza e senso di presenza (Riva et al., 2007). Il paziente non guarda soltanto una rappresentazione del cibo: si trova dentro uno scenario e sperimenta lo stimolo in relazione allo spazio circostante. Questo aspetto è particolarmente importante nei disturbi alimentari, nei quali la reazione non dipende esclusivamente dalle caratteristiche dell’alimento, ma dall’interazione tra cibo, corpo, ambiente e significato personale.

La letteratura scientifica ha individuato tre grandi funzioni della realtà virtuale nei disturbi alimentari: valutare, comprendere e trattare (Di Natale et al., 2024). Come strumento di assessment, può evocare risposte emotive e comportamentali in condizioni standardizzate. Come strumento di comprensione, permette di osservare fenomeni quali evitamento, bias attentivi e modalità di interazione con il cibo. Come strumento terapeutico, consente di costruire esposizioni realistiche, controllate e ripetibili. Queste tre funzioni non sono rigidamente separate. Una sessione terapeutica produce anche informazioni utili alla valutazione. Il modo in cui il paziente si avvicina allo stimolo, il tempo necessario perché l’attivazione aumenti o diminuisca, le differenze tra alimenti e contesti e la necessità di interrompere o modulare l’esposizione possono contribuire a una comprensione più precisa del suo funzionamento.

Il primo vantaggio clinico della realtà virtuale, dunque, è il controllo (Willaert et al., 2012). Nel mondo reale, un terapeuta non può modificare istantaneamente il tipo di alimento, il luogo, la distanza dallo stimolo o la complessità della situazione. Non può neppure riprodurre esattamente la stessa scena in sedute diverse. In un ambiente virtuale, invece, questi elementi possono essere graduati e ripetuti. È possibile passare da un alimento meno attivante a uno più critico, mantenere costante il contesto oppure modificarlo, avvicinare o allontanare lo stimolo e confrontare le risposte ottenute. Questa standardizzazione non elimina la soggettività. Al contrario, può renderla più leggibile, perché consente di collegare le variazioni del craving a cambiamenti precisi della scena.

C’è poi una dimensione esperienziale. Gli ambienti virtuali possono generare reazioni psicologiche simili a quelle evocate dalle situazioni reali, pur mantenendo il paziente all’interno di uno spazio clinico protetto (Gutiérrez-Maldonado et al., 2016). Il terapeuta ha così la possibilità di lavorare sulle strategie di regolazione mentre l’attivazione è presente, non soltanto dopo, quando viene ricostruita attraverso il racconto.

Questo passaggio dalla narrazione all’esperienza rappresenta uno dei motivi principali per cui la realtà virtuale viene considerata uno strumento complementare promettente. Non sostituisce l’elaborazione verbale, ma la collega a qualcosa che sta accadendo nel presente. Il paziente non descrive soltanto come potrebbe reagire davanti a un determinato cibo: entra in contatto con una risposta emotiva e cognitiva che può essere osservata e discussa in tempo reale.

L’immersione, tuttavia, non è automaticamente terapeutica. Uno scenario realistico può evocare una risposta intensa, ma ciò non garantisce che produca un apprendimento utile. La qualità dell’intervento dipende da come l’esperienza viene costruita, graduata, monitorata e integrata con gli obiettivi clinici. In altre parole, la tecnologia amplia le possibilità operative del terapeuta, ma non definisce da sola il trattamento (Bigman et al., 2026).

ARCADIA VR: dalla tecnologia alla personalizzazione clinica

ARCADIA VR nasce con un obiettivo più ampio rispetto al singolo protocollo di food exposure: integrare realtà virtuale, intelligenza artificiale e biosensori per migliorare la valutazione e il trattamento dei disturbi alimentari. Il progetto punta a sviluppare strumenti utilizzabili in differenti livelli di cura, dall’ambulatorio ai contesti più intensivi, e a costruire percorsi adattabili all’età, al profilo clinico e ai bisogni individuali. La tecnologia viene quindi pensata come parte di un continuum che comprende valutazione iniziale, trattamento e follow-up. Non come un’esperienza isolata, una dimostrazione tecnica o un modulo identico per tutti.

Il filo conduttore è la personalizzazione. Nei disturbi alimentari, protocolli formalmente uguali possono produrre risposte molto diverse. Cambiano i sintomi predominanti, gli stimoli critici, la presenza di ansia, le difficoltà nella regolazione emotiva, la storia personale e le strategie utilizzate per affrontare il disagio. Una stessa diagnosi non implica un’identica esperienza del disturbo. Per questo un intervento efficace non può limitarsi ad applicare una sequenza standard, ma deve trovare un equilibrio tra procedure ripetibili e adattamento alla persona.

Nel progetto ARCADIA VR, i dati raccolti durante l’interazione con gli ambienti virtuali possono diventare potenziali digital biomarkers: indicatori comportamentali o fisiologici utili a descrivere il funzionamento del paziente e, in prospettiva, a prevedere l’andamento del trattamento.

L’intelligenza artificiale potrebbe contribuire individuando pattern difficili da cogliere attraverso la sola osservazione clinica. Potrebbe, per esempio, mettere in relazione l’andamento del craving con caratteristiche degli stimoli, risposte fisiologiche, modalità di interazione e risultati ottenuti nel tempo (Borkar et al., 2026).

Il valore di questi strumenti dipende però dalla qualità dei dati, dalla validità delle misure e dalla loro interpretazione all’interno di un modello psicologico coerente. Un algoritmo può identificare una regolarità statistica, ma non può stabilire autonomamente quale significato clinico attribuirle. La personalizzazione non consiste nel delegare la decisione alla tecnologia, ma nell’utilizzare informazioni più ricche per sostenere il ragionamento del professionista.

Nel protocollo di food exposure, personalizzare significa partire da ciò che attiva realmente il singolo paziente. Un elenco prestabilito di cibi “problematici” avrebbe una validità limitata, perché rifletterebbe categorie generali e non necessariamente l’esperienza individuale.

Lo studio utilizza trenta stimoli alimentari, quindici dolci e quindici salati, che ciascun partecipante ordina in base al livello soggettivo di attivazione. Anche il contesto viene selezionato tra cucina, ristorante, soggiorno e camera da letto, sulla base del disagio percepito. La combinazione tra alimento e ambiente permette di costruire una gerarchia più vicina alle situazioni quotidiane. Questa procedura traduce in pratica una delle principali potenzialità della realtà virtuale: creare ambienti personalizzati senza rinunciare alla misurazione sistematica. La stessa scena può essere riproposta, il craving può essere registrato più volte e il percorso può essere modificato in base alle risposte osservate.

In prospettiva, l’integrazione con biosensori e modelli di machine learning potrebbe aggiungere informazioni sul livello di attivazione, sulle traiettorie individuali e sui fattori associati a una risposta migliore o peggiore (Haynos et al., 2021). Potrebbe inoltre aiutare a comprendere se ciò che la persona riferisce verbalmente coincide con i segnali comportamentali e fisiologici rilevati durante l’esperienza.

Nello studio preliminare di ARCADIA VR, tuttavia, il nucleo rimane essenzialmente clinico: verificare se un protocollo graduale e personalizzato sia praticabile e se produca il segnale atteso di riduzione del craving. L’innovazione non consiste nel moltiplicare le tecnologie coinvolte, ma nel capire se possano contribuire a rendere l’intervento più preciso e informativo.

Lo studio pilota: alimenti, ambienti e misure lungo il trattamento

Lo studio coinvolge otto pazienti con diagnosi di bulimia nervosa, reclutati presso l’Unità ambulatoriale per la ricerca clinica e il trattamento dei disturbi alimentari dell’Università di Catanzaro. È un campione ridotto, coerente con una fase iniziale di valutazione della fattibilità.

Con otto partecipanti non è possibile formulare conclusioni definitive sull’efficacia del trattamento. È però possibile osservare se il protocollo sia praticabile, se le procedure risultino tollerabili, se emergano criticità tecniche e se le misure selezionate riescano a cogliere cambiamenti coerenti nel tempo.

Prima dell’intervento, ogni paziente classifica i trenta stimoli alimentari e seleziona gli ambienti virtuali più rilevanti. La costruzione della gerarchia consente di organizzare le esposizioni in modo progressivo, partendo da combinazioni gestibili e procedendo verso situazioni maggiormente attivanti.

Il valore della gerarchia non dipende soltanto dall’ordine degli alimenti. Anche l’ambiente può modificare profondamente la risposta. Un cibo consumato in un ristorante, per esempio, può richiamare significati diversi rispetto allo stesso cibo collocato in una camera da letto o in un soggiorno. La possibilità di combinare stimolo e contesto permette di avvicinarsi alla specificità delle situazioni che il paziente incontra nella vita quotidiana.

Durante ciascuna sessione, l’intensità del craving viene monitorata attraverso una scala analogico-visiva. Si tratta di una misura semplice, con la quale il partecipante indica il livello di attivazione sperimentato in risposta allo stimolo.

Ripetere la rilevazione durante le sedute consente di osservare non soltanto il livello medio del craving, ma anche la sua traiettoria. È possibile analizzare quanto aumenta all’inizio, per quanto tempo rimane elevato, se diminuisce durante la permanenza nello scenario e come cambia con il procedere del trattamento.

Questo tipo di informazione è importante perché due pazienti possono riportare lo stesso livello medio di craving, ma presentare andamenti molto differenti. In uno il desiderio può aumentare rapidamente e ridursi altrettanto velocemente. In un altro può crescere in modo più graduale e rimanere stabile a lungo. La traiettoria offre quindi informazioni che un singolo punteggio non sarebbe in grado di mostrare.

Il protocollo prevede inoltre una valutazione clinica in tre momenti: baseline, metà trattamento e post-trattamento. L’insieme delle misure riflette l’ipotesi centrale dello studio: lavorare sul craving potrebbe produrre effetti più ampi, perché il desiderio intenso di cibo non è isolato, ma intrecciato con ansia, cognizioni disfunzionali e difficoltà emotive.

La presenza di più momenti di valutazione è essenziale. Un confronto soltanto tra prima e dopo mostrerebbe un eventuale cambiamento complessivo, ma non permetterebbe di capire quando si manifesta. La valutazione intermedia può invece indicare se la risposta emerge precocemente, se procede in modo graduale o se alcune dimensioni cambiano più lentamente di altre. È possibile, per esempio, che il craving registrato durante le sessioni diminuisca prima delle credenze alimentari più radicate. La persona potrebbe imparare a tollerare meglio uno stimolo senza modificare immediatamente le proprie convinzioni sul cibo, sul corpo o sulla perdita di controllo. La regolazione emotiva potrebbe invece richiedere tempi più lunghi, perché coinvolge modalità di funzionamento che non si esauriscono nelle situazioni alimentari (Prefit et al., 2019). Osservare queste differenze è importante sia per comprendere il funzionamento del protocollo sia per progettare studi successivi. Se alcuni cambiamenti emergono rapidamente e altri richiedono più tempo, la durata dell’intervento e la scelta degli esiti dovranno tenerne conto.

Lo studio mette in relazione due livelli di osservazione. La scala analogico-visiva fotografa ciò che accade davanti a uno specifico alimento, in uno specifico ambiente e in un preciso momento. I questionari somministrati descrivono invece dimensioni più generali del funzionamento psicologico e dei sintomi.

Se le due fonti convergeranno, si potrà ipotizzare che l’apprendimento maturato durante le sessioni non rimanga confinato all’ambiente virtuale. Una riduzione del craving davanti agli stimoli, associata a una diminuzione delle abbuffate e delle cognizioni disfunzionali, suggerirebbe un possibile trasferimento alla vita quotidiana. Se non convergeranno, il risultato sarà comunque informativo. Potrebbe indicare che la riduzione dell’attivazione durante l’esposizione non è sufficiente, da sola, a modificare i sintomi quotidiani, oppure che gli strumenti utilizzati misurano processi differenti e non necessariamente destinati a cambiare nello stesso momento.

Cosa ci aspettiamo di osservare e cosa non possiamo ancora concludere

La raccolta dei dati è ancora in corso. Le ipotesi formulate descrivono ciò che i ricercatori si aspettano di osservare, non ciò che è già stato dimostrato. L’ipotesi principale riguarda una riduzione progressiva del craving nel corso delle sessioni. Si prevede che tale cambiamento possa generalizzarsi a esiti clinici più ampi: una minore gravità delle abbuffate, una riduzione delle cognizioni alimentari disfunzionali e delle diverse componenti del craving, insieme a un miglioramento dell’ansia e della regolazione emotiva.

Il segnale più diretto sarà rappresentato dall’andamento della scala analogico-visiva durante l’esposizione. Una diminuzione coerente tra le sedute suggerirebbe che i pazienti riescono progressivamente a confrontarsi con gli stimoli sperimentando una minore attivazione. La sola riduzione del punteggio, tuttavia, non sarebbe sufficiente per stabilire l’efficacia clinica del protocollo. Bisognerebbe verificare se il cambiamento si accompagna a una diminuzione delle abbuffate e a un miglioramento delle dimensioni psicologiche misurate. Ridurre il craving in laboratorio o durante una seduta non equivale automaticamente a modificare ciò che accade nella vita quotidiana.

Sarà inoltre necessario distinguere una diminuzione autentica del craving da altri possibili fenomeni. La risposta potrebbe ridursi perché il paziente ha acquisito maggiore familiarità con l’ambiente virtuale, perché ha compreso lo scopo dello studio o perché tende a fornire risposte considerate desiderabili. Potrebbe anche adattarsi alla procedura senza modificare in modo sostanziale il proprio rapporto con il cibo. Per questa ragione, l’interpretazione dovrà tenere insieme l’andamento delle misure, il comportamento osservato durante le sessioni e i cambiamenti clinici più generali.

La dimensione pilota impone prudenza. Con otto partecipanti, anche variazioni rilevanti possono dipendere dalle caratteristiche individuali del campione, a tal punto che la risposta di uno o due pazienti può incidere sensibilmente sull’andamento complessivo dei dati.

La letteratura richiamata dalle revisioni mostra che il settore soffre ancora di alcuni limiti ricorrenti: campioni piccoli, pochi trial randomizzati, protocolli eterogenei e follow-up non sempre presenti o uniformi. Di conseguenza, anche risultati positivi dovrebbero essere interpretati come segnali preliminari da verificare attraverso studi più ampi.

Tuttavia, questi limiti non rendono lo studio poco utile. Ne definiscono correttamente la funzione. Un pilot study serve a capire se vale la pena procedere verso una sperimentazione più estesa e, soprattutto, come farlo meglio. Può indicare quali alimenti e quali contesti generano la maggiore attivazione, quali misure risultano più sensibili, quanta variabilità esiste tra i partecipanti e quali elementi del protocollo richiedono modifiche. Può inoltre far emergere problemi tecnici, difficoltà di tollerabilità o modalità inattese di interazione con l’ambiente virtuale. Anche l’assenza di un miglioramento uniforme può essere informativa. Alcuni pazienti potrebbero rispondere bene all’esposizione, altri mostrare benefici limitati e altri ancora trovare l’esperienza eccessivamente attivante. Queste differenze potrebbero contribuire a identificare i profili per i quali il protocollo è più indicato e le condizioni nelle quali dovrebbe essere adattato. Se i risultati attesi saranno confermati, il contributo più interessante non sarà dimostrare che la realtà virtuale elimina il craving. Sarà fornire una evidenza del fatto che il craving può essere evocato, osservato e trattato in una situazione al tempo stesso standardizzata e personale, collegando ciò che accade durante la seduta a indicatori clinici più generali. Questo passaggio è essenziale per evitare due interpretazioni opposte ma ugualmente semplicistiche. La prima consiste nel considerare la realtà virtuale una simulazione priva di reale valore terapeutico. La seconda nell’attribuirle un’efficacia automatica per il solo fatto di essere immersiva. Il valore clinico non risiede nel dispositivo in sé, ma nell’uso che ne viene fatto all’interno di un protocollo fondato, misurabile e integrato con il trattamento.

Dalla sperimentazione alla pratica clinica: opportunità, limiti e condizioni

La realtà virtuale può offrire ai clinici un ambiente ripetibile, graduabile e sufficientemente realistico da evocare risposte significative. Nei disturbi alimentari, ciò consente di lavorare non soltanto sul racconto di ciò che è accaduto, ma sui processi emotivi e cognitivi mentre si manifestano.

Il progetto ARCADIA VR amplia questa prospettiva attraverso l’integrazione tra strumenti immersivi, intelligenza artificiale e potenziali biomarcatori digitali. La promessa è una maggiore personalizzazione: comprendere non soltanto se un intervento funziona in media, ma per chi, in quali condizioni e attraverso quale traiettoria.

Questa promessa deve però essere accompagnata da condizioni precise. La realtà virtuale va utilizzata come strumento complementare e non come trattamento autonomo. Il suo valore principale risiede nell’esperienza multisensoriale e incarnata che può affiancare interventi clinici consolidati.

Nel caso della bulimia nervosa, l’esposizione al cibo deve rimanere inserita in una presa in carico capace di affrontare abbuffate, condotte compensatorie, immagine corporea, comorbilità, rischio clinico e contesto relazionale. Ridurre il craving può rappresentare un obiettivo importante, ma non esaurisce la complessità del disturbo.

La sicurezza richiede particolare attenzione. Gli ambienti realistici possono evocare ansia e attivazione intense. Se la gerarchia non è ben calibrata, l’esperienza può diventare eccessiva e aumentare il disagio anziché renderlo più gestibile. La personalizzazione degli stimoli e la gradualità servono proprio a contenere questo rischio. Il terapeuta deve poter riconoscere quando procedere, quando mantenere lo stesso livello di difficoltà e quando interrompere o modificare l’esposizione.

Un’altra possibile criticità è la cybersickness, l’insieme di sintomi come nausea, vertigini, malessere o disorientamento che alcune persone possono sperimentare durante l’uso della realtà virtuale. Nei protocolli di food exposure il paziente rimane spesso fermo, riducendo il conflitto tra movimento percepito e movimento reale. Questo può limitare il rischio, ma non lo elimina completamente.

La qualità dei dispositivi, la durata delle sessioni, la stabilità dell’ambiente virtuale e le caratteristiche individuali del paziente restano elementi da monitorare. Un’esperienza tecnicamente poco fluida potrebbe inoltre interferire con il senso di presenza e alterare la risposta allo stimolo.

Inoltre, la formazione clinica non può essere sostituita dalla semplicità apparente dell’interfaccia. Un terapeuta deve sapere come costruire una gerarchia, interpretare l’andamento dell’attivazione, riconoscere un’esposizione eccessiva e integrare ciò che accade in realtà virtuale con il resto del trattamento. Un software intuitivo può semplificare la gestione tecnica, ma non rende automaticamente semplice la decisione clinica. È necessario comprendere che cosa la risposta del paziente rappresenta, come collegarla alle dinamiche del disturbo e in quale momento utilizzare l’esposizione.

Anche l’impiego di dati comportamentali, biosensori e algoritmi richiede governance, trasparenza e protezione delle informazioni sanitarie. Un digital biomarker diventa utile soltanto se è valido, interpretabile e collegato a un obiettivo clinico preciso. La raccolta di una grande quantità di dati non garantisce, da sola, una migliore personalizzazione. Esiste il rischio di produrre indicatori difficili da interpretare o di attribuire un significato clinico a correlazioni che non lo possiedono. L’intelligenza artificiale dovrebbe sostenere il giudizio professionale, non sostituirlo né creare un’illusione di precisione (Genovese et al., 2024).

Il passo successivo, in presenza di segnali positivi, sarà progettare studi con campioni più ampi, gruppi di confronto e follow-up. Sarà necessario verificare la stabilità degli effetti, chiarire quali componenti del protocollo siano realmente attive e comprendere se specifici profili di pazienti traggano un beneficio maggiore.

Potrà essere utile confrontare la food exposure virtuale con l’esposizione tradizionale oppure valutarne l’aggiunta a trattamenti evidence-based. Il punto non sarà stabilire se la realtà virtuale debba sostituire le procedure esistenti, ma se riesca ad aggiungere qualcosa di clinicamente rilevante: maggiore controllabilità, migliore personalizzazione, accesso a situazioni difficili da riprodurre o una misurazione più precisa delle risposte.

La ricerca dovrà in futuro includere popolazioni più diversificate. Gli studi disponibili coinvolgono soprattutto donne e non rappresentano pienamente la varietà delle persone con disturbi alimentari. Età, genere, condizioni cliniche, familiarità con la tecnologia e differenze culturali possono influenzare sia l’esperienza immersiva sia la risposta all’esposizione.

Lo studio in corso all’Università di Catanzaro rappresenta quindi un passaggio circoscritto ma concreto. Parte da una domanda clinica riconoscibile, costruisce l’esposizione sugli stimoli del singolo paziente e misura il cambiamento su più livelli. Il suo valore non dipenderà solo da eventuali risultati notevoli, ma dalla capacità di produrre evidenze credibili sulla fattibilità, sulla tollerabilità e sui possibili segnali di efficacia. Anche risultati parziali o differenziati tra i partecipanti potranno contribuire a migliorare il protocollo e a definire le condizioni necessarie per una sperimentazione più ampia.

In una sanità digitale spesso attratta da soluzioni generaliste, ARCADIA VR propone una direzione diversa: usare la tecnologia per rendere l’intervento più situato, misurabile e personalizzato, mantenendo il professionista, la complessità del disturbo e la relazione di cura al centro del percorso.

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