La diffusione della pratica della psicoterapia online fu altamente incrementata dalla drammatica situazione pandemica a iniziare dal lockdown, sei anni or sono; tuttavia essa non accenna affatto a ridimensionarsi.
Le posizioni dei clinici a proposito di questa pratica sono variegate, polimorfe, dissimili: vanno da quelle decisamente favorevoli ad altre radicalmente contrarie.
Indice degli argomenti
Un cambiamento nella rappresentazione sociale della psicoterapia
Cominciamo a considerare un semplice dato culturale: prima del 2020, nella rappresentazione cinematografica, una seduta di psicoterapia veniva solitamente raffigurata con il paziente sdraiato sul divano e l’analista seduto sulla poltrona dietro di lui; negli ultimi anni, invece, viene sovente presentata con entrambi davanti allo schermo del proprio computer.
La diffusione degli interventi clinici da remoto
Interventi clinici effettuati da remoto sono ormai comuni nei vari orientamenti psicoterapeutici.
Prima di trovarci confinati in casa, soltanto una minoranza fra gli psicoanalisti aveva una pratica online e si trattava comunque quasi sempre di un’esigua parte della propria attività; a partire dall’incremento mondiale della digitalizzazione avvenuta nella prima ondata pandemica, molti di noi hanno acquisito dimestichezza con questa forma di trattamento.
Credo nessuno dubiti della rilevanza di fattori economici in questa pratica che implica un risparmio di tempo e denaro sia per il clinico il quale non necessita di uno studio da affittare e arredare per svolgere le sedute sia per il paziente che ne fruisce abbattendo i tempi e i costi dello spostamento dal proprio domicilio o dal proprio ufficio verso lo studio del professionista o verso un’istituzione socio-sanitaria.
I rischi segnalati dai clinici
Diversi validi colleghi si sono pronunciati a proposito della questione.
Alcuni sottolineano di ponderare i rischi relativi al diffondersi delle sedute online: smarrimento della centralità del corpo pulsionale nell’esperienza analitica, amplificazione dell’immagine narcisistica dato che lo schermo funziona talvolta come una sorta di specchio, maggior rischio di idealizzazione del clinico, assenza dell’incontro fra i corpi con atti significativi come quello della stretta di mano o di un abbraccio rassicurante, assenza dell’importante istante del pagamento in contanti alla fine di ogni seduta, persino mercificazione della clinica dinanzi alla potenza economica e pubblicitaria delle più note piattaforme per sedute online.
La digitalizzazione del mondo e della clinica
La realtà socio-culturale a ogni modo cambia e non siamo come i luddisti i quali, dinanzi alle drammatiche condizioni di lavoro degli operai nell’Inghilterra di inizio Ottocento, puntavano a distruggere le macchine per tornare alla precedente epoca agricola secondo la logica di un socialismo utopistico e romantico, privo di scientificità; non siamo caratterizzati dal pessimismo cosmico di Giacomo Leopardi (il cui “L’infinito” è stato citato anche da Pierfrancesco Favino all’inaugurazione delle Olimpiadi allo stadio di San Siro) il quale viveva con sofferenza il passaggio dalle modalità economiche di stampo rurale a quelle industriali.
Riscontriamo una digitalizzazione del mondo e anche della clinica che non accenna affatto a mitigarsi.
Le nuove abitudini delle giovani generazioni
Soprattutto fra le giovani generazioni e fra coloro che lavorano regolarmente in smartworking, è divenuta una consuetudine ritagliarsi uno spazio per la cura della propria salute mentale, connettendosi con un clinico o con una piattaforma come Unobravo e Serenis (giusto per citare le due più note, per le quali operano migliaia di colleghi) fra una call di lavoro e l’altra.
In quali situazioni è appropriato il trattamento online?
Si dibatte circa indicazioni e controindicazioni di un trattamento svolto da remoto. Alcuni affermano che tale setting clinico sia pericoloso in certi casi; è una posizione che condividiamo, in situazioni particolarmente delicate come quelle di donne con importanti disturbi alimentari soprattutto se sul versante dell’anoressia restrittiva.
I casi in cui svolgo sedute online
Personalmente, svolgo sedute online in una minoranza di casi.
Mi riferisco a persone che vivono (a volte per un periodo di lavoro) in nazioni dove non trovano clinici di lingua italiana e non vorrebbero intraprendere un trattamento in una lingua straniera che capiscono poco, a soggetti con autismo di livello 1 vale a dire di alto o medio/alto funzionamento con i quali parlare online può venire affiancato da alcuni scambi in chat e, soprattutto, a soggetti con attacchi di panico molto severi.
Il lavoro clinico con gli attacchi di panico
Con questi ultimi, avevo già maturato qualche esperienza prima del lockdown; per esempio, delle videochiamate potevano costituire un primo momento di contatto, delle comunicazioni via mail potevano assumere una valenza rilevante e le telefonate nel momento dello spostamento per venire in seduta avevano una funzione tranquillizzante.
Con casi di crisi di panico, iniziare da remoto può permettere di instaurare un clima di fiducia e di ottenere già alcuni benefici terapeutici.
In seguito, gradualmente, quando il soggetto se la sentirà di uscire di casa, vi sarà modo di cambiare il setting e di proseguire in presenza o quantomeno di alternare sedute su Zoom e sedute in studio.
Una fase preliminare all’analisi vera e propria
In questi casi, una prima fase online costituisce dunque un preliminare all’analisi vera e propria.
Accetto meno volentieri richieste di trattamenti online in altre situazioni, quando una persona sta per esempio in Lombardia, se non in specifici momenti eccezionali e occasionali (magari per una malattia che costringe il soggetto a restare al domicilio diverse settimane); in queste ultime situazioni, stento a trovare vantaggi offerti da un percorso svolto da remoto a scapito di uno in presenza.
Credo che un setting più classico si faccia ampiamente preferire.
L’aspettativa riposta negli oggetti digitali
Jacques Lacan svolse già a metà degli anni Cinquanta una conferenza all’Ospedale Sainte-Anne di Parigi intitolata “Psicoanalisi e cibernetica” a proposito appunto dell’allora neonata cibernetica e del lavoro dello statunitense Norbert Wiener.
La si può reperire nel suo Seminario II, dedicato alla questione dell’io in Freud e nella tecnica della psicoanalisi.
Psicoanalisi e cibernetica sul piano del linguaggio
Lacan sostiene che sia la psicoanalisi sia la cibernetica risultano situate sull’asse del linguaggio: l’analisi è fondata sulla regola della libera associazione (dire bene ciò che viene in mente), sulla funzione della parola e il campo del linguaggio in quanto l’inconscio è strutturato come un linguaggio e il linguaggio è la condizione dell’inconscio; la cibernetica è fondata sul linguaggio binario in un alternarsi delle cifre 0 e 1.
Dunque, la psicoanalisi ha ben poco da temere dalla diffusione di dispositivi digitali imperniati sul campo del linguaggio.
I tre registri di Lacan
Lacan organizza l’esistenza umana intorno a tre registri: immaginario, simbolico e reale.
L’immaginario è quello che Freud ha rintracciato nel mito di Narciso, narrato da Ovidio, il quale si specchiava nelle acque sino a innamorarsi della propria immagine, a cercare di abbracciarla salvo poi affogare; concerne dunque l’immagine corporea allo specchio.
L’ordine simbolico, che Lacan trae dal suo amico antropologo Claude Lévy-Strauss, si basa sull’efficacia del linguaggio e della cultura nella strutturazione del mondo umano; Lévy-Strauss, nei suoi saggi di antropologia strutturale, sottolineava infatti l’efficacia simbolica di sciamani e stregoni in culture nelle quali certe parole e certe pratiche sono accettate e riconosciute mentre al di là di tali culture non avrebbero alcuna efficacia così come se qualcuno pronunciasse oggigiorno la formula magica “Hocus pocus” non susciterebbe alcun credito.
In effetti il simbolico funziona rendendo presente qualcosa o qualcuno in absentia e il suo esempio princeps è il padre morto descritto da Freud: in alcuni miti, le tribù primitive, dopo aver ucciso il padre, erigono al suo posto un totem che proibisce attraverso la forza di un’efficacia simbolica quel soddisfacimento in precedenza impedito dal padre e tanto agognato.
Infine, il reale è relativo a quel godimento singolare di ciascuno, soprattutto nell’intimità del proprio corpo, che va oltre l’immagine e il campo del linguaggio.
Il reale e il limite della simbolizzazione
Non è facile descrivere il reale: quello che si avverte intimamente, per esempio nella più intima giuntura del proprio corpo, non è del tutto dicibile in quanto sfugge alla verbalizzazione e alla simbolizzazione.
Abbiamo senz’altro motivo di sostenere che il reale non è l’ideale; la psicoanalisi, infatti, non è un idealismo e punta semmai a incrinare le idealizzazioni.
Cosa accade nelle sedute online
Nelle sedute online, l’immaginario è in gioco ed è persino amplificato vedendo i volti nello schermo; va sottolineato come la parte del corpo che sta sotto, la parte più pulsionale non si vede, viene celata.
Non vi è alcun dubbio che, nei percorsi online, funzioni l’ordine simbolico in quanto si parla, si dicono lapsus, si raccontano sogni e ricordi d’infanzia, vi sono formazioni dell’inconscio.
Non sarebbe giusto affermare che il reale sia completamente eluso negli incontri da remoto ma, evidentemente, è meno in primo piano e vi sono molte meno occasioni di compiere degli atti che vadano a erodere il reale del godimento senza l’incontro dei corpi nello stesso luogo; questa è una delle ragioni dei rischi di idealizzazione del clinico nelle sedute online.
Il transfert sugli oggetti digitali
La pratica clinica in videochiamata implica vedersi nello stesso momento, in modalità sincrona ma non nello stesso spazio.
Credo che gli appuntamenti online vengano chiesti soprattutto da persone che hanno “una sorta di transfert sulle macchine”, come diceva Lacan nel suo Seminario XIV; da persone che avvertono una sorta di transfert sugli oggetti digitali.
In questi casi, i tre registri sono annodati intorno all’oggetto, a quell’oggetto che Lacan ha chiamato oggetto plusgodere.
Cfr. il nostro articolo del 14 aprile 2022.
Oggetti di consumo e ripetizione del desiderio
Si tratta di una forma dell’oggetto pulsionale in quanto la pulsione non concerne soltanto gli orifizi del corpo ma anche oggetti della cultura, dell’industria e della sublimazione.
“La società dei consumi”, per citare il titolo di un celebre libro del sociologo Jean Baudrillard a proposito di un argomento del quale si sono occupati anche intellettuali della Scuola di Francoforte, si basa su questi oggetti che sembrano offrire appagamento, soddisfacimento salvo dare un piacere sempre mancante, incompleto tanto da spingere alla ripetizione di nuovi acquisti.
Ecco allora – stando sul campo digitale ma il discorso si può estendere ad altri beni di consumo – il nuovo computer, la nuova Play Station, un altro tablet, l’ultimo modello di IPhone.
Se le sedute online stentano ad avere effetti sul reale, come si può allora agire concretamente?
La mia ipotesi è che qualcosa del reale si collochi a livello della funzione dello scritto.
La funzione della scrittura nella seduta
La messaggistica su Whatsapp, le mail, lo scrivere in chat prima della seduta per annunciare gli argomenti di lavoro dell’appuntamento, durante la seduta per comunicare ciò che risulta difficile dire a parole oppure dopo la seduta per commentare quanto vissuto mi sembra siano tutti dei modi inventati dal soggetto per provare a erodere il reale.
Lacan sostiene che la lettera, la scrittura della lettera abbia un’affinità con la femminilità.
In riferimento al racconto di Edgar Allan Poe intitolato “La lettera rubata”, afferma che chi detiene la lettera, rubata in quanto rivela le trame amorose clandestine dei regnanti di Francia, ne risulti femminilizzato.
Diari, messaggi e controtransfert
Le ragazze e le donne sovente amano redigere diari relativi alla propria esperienza analitica; vi annotano sogni, considerazioni, stati affettivi.
I clinici vivono invece spesso questi messaggi scritti come un capriccio, come una scocciatura o come un acting out, tradendo così un proprio problema controtransferale irrisolto.
Eppure, queste manifestazioni della lettera scritta possono essere molto importanti ferma restando la priorità che in seduta ha il dire, l’etica del Ben-dire.
Le parole restano nel corpo
In effetti, siamo certi della validità assoluta della frase latina “verba volant, scripta manent” attribuita a un discorso di Caio Tito ai senatori romani?
Le frasi rimangono certamente; tuttavia anche le parole rimangono, restano, si iscrivono nel corpo, si incorporano lasciando segni e cicatrici indelebili.
Il medium non è tutto il messaggio
Noto è l’aforisma del sociologo canadese Marshall McLuhan: il medium è il messaggio.
Secondo questa tesi, il villaggio globale della comunicazione modifica le coordinate fondamentali di spazio e tempo: perciò un messaggio veicolato dalla televisione, ai tempi delle elaborazioni di McLuhan, oppure oggigiorno dai social network avrebbe caratteristiche strutturalmente diverse da quelle di un messaggio rintracciabile in un libro o in un quotidiano cartaceo.
Il contenuto del messaggio resta decisivo
Non si può considerare dissennata questa affermazione in quanto l’influenzamento indotto dal contesto nel quale ci si trova è indubbio e gli spazi per comunicare un concetto in un libro sono ben più ampi e dettagliati di quanto lo siano quelli che si hanno in un breve post sui social; essa tralascia comunque le caratteristiche proprie del contenuto del messaggio stesso.
Rimane imprescindibile considerare cosa viene comunicato, qual è l’argomento della discussione: in effetti il medium non è tutto il messaggio, costituisce soltanto la parte formale del messaggio.
Resta cruciale il messaggio in quanto tale, il contenuto del messaggio, a prescindere dal fatto che esso si presenti in forma scritta o verbale, nello studio dell’analista oppure online.
Posso anche prepararti una seconda versione ancora più fitta di H2, con sezioni più “da magazine”, mantenendo identico il testo.







