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Transizione sostenibile: credito e fisco per premiare le imprese



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Per accelerare la transizione servono premialità più trasparenti nel credito bancario, strumenti fiscali mirati e capitali privati orientati verso investimenti sostenibili. La sostenibilità deve diventare una leva concreta di competitività per imprese e PMI, non un semplice adempimento di compliance

Pubblicato il 6 ago 2026

Antonio Schioppi

Manager del team Climate Change and Sustainability Services di EY



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La sostenibilità è ormai entrata nel linguaggio ordinario di imprese, banche, investitori e istituzioni. Se fino a pochi anni fa veniva percepita come un tema laterale, spesso collegato alla reputazione o alla comunicazione aziendale, oggi rappresenta uno degli assi centrali attorno ai quali si stanno ridisegnando la competitività, la resilienza e la capacità di accesso al capitale del sistema produttivo.

Il punto, però, è che questa nuova centralità non può tradursi soltanto in una moltiplicazione di dati, questionari ESG, obblighi di disclosure e procedure di compliance. La transizione non si accelera chiedendo alle imprese di produrre sempre più informazioni, ma dando valore alle informazioni giuste. Non basta misurare. Non basta rendicontare. Non basta dichiarare un impegno. Occorre costruire un sistema nel quale i comportamenti virtuosi, quando sono misurabili, verificabili e coerenti con gli obiettivi di transizione, possano essere riconosciuti anche sul piano economico-finanziario, incidendo sull’allocazione del capitale, sul profilo di rischio e sulle condizioni di accesso agli strumenti finanziari.

La vera sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: passare da una sostenibilità soltanto rendicontata a una sostenibilità riconosciuta. Riconosciuta nel rapporto tra imprese e banche. Riconosciuta nelle politiche fiscali. Riconosciuta nella capacità di attrarre capitali privati verso progetti realmente utili alla modernizzazione del Paese.

La sostenibilità non può restare un mero adempimento

Negli ultimi anni molte imprese, anche di piccole e medie dimensioni, sono state chiamate a misurarsi con il presidio dei fattori ESG (ambientali, sociali e di governance) sempre più rilevanti nel rapporto con banche, investitori e stakeholder istituzionali. Hanno iniziato a raccogliere dati sui consumi energetici, sui rischi ambientali, sulla sicurezza dei lavoratori, sulla qualità dei processi interni, sulla governance, sulla trasparenza e sulla gestione dei rischi.

È un passaggio importante, perché una transizione credibile ha bisogno di informazioni affidabili. Ma il rischio è che tutto questo venga percepito dalle imprese come un ulteriore onere di compliance, soprattutto quando non è chiaro quale sia la ricaduta economico-finanziaria dello sforzo richiesto.

Se un’impresa investe per ridurre i consumi, migliorare la sicurezza, rafforzare i controlli interni, rendere più trasparente la propria governance e gestire meglio i rischi, deve poter comprendere se e come questo percorso incida sul suo rapporto con il sistema finanziario. La sostenibilità deve diventare una leva di competitività, non un obbligo vissuto come distante dalla vita reale dell’azienda.

Questo vale in modo particolare per le PMI, che spesso non dispongono di presidi organizzativi dedicati, competenze interne strutturate o risorse continuative per trasformare ogni richiesta informativa ESG in un processo ordinato, proporzionato e verificabile.

Premialità più chiare nel credito bancario

Le banche già oggi valutano, in forme diverse, i fattori ESG. Alcuni istituti hanno sviluppato prodotti dedicati, linee di finanziamento collegate a obiettivi ambientali o strumenti che valorizzano specifici percorsi di sostenibilità.

Il problema non è l’assenza totale di attenzione. Il problema è la chiarezza.

Dal punto di vista dell’impresa, spesso non è evidente quali indicatori ESG vengano considerati, quale peso abbiano nella valutazione, quanto incidano sul profilo di rischio, sul pricing del credito, sulle condizioni economiche del finanziamento e se l’eventuale premialità riconosciuta sia stabile, comparabile e verificabile. Questa opacità rischia di indebolire l’intero messaggio. Un’impresa può anche impegnarsi seriamente nella raccolta dei dati e nel miglioramento dei propri processi, ma se non comprende il ritorno concreto di quello sforzo continuerà a percepire la sostenibilità come un costo.

Non si tratta di chiedere alle banche condizioni agevolate automatiche. Sarebbe una semplificazione sbagliata. Gli intermediari devono continuare a operare secondo criteri di sana e prudente gestione, valutando solidità economico-finanziaria, capacità di rimborso, profilo patrimoniale e rischio complessivo dell’operazione.

Il punto è un altro: una gestione efficace dei fattori ESG può contribuire a ridurre alcuni rischi prospettici dell’impresa, inclusi rischi operativi, reputazionali, regolatori, ambientali e di transizione. Un’azienda che monitora i consumi energetici, presidia i rischi ambientali, investe nella sicurezza dei lavoratori, rafforza la governance e migliora la qualità delle informazioni fornite al sistema finanziario può risultare più preparata, più resiliente, più consapevole.

Queste informazioni non devono sostituire il merito creditizio, ma integrarlo nella valutazione economico-finanziaria dell’impresa. Devono aiutare a leggere meglio la resilienza prospettica, l’esposizione ai rischi di transizione e la capacità dell’impresa di adattarsi a scenari industriali, regolatori e di mercato in evoluzione.

Indicatori ESG essenziali, comparabili e verificabili

In questo percorso, il Documento per il dialogo di sostenibilità tra PMI e Banche rappresenta una base tecnica preziosa, perché può contribuire a standardizzare il dialogo informativo tra PMI e sistema bancario. Il suo valore non sta nell’aggiungere complessità, ma nel favorire un set di indicatori essenziali, proporzionati, comparabili e verificabili. La direzione corretta è questa: non rendicontare tutto, ma concentrarsi sulle informazioni davvero rilevanti. Poche, ma comprensibili. Poche, ma verificabili. Poche, ma capaci di migliorare concretamente il dialogo con banche e investitori.

Ho avuto modo di seguire anche un roadshow di divulgazione del documento con il MEF, proprio per farne apprezzare la qualità alle imprese e agli operatori del territorio. È stato un passaggio importante, perché ha mostrato come il tema non sia soltanto tecnico o regolatorio, ma profondamente economico.

La sostenibilità diventa utile quando consente di prendere decisioni migliori. Se alcuni indicatori aiutano a valutare la resilienza dell’impresa, allora devono poter essere collegati in modo più chiaro anche alle condizioni di accesso al capitale.

Il tema non è chiedere più dati alle imprese. Il tema è dare maggiore valore ai dati giusti.

Dagli extraprofitti bancari a una leva di politica economica

L’aumento dei tassi di interesse ha rafforzato la redditività del sistema bancario e ha riaperto il dibattito sugli extra profitti. È un dibattito rilevante, ma la risposta pubblica non dovrebbe esaurirsi nella logica del prelievo straordinario.

Una prospettiva più strutturale potrebbe essere quella di utilizzare il dibattito sugli extraprofitti come occasione per disegnare meccanismi incentivanti capaci di orientare una maggiore quota di credito verso imprese che realizzano investimenti misurabili e verificabili nella transizione. Non significa comprimere l’autonomia degli intermediari, né imporre meccanismi rigidi. Significa costruire un quadro nel quale diventi più conveniente riconoscere, in modo trasparente e verificabile, i percorsi di sostenibilità più solidi.

Invece di discutere soltanto su come prelevare risorse, possiamo chiederci come orientare meglio capitale e credito verso l’economia reale. La finanza sostenibile non può restare una categoria astratta. Deve diventare un’infrastruttura di sviluppo.

Un regime fiscale mirato per orientare il capitale privato verso la transizione

Accanto alla premialità nel credito, una seconda direttrice riguarda l’introduzione di un regime fiscale incentivante sui rendimenti o sulle plusvalenze derivanti da strumenti obbligazionari destinati al finanziamento della transizione sostenibile. I BTP Green rappresentano già un riferimento importante, perché consentono di finanziare spese pubbliche con impatto ambientale positivo. Ma il perimetro potrebbe essere più ampio: titoli pubblici, obbligazioni verdi europee, bond emessi da imprese, banche o altri operatori economici, purché destinati a finanziare attività coerenti con la transizione sostenibile e, dove applicabile, allineate alla Tassonomia europea.

L’elemento decisivo deve essere la selettività. Non si tratta di riconoscere benefici fiscali a qualunque prodotto presentato come sostenibile, ma di premiare strumenti capaci di dimostrare con chiarezza la destinazione dei proventi, la tracciabilità delle risorse impiegate, l’allineamento a standard riconosciuti, l’allocation reporting, l’impact reporting e la coerenza con gli obiettivi di transizione del Paese e dell’Unione europea. La fiscalità, se costruita bene, può diventare una leva potente per orientare il risparmio e il capitale privato verso progetti realmente utili. Non una misura generica, ma uno strumento mirato.

Pubblico e privato devono muoversi insieme

La transizione ecologica e industriale richiede risorse ingenti. Non può essere finanziata solo dal settore pubblico. Servono risorse nazionali ed europee, incentivi, programmi di investimento e finanza agevolata, ma serve anche una mobilitazione più strutturata del capitale privato.

Premialità nel credito e fiscalità incentivante sugli strumenti obbligazionari sostenibili possono diventare due leve complementari. La prima aiuta le imprese a comprendere che investire in sostenibilità può migliorare anche il rapporto con il sistema finanziario. La seconda orienta investitori e risparmio verso progetti coerenti con gli obiettivi di transizione.

Il punto non è sostituire l’intervento pubblico, ma aumentarne l’effetto leva, favorendo la mobilitazione di capitale privato verso investimenti coerenti con le priorità industriali, ambientali e sociali del Paese. Una politica economica moderna deve saper usare più strumenti contemporaneamente, evitando sia l’eccesso di burocrazia sia la dispersione degli incentivi.

Il Mezzogiorno non deve subire la transizione

Questa proposta riguarda tutto il Paese, ma per il Mezzogiorno assume un valore particolare. Le imprese meridionali operano spesso in contesti nei quali accesso al credito, dimensione aziendale, capacità di investimento e qualità delle infrastrutture rappresentano fattori decisivi per la crescita.

Se la sostenibilità viene costruita solo come nuovo obbligo informativo, rischia di ampliare i divari. Le imprese più grandi e strutturate riusciranno ad adeguarsi più facilmente; quelle più piccole, soprattutto nei territori più fragili, potrebbero percepirla come un ulteriore ostacolo.

Per questo serve un approccio proporzionato e non penalizzante: indicatori essenziali, meccanismi chiari, premialità comprensibili, strumenti finanziari accessibili e criteri di valutazione capaci di tenere conto delle specificità dimensionali e territoriali delle imprese. Il Sud non deve subire la sostenibilità come un nuovo vincolo. Deve poterla utilizzare come leva di competitività, attrazione di capitali e sviluppo industriale.

La transizione, se ben governata, può diventare anche una politica di coesione.

Una sostenibilità dimostrata, verificata e riconosciuta

La sostenibilità deve entrare nella grammatica ordinaria della politica economica. Non può essere trattata come un capitolo separato, né come un tema solo reputazionale o regolatorio.

Le informazioni ESG non devono restare confinate nei questionari, nei report o nelle istruttorie bancarie. Devono diventare dati utili per orientare decisioni di credito, politiche fiscali, scelte di investimento e processi di allocazione del capitale. La vera sfida non è costruire un sistema più complesso, ma un sistema più intelligente: poche informazioni rilevanti, indicatori chiari, premialità comprensibili e capitale orientato verso imprese e progetti che contribuiscono davvero alla transizione.

Non una sostenibilità dichiarata, ma una sostenibilità dimostrata, verificata e riconosciuta.

È su questo terreno che l’Italia può costruire una politica industriale più moderna: capace di sostenere la transizione senza appesantire le imprese, valorizzare chi investe in modo misurabile e verificabile nel cambiamento, migliorare l’allocazione del capitale e trasformare la finanza sostenibile in una concreta leva di competitività e crescita.

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