L’inasprirsi delle tensioni geopolitiche e la conseguente frammentazione delle catene di approvvigionamento hanno riportato in auge una tematica d’importanza critica per i governi internazionali: la resilienza tecnologica. I governi europei in particolare si chiedono come costruire ecosistemi startup capaci di generare crescita in modo costante. La risposta non risiede in riforme isolate, bensì nella costruzione di sistemi competitivi, capaci di rinnovarsi anche sotto pressione. In questo contesto si pongono gli sforzi dell’Europa di creare una sovranità digitale. Purtroppo, invece di scegliere un percorso che promuova la scelta e la concorrenza, i tentativi per ora sono incentrati sul controllo del mercato.
Per creare un ecosistema performante occorre invece concentrarsi sui principi fondamentali di cui i mercati hanno bisogno per prosperare: infrastrutture, talenti, capitale privato e riduzione degli oneri normativi. La Silicon Valley offre un esempio in tal senso.
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La competitività europea parte da mercati che sanno reagire
Negli ultimi vent’anni infatti, la Silicon Valley ha attraversato numerosi cicli di “boom and bust”, compresi il crollo delle dot-com, la crisi finanziaria globale del 2008 e una pandemia mondiale. Ogni episodio ha prodotto contrazione, ma ha anche creato le condizioni per la reinvenzione. La caratteristica distintiva della Silicon Valley non è l’espansione ininterrotta, ma la capacità di comprimersi, ricalibrare e poi accelerare di nuovo con slancio da fenice.
Nel dibattito politico europeo attuale sono emerse tre dimensioni della sovranità:
- la sovranità dei dati, ovvero dove risiedono i dati;
- la sovranità operativa, ovvero chi controlla la crittografia, le patch e il personale;
- la sovranità strategica/legale, ovvero quale giurisdizione governa e se i governi stranieri possono imporre l’accesso.
Le prime politiche dell’UE si sono concentrate quasi esclusivamente sul punto primo; il dibattito attuale sta spingendo verso progressi sui punti secondo e terzo. Il miraggio di una effimera sovranità tecnologica rischia di andare a discapito di una vera competitività e resilienza economica.
Perché la competitività europea vale più dell’autonomia formale
L’impulso europeo a ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera può essere riconducibile a una preoccupazione legittima. Da tempo i Paesi si interrogano sulla sovranità e sulla sicurezza nei settori strategici. Solo pochi anni fa, le preoccupazioni dei paesi europei riguardavano soprattutto la produzione alimentare, la generazione di energia, le industrie pesanti e altri comparti. Oggi si tratta di cloud e AI.
Il riflesso politico di ridurre la dipendenza attraverso mandati, l’incentivazione di campioni nazionali e oneri normativi è tuttavia destinato a rivelarsi controproducente. La vera resilienza economica può essere raggiunta solo attraverso la concorrenza e mercati privati dinamici. L’Europa rischia di risolvere un problema geopolitico infliggendosi un problema economico.
Competitività europea e innovazione: i punti di forza da attivare
In Europa, gli ingredienti per l’innovazione esistono: la regione dispone di un’infrastruttura di connettività relativamente buona rispetto ad altre regioni (ad esempio copertura in fibra ottica completa, 4G e 5G), e ci sono molteplici università e istituti di ricerca di livello mondiale oltre a un profondo bacino di talenti in ogni settore. Eppure, nonostante l’imprenditoria in fase iniziale si sia sviluppata significativamente negli ultimi anni, l’Europa ha faticato a tradurre questi punti di forza in aziende tecnologiche paragonabili alle maggiori realtà americane.
La mobilità dei talenti è una chiave di volta necessaria per raggiungere quella resilienza economica e competitività nei settori tecnologici di avanguardia. Negli Stati Uniti, la remunerazione basata su azioni è un meccanismo consolidato per allineare i dipendenti alle performance aziendali. Le persone entrano nelle startup con l’aspettativa che la partecipazione azionaria possa generare ricchezza significativa se l’azienda ha successo. In molte giurisdizioni europee, tuttavia, gli incentivi azionari sono tassati in modo meno favorevole o trattati in modo incoerente, riducendone l’attrattività.
Come la competitività europea dipende da capitale e scala
Sebbene l’Europa continui a produrre startup promettenti, solo poche maturano in aziende piattaforma globali che dominano il cloud computing, l’intelligenza artificiale o le infrastrutture digitali. Gli interventi diretti dei governi per selezionare e sussidiare i vincitori sono destinati al fallimento, poiché le aziende tecnologiche, per avere successo, devono conquistare gli utenti e navigare pressioni competitive.
Oltre a un mercato dei talenti fiorente, al centro della durabilità della Silicon Valley c’è il venture capital. I venture capitalist (VC) non si limitano a fornire finanziamenti, ma plasmano le strutture di governance, forniscono incentivi alla ricerca e alimentano l’ambizione dei giovani talenti. Offrono consulenza strategica, supervisione del consiglio di amministrazione, supporto al recruiting e accesso a reti che aiutano le aziende giovani a maturare rapidamente.
Negli Stati Uniti, le aziende finanziate da venture capital rappresentano una quota sostanziale del valore di mercato azionario e coprono una quota notevole degli investimenti privati in ricerca e sviluppo. I fondatori operano in stretta prossimità con investitori esperti, imprenditori seriali e operatori qualificati, il che consente alla conoscenza di circolare liberamente. Per l’Europa, espandere il venture capital non significa semplicemente aumentare i finanziamenti nelle fasi iniziali. L’intera scala dei finanziamenti deve essere rafforzata, in particolare nelle fasi avanzate, dove le aziende necessitano di capitali significativi per competere a livello globale. Il Venture Capital è reso possibile dalla presenza di investitori istituzionali, come fondi pensione, dotazioni universitarie e fondazioni, i quali forniscono il capitale necessario per investimenti ad alto rischio e a lungo termine nelle startup. Lo sviluppo di questi mercati dei capitali è una condizione necessaria affinché il venture capital possa svilupparsi in Europa.
Norme e frammentazione: il freno alla crescita delle startup
Infine, la frammentazione dell’ecosistema europeo obbliga le startup a navigare tra molteplici sistemi legali, regimi fiscali e quadri normativi. Complessivamente, queste barriere creano attrito che rallenta l’espansione e complica la pianificazione strategica. Le imprese europee già navigano tra l’AI Act, il GDPR, NIS2, DORA, il Data Act e un patchwork di framework nazionali di certificazione cloud. Aggiungere un Cloud and AI Development Act, uno schema EUCS riveduto e preferenze di acquisto “Buy European” non è una strategia favorevole al successo, ma una favorevole al fallimento. Questo perché i grandi incumbent riescono ad assorbire l’impatto dei nuovi requisiti, mentre i concorrenti più piccoli e innovativi non possono.
Il meccanismo del “punteggio di sovranità” nell’EU Cloud Sovereignty Framework, ad esempio, seppur ben intenzionato, rischia di diventare un fossato burocratico: otto dimensioni, quattro livelli di garanzia, amministrato da autorità appaltanti prive sia delle competenze sia dell’incentivo ad applicarlo rigorosamente. Questo rafforza il labirinto della compliance più che la sicurezza reale o la tecnologia.
La sfida finale della competitività europea
La forza duratura della Silicon Valley risiede nell’accettazione della volatilità come elemento intrinseco dell’innovazione, rendendola un ecosistema capace di assorbire gli shock e continuare a evolversi. Per l’Europa la sfida non è la mancanza di idee o talenti, bensì la costruzione di framework finanziari, normativi e culturali che consentano alle startup di scalare, fallire, rialzarsi e ricominciare.










