Aprire i dati per il riuso: i ritardi italiani

OPEN DATA

Le linee guida europee sul riuso dei dati evidenziano anche l’importanza di aprire i dati che si considerano chiave per la trasparenza e il riuso sociale e commerciale. Una strategia che l’Italia deve rapidamente completare e adottare, così da superare la frammentazione attuale nei territori

di Nello Iacono, Stati Generali dell'Innovazione

La pubblicazione in ambito europeo delle linee guida per il riuso dell’informazione pubblica è di particolare rilevanza perché manifesta l’obiettivo della Commissione Europea di cercare di supportare l’applicazione da parte dei Paesi membri della direttiva PSI (Public Sector Information) di recente rivista rispetto alla precedente edizione del 2003, e che deve essere recepita nelle legislazioni nazionali entro luglio 2015. E nel tendere a questo obiettivo, le linee guida si focalizzano in particolare su alcuni aspetti:

·      l’uso delle licenze di open standard oggi disponibili;

·      le priorità per la pubblicazione dei dataset;

·      le modalità per rendere i dataset pubblicati più facilmente riusabili;

·      l’applicazione della regola del costo marginale che è da prendere in considerazione per la definizione del costo da associare al riuso delle informazioni.

Il focus delle linee guida UE: licenze, priorità sui dati e costi

Questa iniziativa è legata alla necessità di dare impulso al tema degli open data, riconoscendogli un potenziale significativo per quanto riguarda il business di servizi e prodotti associati, e allo stesso tempo comprendendo come l’impasse attuale del mercato sia legato allo sforzo notevole che deve essere realizzato dalle amministrazioni pubbliche, per agire rapidamente sull’apertura dei dati più utili a partire da sistemi informativi non sempre adeguati (l’Italia non è l’unico caso), con una cultura e una organizzazione non del tutto preparate per il cambiamento.

In questo senso, una spinta decisiva è stata prodotta dal rapporto 2013 sugli Open Data di McKinsey,  secondo cui il riuso dei dati pubblici potrebbe sviluppare un valore economico di circa 3-5 trilioni di dollari su diversi settori di mercato (primariamente nell’Education, nei trasporti e nei prodotti di consumo), di cui 900 bilioni in Europa, e di uno studio effettuato nello specifico dell’ambito spagnolo da parte dell’associazione ASIDE, per cui il riuso delle informazioni coinvolge in Spagna già circa 400 imprese per circa diecimila persone occupate e un volume di business di circa 900 milioni di euro. In particolare, le linee guida definiscono indicazioni su

  • Licenze. Viene definito quando le amministrazioni pubbliche possono permettere il riuso di documenti senza condizioni o licenze, e quando è possibile il riuso di dati personali. Ad esempio, si puntualizza che è sempre preferibile, nell’ottica della semplificazione, utilizzare avvertimenti-note invece di licenze strutturate, o comunque utilizzare le licenze aperte disponibili sul web come le licenze "Creative Commons", senza obbligare a realizzare contratti di licenza specifici. Il requisite di attribuzione è sufficiente nella maggior parte dei casi di riuso di informazioni pubbliche;
  • Dataset. Sono identificate cinque categorie tematiche di dataset a cui dovrebbe essere data priorità nella pubblicazione, dato l’interesse sia delle imprese sia di altri potenziali interessati al riuso: dati geospaziali (mappe, codici postali), dati meteorologici e ambientali (tempo, qualità della terra e dell’acqua, consumi energetici, livelli di emissione, dati ambientali in generale); dati sui trasporti (orari, stato delle strade, traffico), dati statistici sulla popolazione (età, occupazione, istruzione, salute, reddito), dati sulle aziende e sul business (bilanci, fatturati);
  • Costi. Viene trattato il tema di come le entità pubbliche, incluse biblioteche, musei e archivi, devono calcolare il valore di riutilizzo dei dati. In particolare, se si tratta di documenti digitali, il riutilizzo dovrebbe essere sempre gratuito, mentre nei casi generali, il criterio dovrebbe essere sempre quello della compensazione delle spese del processo di trattamento per la pubblicazione, sottraendo tasse e altri tributi, dovuti successivamente per il riutilizzo.

L’enfasi viene posta, non a caso, sul riuso delle informazioni pubbliche come area di sviluppo di un significativo business di servizi. Ne sono un esempio evidente, tra le altre, alcune aziende statunitensi come The Weather Channel, Weather Underground, Garmin, che hanno oggi un fatturato di miliardi di dolalri, e per le quali si dimostra operativamente che il riuso innesca un circolo virtuoso: se si incrementa il feedback proveniente dagli utenti delle informazioni, sempre migliore è la loro accuratezza e sempre maggior valore acquistano le informazioni stesse e i servizi su di esse realizzati, aumentando di conseguenza la dimensione del business collegato e l’ampiezza dei servizi erogati. Sempre dallo studio già citato di McKinsey, si valuta che l’aumento di valore basato sul miglioramento dell’accuratezza delle informazioni può essere stimato in un fattore moltiplicativo 10.

Naturalmente i temi trattati dalle linee guida devono essere affrontati allo stesso tempo e in un quadro organico e coerente. Fondamentale, anche per la sua specificità territoriale e culturale, è però l’aspetto dei “dataset prioritari” da aprire al riuso.

La situazione italiana: luci e ombre. In ritardo sul riuso.

La situazione italiana, su questi fronti, è variegata: da un lato la valutazione dal punto di vista normativo sembra vederci tra i Paesi più avanzati (anche se non scientifico, lo strumento dello Scoreboard PSI ne dà comunque una buona evidenza), grazie anche al pieno recepimento della precedente versione della direttiva PSI del 2003, ma anche della direttiva Inspire (tranne l’iscrizione nel registro europeo), e alla revisione del CAD con il recepimento dell’”open data by default”, e agli ottimi documenti di base realizzati dall’AgID (es. linee guida), dal punto di vista dell’attuazione ci sono invece alcuni elementi di preoccupazione:

  • il “Rapporto sullo stato di avanzamento del processo di valorizzazione del patrimonio pubblico” non è stato ancora pubblicato, ma le anticipazioni presenti nell’Agenda nazionale sulla strategia di valorizzazione del patrimonio pubblico pongono sul tavolo tutta l’arretratezza di programmazione su questo tema, se dal rapporto “emerge come le pubbliche amministrazioni hanno intrapreso un percorso di apertura dei dati; tale fenomeno è confermato da un buon numero di dataset di tipo aperto attualmente disponibili. Tuttavia, allo stesso tempo, il rapporto evidenzia come in termini di qualità e di riutilizzo/valore economico la  situazione italiana sia molto frammentata con poche realtà virtuose e tante ancora molto lontane dal raggiungimento di tali obiettivi”. Non è un caso che il documento di approfondimento delle linee guida da parte del Cisis-Regioni riguardi solo due terzi delle Regioni e, tranne per il nucleo delle regioni “virtuose”, non possa fornire un quadro organico di iniziative sul territorio;
  • i dataset “chiave” identificati dall’Agenda nazionale sono per lo più dati con aggiornamento periodico, spesso annuale. I dataset chiave identificati dalle linee guida europee non a caso sono per lo più invece dinamici, con aggiornamento continuo (ad esempio, dati metereologici, dati sul traffico e sui trasporti), che non a caso sono i dati che nell’Agenda vengono riportati come i dati richiesti dalla “società civile” e non però recepiti;
  • sembra non sia ben definito un processo di raccolta dei feedback sul riuso dei dati, così anche da direzionarne l’apertura e quindi da focalizzare gli sforzi delle amministrazioni su ciò che serve, proprio per favorire lo sviluppo del settore, a livello internazionale molto promettente, basato sul riuso delle informazioni.

In altri termini, l’Italia sembra ancora rimanere, nonostante disponga di competenze, esperienze, normative di primo piano, ad uno stadio volontaristico e quasi artigianale, dove le iniziative virtuose sono coltivate, ma non trovano accoglienza in una programmazione organica nazionale che inquadri il tema dell’open data e del riuso nel ciclo ampio che include, insieme, open government e crescita digitale. Da qui nasce anche l’iniziativa dell’Istituto Italiano Open Data, da poco costituito, per la costituzione di un osservatorio sul riuso dei dati, la cui finalità principale è di porre in evidenza l’importanza che riveste il riuso non solo per le opportunità di servizi e prodotti che può creare, ma anche perché è una delle misure principali dell’utilità dei dati aperti, cercando di costruire un luogo organico di esposizione delle esigenze della domanda di dati.

Pertanto, è necessario muovere i passi verso una strategia nazionale sull’openness, di cui già sono presenti molti elementi e che la vicecommissaria UE Neelie Kroes così ha riassunto in un recente discorso  in un convegno organizzato dall’Open Knowledge Foundation, sulle ragioni del “perché dobbiamo essere aperti”: “Prima di tutto, la trasparenza. Che si tratti di come il tuo Consiglio spende i tuoi soldi o dei risultati di una sperimentazione clinica. Essere onesti e aperti significa migliore informazione, migliori decisioni, migliore governance. Secondo, la correttezza e l’equità (fairness). Si tratta di restituire a chi paga le tasse quello per cui hanno già pagato. Dai risultati scientifici alle informazioni sul traffico. Cosa può essere più ragionevole di questo?  E soprattutto, si tratta dell’innovazione. Più condividi le idee e più altri possono costruire su di esse”.

Una strategia che ci permetta di costruire un percorso di apertura dei dati guidato dal riuso e dalle esigenze dei cittadini e delle imprese. Pienamente nell’ottica di un’amministrazione aperta.

03 Settembre 2014

TAG: kroes, ue, openness, open data, licenze, costi, dataset, strategie, istituto open data