Il futuro del lavoro si costruisce oggi nelle aule universitarie e nei luoghi di formazione, dove si prepara una generazione chiamata ad affrontare trasformazioni senza precedenti. In un’epoca di accelerazione tecnologica, il dialogo tra competenze scientifiche e riflessione umanistica diventa essenziale per orientare il cambiamento.
Indice degli argomenti
Il tempo dell’accelerazione tecnologica
L’epoca che stiamo vivendo, in cui siamo immersi, viene spesso definita, senza esagerazione, come “tempo dell’accelerazione“. Il mondo del lavoro, il modo di pensare o di ripensare la conoscenza, di organizzare la formazione e persino il nostro modo di percepire il tempo sta subendo delle modifiche sostanziali in seguito all’avanzamento delle tecnologie, dell’automazione, presente ormai in molti processi produttivi, della transizione ecologica e dell’intelligenza artificiale.
Tutto questo sta perfino modellando e cambiando il nostro modo di intendere e immaginare il futuro. I cambiamenti in atto rischiano di diventare più veloci della nostra capacità di comprenderli e questo gap genera entusiasmo e disorientamento nello stesso tempo. Da un lato, l’innovazione apre possibilità straordinarie; dall’altro, genera nuove vulnerabilità e nuove responsabilità. Comprendere il futuro del lavoro significa riconoscere che esso non è un destino inevitabile, ma il risultato delle decisioni e delle scelte educative, etiche, sociali, economiche e culturali che oggi, come persone e come comunità, siamo chiamati a prendere.
La gestione del ritmo come competenza chiave
Il futuro del lavoro è un cantiere aperto: i sistemi educativi e la cultura possono e devono orientarne la direzione. Ma la cultura in cui viviamo è una cultura dell’iper-velocità che rischia di trasformarsi in una trappola perché non tutto ciò che è rapido è efficace e non tutto ciò che rallenta è improduttivo. Proprio come nella guida di un’automobile non possiamo viaggiare sempre con il piede sull’acceleratore ma dobbiamo essere capaci di alternare, in modo consapevole, accelerazioni e decelerazioni. Se così non fosse saremmo imprudenti e irresponsabili.
Una delle competenze chiave richieste per il futuro sarà dunque la gestione del ritmo: la capacità di alternare accelerazione e pause, intuizione e riflessione, rapidità operativa e profondità di giudizio. Lo dice molto bene il premio Nobel Daniel Khaneman nel suo libro “Pensieri lenti e veloci“. Imparare, pertanto, a calibrare la velocità in base alle condizioni del contesto. Non esiste progresso senza pausa, né decisione efficace senza un momento di riflessione. I professionisti di domani non dovranno semplicemente adattarsi al ritmo del cambiamento, ma imparare a governarlo. In questo quadro, la riflessione non è un lusso riservato all’accademia, bensì una componente essenziale degli ambienti di lavoro e della qualità delle decisioni.
Oltre le previsioni: competenze trasversali e ricerca di senso
Una parte consistente del dibattito pubblico odierno tende a focalizzarsi prevalentemente sulle previsioni: quali professioni sono destinate a scomparire, quali emergeranno, quali saranno i tassi di occupazione e disoccupazione, e quale andamento mostreranno i principali indicatori del mercato del lavoro. Sebbene tali dati quantitativi e l’analisi dei trend siano elementi imprescindibili per comprendere l’evoluzione del sistema socio-economico, la questione realmente decisiva riguarda l’orizzonte culturale necessario a rendere possibili e soprattutto sostenibili le nuove professioni. Le principali analisi internazionali sulle competenze evidenziano come, nei prossimi anni, accanto alle conoscenze tecnico-scientifiche, assumeranno un ruolo centrale le competenze trasversali.
Per questa ragione la scuola e l’università non devono solo “preparare al lavoro”, in senso stretto, ma devono educare le giovani generazioni alla comprensione del cambiamento, formando persone capaci di leggere, orientare e governare i processi, non soltanto di eseguirli.
È una domanda che viene anche dai giovani, che sono alla ricerca non solo di conoscenze tecniche, di informazioni pratiche, ma anche di senso. Vogliono lavorare in aziende che hanno un proposito, una missione al servizio della società. E vogliono lavorare non come schiavi o come macchine, ma come persone che hanno una vita equilibrata e piena, dove c’è spazio per lo spirito, gli affetti, le relazioni.
Il dialogo necessario tra scienza e umanesimo
Uno degli equivoci più diffusi, a mio avviso, in molti dibattiti è la contrapposizione tra scienza e umanesimo, tra tecnologia e cultura, tra competenze e valori. Per decenni, in molti Paesi, si è coltivata la convinzione che la crescita dipendesse quasi esclusivamente dallo sviluppo delle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica). Si è pensato, e forse qualcuno ancora lo pensa, che gli studi umanistici fossero un lusso, un orpello per gli intellettuali, un passatempo per spiriti raffinati, ma scarsamente utili per il mercato del lavoro.
Oggi questa visione mostra tutti i suoi limiti. Lo sanno bene in luoghi di lavoro emblematici come la City di Londra, dove laureati in lettere classiche svolgono ruoli di spicco in agenzie di finanza. Scienza e umanesimo devono dialogare più da vicino riconoscendosi reciproca dignità e importanza. Devono dialogare alla pari. L’innovazione tecnico-scientifica non deve considerare l’umanesimo subalterno e poco utile allo sviluppo sociale e al progresso e allo stesso tempo l’umanesimo deve avvicinarsi alla scienza in modo acritico, cercando di comprendere e penetrarne linguaggi e significati dialogando con i suoi protagonisti.
È in questo dialogo che nasce la vera innovazione: quando l’umanesimo diventa capace di abitare la tecnologia, e la tecnologia diventa capace di ascoltare l’umanesimo.
Dalla maggiore sintonia tra innovazione scientifica e riflessione umanistica stanno nascendo nuove figure professionali che partendo da questa “ibridazione” culturale si affermeranno in un futuro non molto lontano, solo per fare degli esempi: esperti di etica dell’IA, analisti della cultura dei dati, specialisti di digital humanities, comunicatori culturali digitali e progettisti di esperienze immersive.
Università e imprese: laboratori di integrazione del sapere
Scuole e università giocano un ruolo importante e strategico nella formazione delle giovani generazioni. Il loro compito non dovrà limitarsi al solo trasferimento di know how ma diventare laboratori di integrazione del sapere dove si insegna a dare senso e valore.
Nelle Facoltà di Filosofia e di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, solo a titolo di esempio, oltre a trasmettere il sapere specifico, si lavora molto in modalità laboratoriale. Si progettano stage insieme ai partner delle rispettive aree disciplinari e si organizzano corsi: di soft skills, di lettura, di teatro, ecc. Si organizzano anche incontri con diversi professionisti del mondo del giornalismo, della cultura, del terzo settore e altro ancora. In poche parole, si cerca in modo organico di rafforzare le caratteristiche peculiari degli studenti, facendo emergere i loro talenti. Scuole e università possono e devono diventare luoghi dove sapere scientifico, tradizione e cultura umanistica si fondono per illuminare il futuro creando nuove visioni. In questa logica anche il ruolo delle imprese diventa fondamentale.
Non devono essere soltanto luoghi di produzione di beni e servizi, comunque utili per la società e per le persone, ma dovranno, e in parte già lo sono, diventare spazi dove si costruiscono competenze, identità professionali, esperienze e culture organizzative. I percorsi di stage e di tirocini devono essere co-progettati tra imprese e università con l’inserimento del doppio tutor, uno per l’università e uno per l’impresa. In questo modo l’impresa diventa co-costruttrice di significati, valori e competenze, contribuendo a definire non solo come ma anche perché si lavora.
Un ecosistema formativo per le grandi sfide
In un futuro, che è già qui, i nostri giovani dovranno cimentarsi con grandi sfide come: le trasformazioni tecnologiche, l’ambiente, il problema demografico in particolare la denatalità, le sfide sociali e culturali, e tanto altro.
Si tratta di sfide che sono profondamente interconnesse: la tecnologia influisce sulla società, la demografia condiziona l’economia, l’ambiente definisce i limiti e le possibilità dello sviluppo. Allo stesso modo, anche la risposta deve essere integrata e sistemica, capace di unire scienza e umanesimo, innovazione e valori, competitività e dignità, identità personale e relazioni.
È necessario e urgente lavorare sulla costruzione di quello che definisco un ecosistema formativo integrato in cui istituzioni educative e imprese devono, sempre di più e meglio, collaborare insieme in modo vero e autentico. Scuole, università e imprese, nel rispetto della propria identità, autonomia e specificità, sono chiamate a svolgere il loro ruolo ma nello stesso tempo a instaurare relazioni stabili e costruttive, fondate sul dialogo, sulla corresponsabilità educativa e sulla co-progettazione formativa.
Abitare il futuro con responsabilità e profondità umana
La posta in gioco è alta e non riguarda soltanto quale lavoro emergerà, ma quale società intendiamo costruire attraverso il lavoro. Franklin D. Roosevelt ricordava che non possiamo sempre costruire il futuro per i nostri giovani, ma possiamo preparare i nostri giovani per il futuro.
Oggi questo compito è più urgente che mai. Preparare le nuove generazioni al futuro significa aiutarle ad abitarlo con intelligenza, responsabilità, senso del limite e profondità umana, offrendo loro non solo strumenti per stare al passo con i tempi, ma radici per non perdersi e un orizzonte verso cui orientare, insieme, la velocità del cambiamento. In tale prospettiva, la riflessione umanistica non rappresenta un freno alla scienza, bensì una bussola orientativa. Essa ricorda alla tecnica e a tutte le professioni il suo fine originario: essere al servizio dell’uomo.













