scenari

L’intelligenza naturale esiste davvero? Cosa suggerisce il confronto con l’IA



Indirizzo copiato

Intelligenza artificiale non è solo una tecnologia: è una formula che accende aspettative e sposta il confine di ciò che crediamo di essere. Nel suo luccichio c’è una promessa, ma anche un equivoco: l’idea che, per contrasto, la nostra intelligenza sia “naturale”, autonoma e non mediata

Pubblicato il 12 gen 2026

Federico Leoni

docente di Filosofia morale al Dipartimento di scienze umane dell'Università degli Studi di Verona, coordinatore del Centro di ricerca "Tiresia", docente per l'IRPA (Istituto di ricerca per la psicoanalisi applicata) di Milano



sistemi di visione artificiale mempria dell'IA Intelligenza Artificiale Generale nuovi camaleonti ia AI e comunicazione ia e pensiero ignoranza artificiale Capitale Semantico

“Intelligenza artificiale” è un’espressione giustamente fortunata. Perché è un vero colpo di genio. Un conto è dire software, o programma, come si diceva una volta, o peggio che mai ordinateur, come i francesi chiamano il computer essendo allergici all’inglese.

Viene subito voglia di disordine, di buttare all’aria il computer con tutte le sue app e andare a correre nei boschi.

“Intelligenza artificiale” invece è una promessa enorme. Ha qualcosa di scintillante. E oltretutto, come ogni promessa, prevede abbastanza pacificamente la possibilità di essere disattesa.

Si potrà sempre dire che siamo a un passo, che sarà per la prossima volta, che aspettiamo il 2030 o un altro anno dal numero elegante e perentorio: insomma che l’intelligenza artificiale è una cosa che riguarda il futuro, e il futuro è fatto per essere di là da venire. Magie del marketing.

La promessa di intelligenza artificiale e l’effetto delle parole

“Intelligenza artificiale” è anzitutto una parola, una coppia di parole. Mai credere che dietro le parole ci siano cose conformi alle parole, che dietro questi piccoli congegni che sono i concetti ci siano cose che somigliano al paesaggio che ci suggeriscono.

E infatti, oltre alla promessa scintillante, l’altro effetto straordinario di quest’espressione è quello di farci credere che ci sia, invece, un’intelligenza naturale.

E che se quella si chiama intelligenza artificiale, la nostra sarà naturale. Se quella pensa grazie a tonnellate di silicio, miliardi di dollari di investimenti, equazioni complicatissime e valanghe di energia elettrica che serve a raffrescare la grande macchina, sarà chiaro che io invece penso per conto mio, al costo di una pizza, nel chiuso della mia stanzetta, o al massimo con dieci colleghi attorno a un tavolo.

Il “pappagallo stocastico” e la critica all’intelligenza artificiale

Facciamo un passo indietro, guardiamo in prospettiva. C’è chi dice che l’intelligenza artificiale si limita a ripetere cose già dette, a ricombinare stringhe di testo secondo un criterio probabilistico.

Se dico cielo, è più probabile che segua la parola “azzurro”, meno probabile che segua la parola “verde”. Se chiedo a una macchina di scrivere un racconto ambientato nell’alto dei cieli, la macchina risponderà improvvisando qualcosa sulle rondini o sugli angeli, e meno opportuni le sembreranno riferimenti ai diavoli e soprattutto agli ippopotami.

L’umano che sta consultando la macchina ha le sue abitudini, e quelle abitudini non vanno in alcun modo turbate. Altrimenti l’umano potrebbe passare alla concorrenza.

Come la critica all’intelligenza artificiale diventa un trionfo facile

Evocato l’argomento dell’azzurro e del verde, cioè, in gergo, l’idea che l’intelligenza artificiale non sia altro che un pappagallo stocastico, i critici dell’intelligenza artificiale sono soliti sorridere trionfanti.

Sono convinti di aver vinto. Vedi che la macchina ricombina il già detto? Vedi che non fa altro che riassemblare sillabe, pezzetti di testo, frammenti di discorso pescati dall’immensa biblioteca del web?

Noi, invece, noi umani, e quella cosa che supponiamo sia in noi, l’intelligenza naturale, la natura in quanto naturalmente intelligente, noi sì che reinventiamo il mondo di minuto in minuto.

Quando l’umano ripete: parole vecchie, idee “avute”, prestiti lunghi

Non è anche questo un temino delle medie, o l’espressione più standard del nostro eterno umanismo da liceo classico? L’umano ha le sue abitudini. Ama la ripetizione così tanto da far impallidire qualunque macchina.

Tutte le parole che uso sono vecchissime, interi pensieri che mi vengono in mente riemergono da letture, conversazioni, prestiti che risalgono indietro di secoli, plagi millenari.

È per questo che diciamo giustamente che i pensieri “mi vengono in mente”, che “abbiamo avuto” un’idea. In una stessa frase sento risuonare il gergo di mio padre, la battuta di una sua vecchia zia, le letture di Edgar Allan Poe fatte quando avevo tredici anni, tutti i greci che Poe aveva letto e ripetuto e riaggiustato nei suoi racconti.

Psicoanalisi e intelligenza artificiale: un programma parallelo

È interessante notare che c’è tutto un programma di ricerca che dice qualcosa del genere. Un programma di ricerca che è esattamente parallelo, sia storicamente sia concettualmente, a quello dell’intelligenza artificiale, ma che raramente o forse mai viene messo a confronto con quello dell’intelligenza artificiale.

Diceva Freud che le sue pazienti avevano talvolta un braccio paralizzato perché un corteggiatore troppo audace aveva sfiorato loro quel braccio, rendendolo insopportabile e in qualche modo costringendo la sua proprietaria a rimuoverlo dall’orizzonte.

Aggiungeva Freud che quel braccio però era paralizzato in un modo davvero strano, non dal centro della schiena alla punta delle dita, come una paralisi organica avrebbe richiesto, data la disposizione dei nervi e dei muscoli del braccio. Era paralizzato fin dove il linguaggio comune chiama braccio il braccio, cioè grosso modo fino alle cuciture della manica della camicia con la schiena della camicia. Perché lì il linguaggio cambiava parola, parlava per esempio di spalla.

Intelligenza artificiale e significanti: la macchina del linguaggio secondo Lacan

In breve, la psicoanalisi scopre che noi pensiamo, e anche sentiamo e agiamo, per come certe parole ci spingono a fare.

Un allievo di Freud, Jacques Lacan, usando gli stessi logici e linguisti da cui nasce il programma dell’intelligenza artificiale (Peano, Frege, Russell, Goedel, Saussure), spingerà al massimo l’esplorazione di questa idea di inconscio come macchina linguistica.

È perché erano pazze, che a quelle ragazze capitavano queste bizzarre paralisi teleguidate da una parola chiave? No, piuttosto quelle ragazze rivelavano in modo plateale qualcosa che in modi meno vistosi capita a ciascuno di noi.

Ciascuno di noi pensa, desidera, agisce ricalcando l’impronta di un qualche significante segreto. Peraltro, in cauda venenum, è difficile se non impossibile dire che cosa significhi quella parola, perché per dire che cosa significa dovrò usarne un’altra, e poi per spiegare quest’altra dovrò tirarne in ballo un’altra ancora.

È un difetto di quella parola? No: è che solo una parola che non significa niente può funzionare come motore della macchina della significazione.

Dove passa la differenza tra naturale e artificiale, secondo l’intelligenza artificiale

Qui è dove si vede che ci troviamo di fronte a uno strano gioco delle parti. Chi dovrebbe avere una visione umanistica, laudatrice della natura e del senso e dell’insondabile creatività dell’animo umano, si rivela lontano mille miglia da tutto questo. Parlo della psicoanalisi.

Chi dovrebbe avere una visione antiumanistica, proiettata verso le meraviglie delle macchine e del loro automatismo scatenato, svela un’anima nostalgica e anela al fantasma di tutti i fantasmi, l’autocoscienza. Parlo dell’informatica.

Risultato: l’informatica costruisce macchine sperando che prima o poi diventino abbastanza complesse da cominciare a pensare secondo un’idea vecchissima del pensare, mentre la psicoanalisi smonta soggetti umani mostrandone il funzionamento macchinico e sperando che prima o poi quei soggetti umani accolgano quella loro dimensione di automatismo standoci dentro in maniera un po’ meno angosciata.

A me, che non sono informatico e non sono psicoanalista, e che osservo tutto questo dal vertice di tutt’altra disciplina che è la filosofia, sembra utile chiedere non tanto chi ha ragione e chi ha torto in questa partita tutt’ora in corso (e naturalmente molto più complicata di così), ma che cosa ci insegna la partita nel suo complesso.

Che cosa ci suggerisce questa strana simmetria di scambi, equivoci e somiglianze. Forse la cosa più importante che possiamo imparare è che in ogni caso la differenza tra intelligenza naturale e intelligenza artificiale non passa tra noi umani e le nostre macchine, ma passa prima di tutto dal nostro lato.

Semmai è per questo che poi la ritroviamo dal lato delle macchine, come differenza tra una macchina che non pensa ancora pur essendo costruita per pensare e una macchina costruita per pensare e finalmente capace di farlo.

Dico che la differenza tra il naturale e l’artificiale passa tutta dal nostro lato, divide noi stessi da noi stessi, perché siamo prima di tutto noi a non pensare mai senza significanti, cioè senza quegli oggetti tecnici che sono le parole, senza quegli elementi inerti che sono i discorsi, insomma senza la resistenza quasi inorganica che essi ci impongono.

Il che significa che, per pensare, noi come minimo facciamo simultaneamente due cose: una che è forse dell’ordine del pensare, ma la parola come si vede è inadeguata, è sovraccarica di impliciti e di fantasie inindagate; e una che somiglia piuttosto a un consegnarci a qualcosa.

O a un lasciarci pensare da qualcosa che non pensa affatto, ma che in compenso, con la sua inerzia, con il suo automatismo, ci fa pensare, o fa pensare quel qualcosa che sembra somigliare al pensiero ma che diventa pensiero solo dopo questo incontro straniante.

Il giorno che avremo meditato e assunto fino in fondo questo groviglio — che del resto la filosofia indica da tempo immemorabile (la filosofia è macchinica e antiumanistica da sempre: questo per chi la ama è il suo massimo pregio, e per chi non la ama è il suo massimo difetto) — avremo capito meglio sia le nostre macchine, sia noi stessi, sia quella pace o quella guerra che potrà regnare tra noi e loro.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x