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Giornalismo e AI: perché serve un “new deal” dell’informazione



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Dalla stampa di Gutenberg alle piattaforme digitali, tecnologia e giornalismo evolvono insieme. Oggi l’intelligenza artificiale riscrive produzione e distribuzione delle notizie, tra personalizzazione, allucinazioni e potere delle Big Tech. L’Ue risponde con DSA, EMFA e AI Act, puntando su trasparenza e responsabilità

Pubblicato il 9 gen 2026

Laura Aria

Commissaria Agcom



ai nel giornalismo

Nel fluire della storia, il giornalismo si è affermato baluardo irrinunciabile delle società democratiche, incarnando la funzione di custode della libertà. Fin dalla scintilla originaria della stampa di Gutenberg, la parola scritta ha conteso al tempo e al potere il primato della memoria collettiva, tessendo la trama invisibile che unisce individui e comunità nel confronto critico con la realtà.

Ogni rivoluzione tecnologica — dalla linotype al telegrafo, dalla radio alla televisione — ha disegnato nuove geometrie dell’informazione, imponendo al diritto la fatica di una costante rincorsa per preservare l’equilibrio tra libertà di espressione, tutela della proprietà intellettuale e salvaguardia dell’interesse pubblico. Si è così delineato un legame profondo e indissolubile tra tecnologia e giornalismo, un filo sottile ma tenace che attraversa ogni trasformazione nell’universo informativo.

Perché giornalismo e intelligenza artificiale cambiano la “voce” pubblica

Fu negli anni Cinquanta che Alan Turing, con la celebre domanda “le macchine possono pensare?”, diede avvio al percorso dell’intelligenza artificiale, prefigurando un’epoca in cui la tecnologia avrebbe superato i limiti del mero calcolo per diventare dialogo, relazione, persino voce. Da quella intuizione si è snodata una storia di evoluzioni: nel 1966 nasceva ELIZA, chatbot capace di simulare una conversazione umana; nel 1972 PARRY aggiungeva sfumature emotive.

Dagli anni ’80 i sistemi esperti tentavano di riprodurre il ragionamento umano, mentre tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, con l’avvento di Internet e della linguistica computazionale, assistenti virtuali come A.L.I.C.E. e SmarterChild preparavano il terreno ai protagonisti della contemporaneità: Siri, Alexa, le moderne chatbot, capaci di instaurare relazioni sempre più personalizzate e di reinventare la voce umana in un gioco senza fine tra imitazione e innovazione.

Dalla rivoluzione digitale alla crisi dei modelli economici del giornalismo

Sul volgere del XX secolo, il giornalismo e, più in generale, i media tradizionali hanno fronteggiato una rivoluzione senza precedenti: quella digitale. L’avvento di Internet ha rappresentato un autentico spartiacque, sconvolgendo le certezze consolidate e costringendo le testate storiche a reinventarsi di fronte alla crisi dei modelli economici su cui avevano prosperato per decenni.

La digitalizzazione dei contenuti, la diffusione istantanea e globale dell’informazione e l’affermarsi di nuove piattaforme hanno dato vita a una realtà in cui il sapere è divenuto accessibile ovunque, ma al tempo stesso disperso e sovrabbondante. Eppure, i media tradizionali non si sono arresi di fronte a questa tempesta: hanno saputo cogliere la sfida, investendo nella trasformazione digitale, nella creazione di archivi online e nell’adozione di nuovi linguaggi e formati per rispondere alle esigenze di un pubblico in continua evoluzione.

Attraverso un difficile percorso di adattamento e innovazione, sono riusciti a ritrovare un equilibrio, ridefinendo il proprio ruolo nell’ecosistema informativo dopo l’avvento di Internet.

Come il giornalismo e intelligenza artificiale riscrivono l’ontologia dell’informazione

Oggi, l’irrompere dell’intelligenza artificiale rappresenta una cesura di portata epocale, capace di ridisegnare la stessa ontologia dell’informazione. Gli algoritmi di machine learning e, in particolare, i Large Language Models, consentono la generazione automatica di testi, la sintesi e la traduzione di contenuti, la personalizzazione delle notizie e la profilazione degli utenti su una scala sinora inimmaginabile.

L’AI, con la sua logica probabilistica, non si limita a veicolare contenuti, ma ne plasma la forma, orchestra la diffusione e ne determina le priorità. Le macchine non accedono a una verità oggettiva, ma costruiscono risposte verosimili sulla base delle regolarità apprese dai dati, talora generando “allucinazioni” — contenuti errati, inesatti, privi di riscontro fattuale.

Ne deriva una profonda ridefinizione degli equilibri tra i protagonisti del sistema mediatico: le Big Tech assumono un ruolo centrale nella distribuzione e monetizzazione dei contenuti giornalistici, rischiando di marginalizzare il giornalismo indipendente e di impoverire il pluralismo informativo, con effetti dirompenti sulla qualità della democrazia.

La risposta europea a giornalismo e intelligenza artificiale: DSA, EMFA e AI Act

A fronte di tali sfide, l’Unione europea si è fatta portatrice di una visione prettamente regolatoria. Il Digital Services Act (DSA), l’European Media Freedom Act (EMFA) e l’AI Act costituiscono tre pilastri di un ordinamento che impone trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti fondamentali agli operatori digitali.

Il DSA si distingue per l’imposizione di obblighi stringenti alle piattaforme online, che devono garantire trasparenza nella moderazione dei contenuti, contrasto alla disinformazione, tutela degli utenti vulnerabili e divieto di pratiche manipolative come i cosiddetti dark pattern. L’EMFA si erge a baluardo della libertà di espressione e del pluralismo informativo, riconoscendo la funzione della stampa come bene pubblico e sancendo la protezione delle fonti e dell’indipendenza editoriale.

L’AI Act interviene sulla progettazione e sull’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale, imponendo requisiti di trasparenza, responsabilità e controllo umano, con particolare attenzione alle applicazioni capaci di incidere sulla dignità, l’autonomia e l’integrità della persona. Al cuore di tale architettura normativa, la difesa della pluralità, la salvaguardia della partecipazione democratica e la promozione dell’innovazione responsabile rappresentano principi irrinunciabili.

European Democracy Shield: resilienza contro disinformazione e polarizzazione

In questa prospettiva si colloca anche l’European Democracy Shield, una nuova risposta europea alla disinformazione che mira a difendere la libertà di pensiero nell’era digitale. Al riguardo, il Centro Europeo per la Resilienza Democratica coordinerà le istituzioni per rafforzare il pluralismo, la trasparenza e il giornalismo indipendente, valorizzando reti di fact-checker e programmi di alfabetizzazione digitale per sostenere uno spazio informativo integro e critico.

AGCOM: presidio del pluralismo del giornalismo nell’ecosistema digitale

Nel mutevole scenario dell’informazione, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni costituisce presidio e interprete vigile delle complesse dinamiche che attraversano l’ecosistema mediatico. Fin dalla sua nascita, grazie alla visione lungimirante del legislatore che l’ha voluta quale autorità convergente, AGCOM ha promosso un approccio volto a tutelare i pilastri fondamentali dell’informazione e ad anticipare i cambiamenti che attraversano il sistema dei media.

Nell’ambito delle proprie competenze e prerogative, l’Autorità ha riconosciuto nel giornalismo un elemento imprescindibile per la salvaguardia della democrazia e per la qualità del dibattito pubblico. Già all’alba di questa consiliatura, AGCOM, nell’ambito dello studio sulla professione giornalistica alla prova dell’emergenza COVID-19, ha avviato una consultazione pubblica che ha posto al centro della riflessione il futuro del giornalismo in un momento di crisi profonda.

Tra i punti nodali della consultazione si ponevano la ridefinizione dell’accesso alla professione, il rinnovamento della formazione continua, il sostegno all’informazione di qualità e l’introduzione di strumenti innovativi per la tutela e il finanziamento dell’attività giornalistica. Tutti confluiti in un esito che ha ribadito la necessità di un approccio organico e sistemico — tanto più urgente nell’era digitale, dove scenari, regole di accesso e percorsi formativi risultano profondamente mutati — attraverso una riforma indispensabile dell’ordinamento della professione giornalistica, della formazione e delle modalità di ingresso.

Modelli di business e fiducia: le vulnerabilità strutturali del settore

Questa attenzione si rafforza nella stagione attuale, in cui il giornalismo affronta minacce inedite: la disgregazione dei modelli di business tradizionali, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la riduzione dei margini di sostenibilità economica, la concentrazione delle piattaforme e la conseguente erosione del pluralismo. Elementi che rischiano di minare la funzione democratica della stampa stessa.

L’Autorità mantiene su questi temi un livello di attenzione particolarmente elevato, come dimostra — tra le altre iniziative e azioni — l’istituzione dell’Osservatorio sul sistema dell’informazione. Questo strumento, con cadenza annuale, offre un’analisi puntuale delle dinamiche di offerta e consumo di informazione in Italia, permettendo di monitorare e comprendere in chiave diacronica le principali componenti del sistema informativo nazionale.

I dati più aggiornati rivelano che il 65,6% della popolazione italiana esprime una fiducia moderata o alta in almeno un mezzo di informazione, riconoscendo nella televisione, nella radio e nella stampa le fonti più affidabili. Al contrario, circa il 30% degli intervistati manifesta una bassa fiducia nei confronti delle notizie provenienti dai social media e dalle piattaforme di condivisione video, segnalando una distanza significativa fra media tradizionali e nuovi canali digitali.

Queste evidenze testimoniano quanto cruciale sia, oggi più che mai, il ruolo dell’Autorità nel presidiare la qualità dell’informazione e nel promuovere una cultura della trasparenza e della responsabilità, a tutela della coesione sociale e della partecipazione democratica.

Equo compenso e piattaforme: un nodo centrale per giornalismo e intelligenza artificiale

In tale contesto, il regolamento sull’equo compenso adottato da AGCOM — mediante la Delibera 3/23/CONS in attuazione della Direttiva UE 2019/790 sul copyright — si propone come strumento concreto volto a ristabilire un giusto equilibrio nei rapporti tra editori, piattaforme e intermediari digitali, a tutela del pluralismo dell’informazione e della dignità economica degli editori.

La regolazione adottata intende essere custode dei diritti fondamentali di comunicazione, cronaca, critica e discussione, nel rispetto delle libertà creative e dei diritti d’autore, nonché delle eccezioni sancite dalla legge, ponendo la qualità e la trasparenza dell’informazione quale fulcro imprescindibile dello sviluppo democratico e culturale del Paese.

Il regolamento prevede, in particolare, un doppio modello di calcolo: per gli Intermediari di Media e Motori di Ricerca (IMMRS), il compenso si basa sul fatturato rilevante delle attività connesse al media monitoring e alle rassegne stampa, secondo parametri mutuati dalle prassi di mercato. Per gli altri prestatori di servizi, come motori di ricerca, aggregatori di notizie e social media, il calcolo si fonda su un sistema di revenue sharing.

La base imponibile è la differenza tra i ricavi pubblicitari del prestatore e quelli da traffico di reindirizzamento dell’editore, con la previsione di un’aliquota massima del 70%, modulata in base a criteri graduati e indicatori specifici: numero di visualizzazioni e interazioni degli utenti con gli articoli, rilevanza dell’editore sul mercato, numero di giornalisti impiegati, investimenti tecnologici sostenuti, adesione a codici etici e di qualità, esperienza storica della testata. Questi elementi intendono garantire una valutazione che premia qualità, trasparenza e professionalità.

Il regolamento, inoltre, impone obblighi stringenti di comunicazione e informazione sia alle piattaforme sia alle IMMRS, garantendo la trasparenza e la correttezza dell’intero processo negoziale e decisionale. L’equo compenso, dunque, definisce con fermezza l’esigenza che piattaforme online e aggregatori riconoscano la piena dignità economica ai contenuti giornalistici da cui traggono beneficio.

Riflettendo sul punto, non si può che riconoscere come, senza un equo compenso effettivamente riconosciuto agli editori e senza la sostenibilità del giornalismo, venga meno non soltanto la linfa vitale del pluralismo democratico, ma anche la principale fonte di contenuti qualificati per l’intelligenza artificiale stessa, la quale si nutre della produzione giornalistica per crescere e affinarsi.

Confronto USA–UE su giornalismo e intelligenza artificiale: fair use e contese legali

La rilevanza cruciale del tema ha catalizzato l’attenzione e alimentato un vivace confronto tra Europa e Stati Uniti, chiamando entrambe le sponde dell’Atlantico a interrogarsi sulle regole del nuovo ecosistema informativo. Da un lato, l’Europa pone al centro trasparenza, responsabilità e una giusta remunerazione per gli editori, delineando un quadro normativo volto a tutelare pluralismo e qualità dell’informazione.

Dall’altro, il modello statunitense si distingue per la flessibilità insita nella dottrina del fair use, sancita dalla Section 107 del Copyright Act del 1976, che privilegia l’innovazione e l’elasticità nell’utilizzo dei contenuti protetti. Nel diritto d’autore statunitense, il principio consente, in circostanze specifiche, l’utilizzo di opere protette senza il preventivo consenso del titolare dei diritti.

Semplificando, il sistema si fonda su quattro pilastri: la finalità e la natura dell’impiego, la natura dell’opera, la quantità e la rilevanza della porzione utilizzata rispetto all’intera opera e l’impatto sul mercato dell’originale. In particolare, il fair use ammette l’uso non autorizzato a patto che sia davvero equo e non pregiudichi il valore economico o la diffusione dell’opera, mantenendo un equilibrio tra libertà di utilizzo e tutela dei diritti dell’autore.

Nel corso del 2025, la discussione americana si è accesa con particolare intensità, catalizzata dall’azione legale del New York Times contro OpenAI e Microsoft: un caso emblematico che ha posto all’attenzione il tema dell’appropriazione non autorizzata di contenuti giornalistici per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale.

Il report dell’U.S. Copyright Office di maggio di quest’anno ha ulteriormente raffinato i contorni di questa materia, sottolineando l’inesistenza di risposte universali e ribadendo che la valutazione del fair use deve necessariamente aderire alle specificità di ciascun caso, in particolare quando gli output dell’AI si pongono in diretta concorrenza con i contenuti originali. Gli usi accademici tendono a essere accolti con maggiore favore, mentre l’addestramento commerciale su larga scala è osservato con crescente rigore.

È nell’esame dell’evoluzione giurisprudenziale americana in materia che si coglie l’intreccio tra i principi del fair use e le nuove esigenze dettate dall’avvento delle tecnologie digitali: basti pensare alla recente sentenza Bartz v. Anthropic che ha sancito la distinzione tra l’uso trasformativo e legittimo di opere acquisite regolarmente — e quindi ammissibile nell’alveo del fair use — e l’utilizzo di materiali illeciti, giudicato contrario alla protezione autoriale.

Già nel 2023 la decisione della Corte Suprema in Warhol v. Goldsmith aveva ulteriormente affinato anche i confini della trasformatività, imponendo una rigorosa valutazione dell’impatto economico sulle licenze e sul mercato dell’autore originario. Si delinea così una giurisprudenza che, se da un lato riconosce il valore della metamorfosi creativa, dall’altro pone argini stringenti laddove l’innovazione rischia di sovrapporsi e appropriarsi del lavoro altrui.

Accanto al fervore delle contese giudiziarie, prende corpo un articolato processo negoziale tra le imprese dell’intelligenza artificiale e gli editori, mirato alla stipula di accordi che consacrino la legittimità dell’utilizzo dei contenuti e ne garantiscano un riconoscimento economico equo e trasparente. Accordi che possono non solo valorizzare la qualità e la legalità nell’ecosistema digitale, ma che possono rinsaldare la reputazione degli attori coinvolti, promuovendo una cultura di responsabilità condivisa.

Opt-out europeo e text and data mining: la tutela dei diritti d’autore

Nel dialogo tra Stati Uniti ed Europa emerge una divergenza di fondo: laddove oltreoceano viene valorizzata la flessibilità del modello giuridico del fair use, l’Europa adotta un approccio definito dalla Direttiva Copyright (UE) 2019/790, che ha introdotto un meccanismo di opt-out.

In questo senso, l’articolo 4 della citata Direttiva conferisce ai titolari dei diritti la facoltà di impedire l’utilizzo delle proprie opere nei processi di addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale, a condizione che tale volontà sia manifestata con modalità idonee e comprensibili anche dai dispositivi automatici.

E, in ogni caso, è essenziale sottolineare che le attività di text and data mining (vale a dire, le attività di estrazione di testo e dati usate per esaminare automaticamente grandi quantità di testo e dati digitali) devono sempre avvenire secondo criteri di legittimità, escludendo in maniera tassativa l’estrazione da siti non autorizzati o di natura illecita. Si configura così una tutela stringente della prerogativa autoriale, elevando la manifestazione di dissenso a steccato inviolabile nel complesso e mutevole scenario digitale contemporaneo.

Un new deal tra giornalismo e intelligenza artificiale: la proposta di una nuova alleanza

Di fronte a queste profonde metamorfosi, si avverte l’urgenza di promuovere un autentico new deal tra giornalismo, diritto e tecnologia: un patto rinnovato che sia all’altezza delle complessità della rivoluzione digitale e che sappia rispondere, con coraggio e lungimiranza, alle sfide inedite poste dall’intelligenza artificiale e dalla sistematica appropriazione dei contenuti.

Occorre riaffermare con forza la funzione sociale irrinunciabile del giornalismo, garantire equità nella remunerazione di autori ed editori, esigere trasparenza e responsabilità dalle piattaforme e perseguire un’armonizzazione normativa di respiro internazionale, orientata a una tutela reale ed efficace. Come nei grandi momenti di svolta della storia, in cui l’umanità ha saputo sospendere il passo per riscrivere le regole della convivenza civile, anche oggi siamo chiamati a edificare un ecosistema informativo che custodisca la memoria senza temere l’innovazione.

L’immagine di un ponte tra passato e futuro, tra la parola viva della tradizione e le nuove sintassi dell’intelligenza artificiale, ben rappresenta la sfida epocale che ci attende: dare forma a un nuovo linguaggio, in cui la tecnologia si faccia davvero strumento di libertà, pluralismo e responsabilità condivisa. In questo snodo cruciale, emerge la consapevolezza che il giornalismo non debba essere sacrificato sull’altare dell’innovazione né subordinato alle logiche impersonali degli algoritmi.

Al contrario, in quanto autentica infrastruttura della democrazia, la stampa e le nuove tecnologie sono chiamate oggi più che mai a instaurare un dialogo costruttivo, interrogandosi su come preservare verità e libertà in una società in cui la conversazione tra uomo e macchina è ormai parte integrante del tessuto sociale.

Proprio come la scrittura, a partire da Platone, ha rappresentato una promessa di conoscenza ma anche il rimpianto della parola viva, così oggi l’intelligenza artificiale ci spalanca orizzonti inediti, imponendoci al contempo una profonda riflessione sulla necessità di una nuova alleanza. Un patto rinnovato tra giornalismo, diritto e tecnologia, fondato sulla reciproca fiducia e orientato a costruire un ecosistema informativo in cui innovazione e tradizione dialoghino armoniosamente, a salvaguardia del pluralismo, della libertà e della dignità della parola.


Le opinioni espresse dall’Autrice rivestono carattere puramente personale e non impegnano l’Amministrazione di riferimento.

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