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Sovranità digitale e reti: il 2026 che può cambiare le telco europee



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Il settore telco europeo entra nel 2026 con domanda quasi ferma e troppa offerta: crescita minima su fisso e mobile, margini compressi e investimenti difficili. In questo contesto, fusioni e acquisizioni diventano una leva per riparare il mercato e finanziare reti più moderne

Pubblicato il 5 gen 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



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Se volessimo utilizzare una metafora per spiegare in che stato si trovano le telco europee, potremmo immaginare un supermercato dove ci sono dieci casse aperte ma solo venti clienti in coda. È una situazione paradossale: troppa offerta per la domanda disponibile e, alla fine, nessuno guadagna abbastanza per coprire i costi, figuriamoci per investire. Questa metafora, per quanto semplificata, descrive ciò che sta accadendo nel settore delle telecomunicazioni europee.

E proprio come quel supermercato dovrebbe probabilmente chiudere qualche cassa, così le compagnie telefoniche europee stanno iniziando a pensare che forse è arrivato il momento di unire le forze.

Il 2026 si preannuncia dunque come un anno di svolta. Non sarà l’anno di una rivoluzione improvvisa, ma piuttosto quello in cui diverse forze accumulate negli ultimi anni smetteranno di bilanciarsi a vicenda e cominceranno a spingere tutte nella stessa direzione: verso un consolidamento del mercato che potrebbe ridisegnare la mappa delle telecomunicazioni europee.

Un mercato maturo e la spinta al consolidamento telco europee

Per capire cosa sta succedendo, bisogna partire da un fatto fondamentale: in Europa, quasi tutti hanno già un telefono cellulare e una connessione internet. Sembra una buona notizia, e in effetti lo è per noi consumatori, ma per le aziende significa che non ci sono più molti nuovi clienti da conquistare.

Il report “Capital Currents” di Oliver Wyman fotografa questa situazione con numeri eloquenti: la crescita delle connessioni fisse in Europa viaggia intorno al 2% annuo (grazie a connessioni in fibra più performanti delle reti mobili), mentre quella mobile è praticamente ferma allo 0,2%. Non esattamente i ritmi di crescita che fanno sognare gli investitori.

Quando un mercato smette di crescere, le aziende si trovano di fronte a una scelta difficile. Possono cercare di rubarsi clienti a vicenda, abbassando i prezzi fino a erodere i propri margini (una competizione che non a caso è definita “statica”), oppure possono innovare i propri servizi attraverso una competizione “dinamica”.

Ma in questo caso devono affrontare investimenti che richiedono risorse che, appunto, non ci sono. Insomma, il rischio per le telco è quello di trovarsi in un cul de sac: per questo diventa urgente trovare modi più intelligenti per creare valore.

Una diversa opzione per uscire dal cul de sac sono fusioni e acquisizioni, quelle che nel gergo finanziario si chiamano M&A (Mergers and Acquisitions).

Quindi, negli ultimi anni, la creazione di valore nel settore delle telecomunicazioni è stata significativamente inferiore rispetto ad altri settori. Non perché le telco lavorino male, ma perché il contesto competitivo rende difficile generare rendimenti soddisfacenti. In questo scenario, l’M&A diventa non più una semplice opzione strategica, ma una leva fondamentale per sopravvivere e prosperare.

Europa frammentata e gap di scala: perché pesa sul consolidamento telco europee

C’è un altro problema che rende l’Europa particolarmente vulnerabile: la frammentazione. Mentre negli Stati Uniti tre operatori (AT&T, Verizon e T-Mobile) controllano il 98% del mercato mobile, in Europa i cinque maggiori operatori messi insieme non arrivano nemmeno al 50%.

Il confronto è impietoso: l’operatore europeo medio serve circa 5 milioni di abbonati, quello americano ne serve 107 milioni, quello cinese addirittura 467 milioni.

Perché questo conta? Perché le dimensioni, nel mondo delle telecomunicazioni, non sono solo una questione di prestigio. Essere più grandi significa poter distribuire i costi fissi su una base più ampia, negoziare meglio con i fornitori di tecnologia, investire di più in ricerca e sviluppo e, soprattutto, finanziare le enormi spese necessarie per costruire e mantenere le reti di nuova generazione.

Il capex pro capite nel settore telecom è di 109 euro in Europa contro 174 negli Stati Uniti. Questa differenza si traduce in reti meno moderne e servizi potenzialmente meno competitivi.

È come se l’Europa schierasse venti squadre di serie B invece di cinque club di Champions League. Le squadre minori possono anche giocare bene nel loro campionato, ma quando si tratta di acquistare un campione sul mercato o costruire uno stadio all’avanguardia, i grandi club partono con un vantaggio schiacciante.

Sovranità digitale e regolatori: la politica che spinge le telco europee

C’è però una forza nuova che sta cambiando le carte in tavola: la geopolitica. I governi europei hanno iniziato a rendersi conto che le infrastrutture di telecomunicazione non sono semplici business commerciali, ma asset strategici per la sicurezza nazionale e la competitività economica.

La pandemia ha mostrato quanto dipendiamo dalle reti per lavorare, studiare, curarci. La guerra in Ucraina ha evidenziato come le comunicazioni siano un’arma tanto quanto i carri armati.

Questa consapevolezza si è tradotta in due documenti che stanno influenzando il dibattito europeo: i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività europea. Entrambi identificano la frammentazione delle telecomunicazioni come uno dei freni alla crescita del continente e invocano un mercato più integrato.

Finora, però, poco è stato fatto: la Commissione stessa sembra incerta sul da farsi. Il messaggio di fondo, tuttavia, è inequivocabile: per competere con Stati Uniti e Cina nel mondo digitale, l’Europa ha bisogno di campioni continentali, non di tanti piccoli operatori nazionali.

Un effetto concreto, seppur timido, si coglie nelle decisioni delle autorità di regolamentazione. Tradizionalmente, queste vedevano le fusioni con sospetto, temendo danni alla concorrenza e ai consumatori. Oggi l’approccio sta diventando più sfumato: invece di bloccare le operazioni per principio, i regolatori tendono ad approvarle imponendo condizioni che proteggono la concorrenza senza impedire il consolidamento.

I tempi delle decisioni, però, restano spesso troppo lunghi: segno che il cambio di mentalità non è ancora completo.

Il precedente Vodafone-Three e la nuova logica delle condizioni

L’esempio più significativo è quello britannico. Nel Regno Unito, la Competition and Markets Authority alla fine del 2024 ha dato il via libera alla fusione tra Vodafone e Three, un’operazione che si è conclusa nella metà del 2025 e che riduce da quattro a tre il numero di operatori mobili sul mercato nazionale.

La decisione non è stata priva di condizioni: le due aziende hanno dovuto accettare impegni legalmente vincolanti su prezzi, investimenti e accesso alla rete per i concorrenti.

È lo stesso schema applicato in Spagna, dove la Commissione Europea ha approvato la joint venture tra Orange e MásMóvil, e in Italia, dove l’operazione Vodafone-Fastweb ha ricevuto il semaforo verde con condizioni che garantiscono l’accesso ai concorrenti.

È un cambio di paradigma, ma ancora parziale. In passato, i regolatori europei tendevano a imporre rimedi che spesso creavano nuovi concorrenti, vanificando parte dei benefici attesi dalle fusioni: la decisione della Commissione nel 2016 sulla fusione Wind-H3G resta un esempio emblematico di questo approccio, con l’ingresso nel mercato italiano di Iliad che ha innescato una guerra dei prezzi distruttiva per l’intero settore.

Oggi prevale una logica diversa: proteggere i consumatori attraverso impegni su prezzi e investimenti, anziché frammentare artificialmente il mercato. Eppure anche questo nuovo corso mostra i suoi limiti: le condizioni imposte (di accesso o vincoli sui prezzi) rischiano talvolta di trasformarsi in limiti così stringenti da frenare le operazioni più che tutelare davvero i consumatori.

Quello che ancora manca è il passaggio da una regolazione ex ante a una ex post: lasciare che i nuovi soggetti nati da fusioni o acquisizioni dispieghino pienamente il loro potenziale, intervenendo solo quando si verifichino concrete e documentate lesioni della concorrenza.

Cinque strade per crescere: come cambia il consolidamento telco europee

Non tutte le operazioni di M&A sono uguali. Oliver Wyman, in un rapporto pubblicato alla fine del 2025, ha identificato cinque tipi distinti, ciascuno con una logica e obiettivi specifici.

Il primo, e più tradizionale, è il consolidamento domestico: due operatori dello stesso paese si fondono per creare un player più forte. Si veda il caso di Vodafone-Three in UK o Orange-MásMóvil in Spagna. Il valore sta principalmente nelle sinergie di costo (reti condivise, sistemi IT unificati, organizzazioni più snelle) e nel cosiddetto “market repair”, ovvero il ripristino di condizioni di mercato più sane.

Il secondo tipo è il consolidamento transfrontaliero: un operatore forte in un paese avvia le attività in un altro paese per esportare il proprio modello di business. È la strategia seguita da Digi, che ha replicato soprattutto in Spagna il modello low-cost sviluppato in Romania. Queste operazioni offrono meno sinergie immediate, ma creano un’opzione strategica preziosa.

Il terzo tipo è il riequilibrio del portafoglio: i grandi gruppi vendono attività non più strategiche per concentrarsi su quelle dove possono davvero eccellere. È quello che ha fatto Vodafone, uscendo da Spagna e Italia per concentrarsi sui mercati dove ha posizioni più forti. Può sembrare una ritirata, ma spesso è una mossa razionale.

Il quarto tipo riguarda l’acquisizione di “motori di crescita” vicini al core business: servizi cloud, cybersecurity, IoT, soluzioni per le imprese. È la strada per salire lungo la catena del valore, passando da semplici fornitori di connettività a partner tecnologici più completi.

Il quinto tipo, forse il più dinamico nel 2026, riguarda le infrastrutture digitali: torri, fibra, data center. L’ondata di carve-out degli anni passati (quando le telco separavano le infrastrutture passive in società dedicate) sta lasciando il posto a una fase di consolidamento tra questi player infrastrutturali.

L’intelligenza artificiale e le infrastrutture: l’effetto moltiplicatore del 2026

È impossibile parlare di telecomunicazioni nel 2026 senza menzionare l’intelligenza artificiale. Non tanto per gli usi che le telco possono farne internamente (automazione del customer service, ottimizzazione delle reti, manutenzione predittiva), quanto per l’impatto che l’AI sta avendo sulla domanda di infrastrutture.

I grandi modelli di linguaggio, le applicazioni di AI generativa e i sistemi di machine learning richiedono enormi capacità di calcolo concentrate in data center sempre più potenti e assetati di energia.

Questo sta creando un’opportunità straordinaria per chi possiede o costruisce le reti che collegano questi data center al resto del mondo. L’M&A tracker di FierceNetwork documenta una pipeline di operazioni la cui logica è esplicitamente legata alla corsa per l’AI: l’acquisizione di Intersect da parte di Alphabet per aumentare la capacità di data center, il mega-deal da 40 miliardi di dollari con cui BlackRock e MGX hanno comprato Allied Data Centers, l’acquisizione di Alphawave da parte di Qualcomm per rafforzare la propria posizione nei chip per data center.

Per le telecomunicazioni europee, tutto questo significa che la fibra, il backbone e le interconnessioni con i campus di data center stanno diventando asset strategici contesi non solo dagli operatori tradizionali, ma anche dai fondi infrastrutturali e dalle big tech.

La partita non si gioca più solo sul numero di abbonati consumer, ma sempre più sulla capacità di servire carichi di lavoro professionali con requisiti stringenti di latenza, affidabilità e capacità.

Il Brasile come prova sul campo: quando il consolidamento migliora le reti

Per chi teme che il consolidamento porti inevitabilmente a prezzi più alti e servizi peggiori, il caso brasiliano offre un controesempio interessante. Nel 2020, quando l’operatore Oi è fallito, i suoi asset mobili sono stati divisi tra i tre operatori rimasti (TIM, Vivo e Claro). Il mercato è passato da quattro a tre player, con tutti i timori del caso.

Cosa è successo dopo? Il Brasile è diventato il terzo paese al mondo per velocità di download 5G, dietro solo a Corea del Sud e Qatar. L’ARPU (ricavo medio per utente) è cresciuto del 4% annuo tra il 2021 e il 2024, segnalando che i consumatori sono disposti a pagare di più per servizi migliori.

I tre operatori, liberati dalla guerra dei prezzi distruttiva, hanno potuto investire massicciamente nel rollout del 5G, lanciando contemporaneamente reti standalone in tutto il paese.

Certo, il Brasile non è l’Europa e ogni mercato ha le sue specificità. Ma l’esempio dimostra che il consolidamento, gestito con intelligenza e accompagnato da impegni di investimento, può generare benefici per tutti: operatori, consumatori e sistema paese.

I numeri 2025 e il ruolo dei fondi: deal meno numerosi, ma più grandi

I dati KPMG sul settore TMT (Technology, Media, Telecom) mostrano che il mercato delle fusioni e acquisizioni sta tornando a scaldarsi. Nel terzo trimestre 2025, nonostante un calo del 4,8% nel numero di operazioni rispetto al trimestre precedente, il valore complessivo è aumentato del 45,7%.

Il segnale è chiaro: si fanno meno deal, ma più grandi e più trasformativi.

Nel sottosettore telecomunicazioni, in particolare, i volumi sono aumentati del 26,4% trimestre su trimestre e il valore dell’83,1%. Le operazioni si sono concentrate su fibra e spettro, confermando che la partita si gioca sempre più sulle infrastrutture.

AT&T ha speso 23 miliardi di dollari per acquisire licenze spettro da EchoStar. Amphenol ha comprato la divisione connettività di CommScope per 10,5 miliardi. Sono cifre che dimostrano quanto sia alta la posta in gioco.

Con numeri diversi si può guardare anche all’operazione che ha visto in Italia Wind3 acquisire, nel secondo semestre del 2024, OpNet, il primo operatore in Europa ad aver sviluppato una rete nazionale 5G Stand Alone e ad aver lanciato i servizi su questa tecnologia in Italia per il mercato wholesale. Un’operazione che ha consentito a Wind3 di offrire nel 2025 ai propri clienti connessioni 5G Stand Alone, sulle quali possono essere innestati servizi più performanti e affidabili.

Un altro dato interessante riguarda il ruolo del private equity. I fondi di investimento stanno giocando un ruolo sempre più importante nelle operazioni telecom, attratti dalla stabilità dei flussi di cassa e dalle prospettive di lungo termine delle infrastrutture digitali. L’accordo DigitalBridge e Crestview per acquisire WOW! per 1,5 miliardi di dollari, o la joint venture T-Mobile-EQT per comprare Lumos, sono esempi di questa tendenza.

Le incognite del 2026: regole, energia e integrazione post-deal

Sarebbe ingenuo pensare che tutto filerà liscio. Ci sono almeno tre variabili critiche che determineranno la temperatura del mercato M&A nel 2026.

La prima è l’atteggiamento dei regolatori: allenteranno ancora di più le condizioni per approvare operazioni, o rimarranno ancorati a un approccio restrittivo eccessivamente legato a una logica di regolazione ex ante?

La seconda variabile è la disponibilità di capitale per le infrastrutture, che include non solo i finanziamenti ma anche i vincoli fisici: energia e permessi. I data center consumano quantità enormi di elettricità e, in molte aree europee, la capacità della rete elettrica è un collo di bottiglia reale.

Allo stesso modo, i permessi per costruire nuove torri o posare nuova fibra possono richiedere anni, rallentando anche i progetti meglio finanziati.

La terza variabile, forse la più importante, è la qualità dell’esecuzione. Comprare un’azienda è relativamente facile, integrarla è difficilissimo: in mercati maturi, l’upside non è automatico. Per trasformare una fusione in creazione di valore servono competenze specifiche, pianificazione meticolosa e la capacità di usare l’integrazione come piattaforma di trasformazione.

Cosa aspettarsi: un’accelerazione selettiva del consolidamento telco europee

Mettendo insieme tutti questi elementi, cosa possiamo aspettarci per il 2026? Non sarà l’anno di una mega-ondata uniforme di fusioni, ma piuttosto di una normalizzazione accelerata.

Vedremo più deal domestici e infrastrutturali là dove la regolazione si aprirà a rimedi pragmatici. Vedremo più transazioni di portafoglio che liberano capitale per investire. E vedremo un’accelerazione selettiva sul B2B e sulle adiacenze vicine al core, in un contesto in cui AI e cloud spingono la domanda di rete ad alta capacità.

La grande domanda di lungo periodo resta quella europea: le raccomandazioni di Draghi e Letta si tradurranno in passi concreti verso un mercato più integrato? Se questo avverrà, anche solo parzialmente, le operazioni cross-border nel telecom potranno diventare più sinergiche e quindi più difendibili davanti a investitori e regolatori.

Se non avverrà, la spinta M&A continuerà comunque, ma si concentrerà di più su consolidamento domestico, infrastrutture condivise e adiacenze vicine al core.

Per chi deve decidere nel 2026, la domanda utile non sarà soltanto “quale asset comprare o vendere”, ma “quale curva di investimento e quale modello operativo rendono sostenibile quel deal” in uno scenario in cui energia, capacità e qualità di rete diventano, di nuovo, fattori competitivi primari.

È una partita complessa, dove vince chi sa guardare oltre l’operazione singola per vedere il disegno strategico complessivo. E dove, alla fine, a beneficiare di operatori più forti e meglio capitalizzati dovremmo essere tutti noi, ogni volta che accendiamo lo smartphone o ci connettiamo a internet.

Insomma, le telco europee stanno entrando in una fase di trasformazione profonda. Il 2026 non sarà l’anno della rivoluzione, ma quello in cui le tessere del puzzle cominceranno a trovare il loro posto.

E quando guarderemo indietro tra qualche anno, potremmo scoprire che è stato proprio questo il momento in cui è cambiato tutto.

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