Il parere dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) pubblicato il 12 gennaio 2026 rappresenta molto più di un passaggio burocratico. Si tratta di un atto che contribuisce a ridefinire il modo in cui l’Italia pensa alla propria infrastruttura di telecomunicazioni, consolidando sul piano istituzionale l’idea che FiberCop possa essere considerata un operatore strutturalmente diverso rispetto all’incumbent verticalmente integrato del passato.
Per comprendere la portata di questa decisione occorre fare un passo indietro e capire cosa significa davvero essere un “operatore wholesale only” e perché questa qualifica ha conseguenze concrete sulla vita quotidiana di milioni di italiani che usano internet.
Indice degli argomenti
FiberCop operatore wholesale only: dal modello integrato alla separazione della rete
Per anni, in Italia come nel resto d’Europa, il mercato delle telecomunicazioni è stato caratterizzato da una struttura particolare: l’operatore storico, quello che aveva costruito le reti telefoniche nel corso dei decenni, controllava sia l’infrastruttura fisica sia i servizi venduti ai consumatori finali. Questa integrazione verticale significava che possedeva i binari gestiva anche i treni, avendo così un incentivo naturale a favorire i propri convogli rispetto a quelli dei concorrenti. Se un operatore alternativo voleva offrire servizi di connettività ai clienti, doveva comunque passare dalla rete dell’incumbent, e poteva trovarsi in una posizione di svantaggio sistematico per quanto riguarda tempi di attivazione, qualità del servizio e accesso alle informazioni tecniche. Per ridurre questo svantaggio competitivo, l’Agcom e TIM nel 2009 istituirono un Organismo di Vigilanza per la parità di accesso alla rete, al fine di garantire che gli altri operatori avessero un accesso equo, trasparente e non discriminatorio alla rete fissa di TIM. Le regole di funzionamento e i poteri dell’ODV nel tempo sono state ampliate e hanno rappresentato per lungo tempo un efficace rimedio regolatorio.
Cosa significa “wholesale only” nel concreto per il mercato
La separazione della rete da TIM e la nascita di FiberCop come entità autonoma hanno cambiato questo schema. FiberCop oggi è una società che vende servizi di accesso all’ingrosso agli operatori di telecomunicazioni, senza competere direttamente con loro nel mercato retail, cioè quello dove si vendono abbonamenti a famiglie e imprese. Questa configurazione è ciò che il gergo regolatorio chiama “wholesale only”, letteralmente “solo all’ingrosso”. La qualificazione non è un’etichetta cosmetica ma un presupposto per ripensare completamente i rimedi regolatori e attribuire a FiberCop un ruolo specifico nel mercato: quello di piattaforma industriale neutrale su cui si appoggiano gli operatori che vendono servizi al pubblico.
FiberCop operatore wholesale only: requisiti, controllanti e assenza di esclusiva
L’AGCM, nel suo parere, ha verificato che FiberCop soddisfa i requisiti stabiliti dall’articolo 91 del Codice delle comunicazioni elettroniche. La verifica ha riguardato due aspetti fondamentali. In primo luogo, si è accertato che né FiberCop né i suoi controllanti operano nel mercato dei servizi al dettaglio: il fondo KKR, che detiene circa il 37,8% delle quote azionarie e il controllo indiretto della società, non ha partecipazioni in operatori retail attivi in Italia. In secondo luogo, si è verificato che FiberCop non sia vincolata da accordi di esclusiva con TIM o altri operatori per quanto riguarda la vendita dei propri servizi di accesso.
Le clausole del Master Service Agreement e le criticità “mitigate”
Su questo secondo punto esistevano alcune potenziali criticità legate al Master Service Agreement stipulato con TIM al momento della separazione, che prevedeva obblighi di acquisto esclusivo per servizi di telefonia mobile aziendale e servizi immobiliari. Tuttavia, l’AGCM ha ritenuto che queste clausole non ostacolino la qualifica wholesale only: si tratta di servizi marginali rispetto alle attività core di accesso alla rete fissa, sono disposizioni transitorie legate alla necessità di garantire continuità aziendale dopo la scissione, e soprattutto sono state mitigate dalla rinuncia espressa alla clausola del “Preferred Supplier” per i servizi mobili e dalla facoltà di recesso anticipato per i servizi immobiliari.
Quando la rete non fa retail: come cambia la concorrenza
Quando la rete di accesso viene separata e affidata a un soggetto che non compete nel retail, cambiano radicalmente le dinamiche competitive. Viene meno per definizione la tentazione di favorire una propria divisione commerciale, semplicemente perché quella divisione non esiste più. Contemporaneamente, però, la rete resta la barriera più alta all’ingresso nel mercato: gli operatori alternativi non possono duplicarla capillarmente senza investimenti enormi e tempi lunghissimi. Il parere dell’AGCM, aderendo alla verifica condotta dall’AGCOM, certifica in sostanza che FiberCop può legittimamente godere del trattamento regolatorio meno stringente previsto per gli operatori wholesale only. E così facendo sposta l’asse del dibattito dal “se” la separazione abbia effetti concorrenziali al “come” quei benefici possano essere resi reali, misurabili e stabili nel tempo.
FiberCop operatore wholesale only e l’evoluzione dell’impianto regolatorio
La prima conseguenza concreta di questa decisione riguarda l’evoluzione dell’impianto regolatorio. Il modello verticalmente integrato richiedeva controlli essenzialmente difensivi: l’autorità doveva vigilare costantemente affinché l’incumbent non discriminasse gli operatori alternativi per favorire la propria divisione retail. Con un operatore wholesale only questo rischio strutturale viene meno, e il controllo può diventare più industriale e meno sospettoso. Il cuore dell’identità wholesale only è una promessa di neutralità tecnologica e commerciale: niente corsie preferenziali, niente discriminazioni nascoste nei processi operativi. Se questa promessa viene tradotta in meccanismi effettivi, FiberCop può diventare quello che potremmo chiamare il motore invisibile della competizione a valle. Un abilitatore neutrale che offre agli operatori retail la certezza che tempi di attivazione, migrazioni da un operatore all’altro, riparazioni dei guasti e affidabilità delle banche dati non dipendano da asimmetrie relazionali o da vantaggi informativi di qualcuno, ma da processi standard e trasparenti accessibili a tutti alle stesse condizioni.
Processi e standard: dove si costruisce la neutralità della rete
In questo scenario, il ruolo di FiberCop non è passivo. La società è chiamata a essere contemporaneamente infrastruttura e fabbrica di processi, perché la neutralità non si dichiara soltanto: si produce giorno per giorno attraverso dettagli tecnici e architetturali che possono sembrare oscuri ai non addetti ai lavori ma che determinano la qualità reale dell’esperienza degli utenti finali. La collocazione degli splitter nella rete, le procedure di migrazione quando un cliente cambia operatore, la qualità delle banche dati di copertura e indirizzario che permettono di sapere in anticipo quali servizi sono disponibili in un determinato indirizzo: sono questi dettagli a determinare tempi reali di attivazione, ordini effettivamente evadibili, interventi sul campo e dunque credibilità dell’accesso wholesale. Se questa dimensione operativa viene governata bene, FiberCop può diventare non solo un fornitore di accesso ma uno standard industriale nazionale, capace di ridurre frizioni e costi di transazione per tutto l’ecosistema delle telecomunicazioni italiane.
FiberCop operatore wholesale only: governance, enforcement e KPI
La seconda conseguenza riguarda la governance e l’enforcement, cioè i meccanismi concreti attraverso cui la neutralità viene verificata e garantita. FiberCop non può limitarsi a proclamare la propria imparzialità: deve accettare che la sua reputazione di piattaforma neutrale si costruisca attraverso trasparenza operativa, tracciabilità delle proprie attività e disponibilità a essere misurata, comparata ed esposta al giudizio pubblico e regolatorio. L’Organo di Vigilanza sulla non discriminazione e l’Unità di Monitoraggio della Disaggregazione assumono in questo contesto un ruolo di cerniera indispensabile tra le regole scritte sulla carta e la realtà quotidiana fatta di migliaia di attivazioni, permute, migrazioni e riparazioni. Indipendenza di questi organismi, competenza tecnica e capacità di intervento rapido saranno determinanti per il successo del nuovo assetto.
Il ruolo degli indicatori: la parità di trattamento “misurabile”
Gli indicatori di performance, i cosiddetti KPI, diventano lo strumento attraverso cui la parità di trattamento passa dall’essere un principio astratto a una disciplina quotidiana verificabile. Un nuovo paniere di indicatori, pensato per superare quello nato quando rete e retail convivevano sotto lo stesso tetto, dovrebbe misurare non solo la qualità tecnica del servizio ma anche e soprattutto la parità di trattamento tra i diversi operatori clienti di FiberCop. Se questi indicatori sono ben disegnati e mettono tutti sotto i riflettori, possono far emergere rapidamente colli di bottiglia e trattamenti preferenziali mascherati, rendendo più difficile qualsiasi forma di discriminazione surrettizia.
L’effetto sistemico di un meccanismo di controllo ben funzionante è potenzialmente trasformativo. Quando per gli operatori alternativi il rischio principale non è più quello di subire discriminazioni ma diventa quello di differenziare la propria offerta per conquistare clienti, la concorrenza si sposta su terreni più produttivi: servizio, assistenza, contenuti, integrazione con servizi cloud e cybersecurity. In altre parole, su ciò che fa crescere il valore per imprese e cittadini anziché su battaglie legali e regolamentari per ottenere condizioni eque di accesso. Il parere dell’AGCM, rendendo più robusta la qualifica wholesale only, è una spinta a questo spostamento di paradigma. Ma è anche un test: se la governance fallisce o resta debole, la qualifica rischia di essere percepita come un modo per allentare vincoli senza garantire davvero neutralità, e l’effetto reputazionale si ritorcerebbe contro l’operatore di rete.
Investimenti e prevedibilità: perché la regolazione deve essere coerente
La terza conseguenza, ed è qui che la questione diventa particolarmente politica in senso industriale, riguarda il rapporto tra qualifica wholesale only e incentivi all’investimento. FiberCop può giocare un ruolo propulsivo nella modernizzazione delle infrastrutture digitali italiane solo se la regolazione riconosce il suo modello economico invece di trattarla come un residuo dell’incumbent di ieri. Un operatore che vende esclusivamente servizi all’ingrosso ha un interesse naturale a vendere il più possibile ai propri clienti, cioè agli operatori retail, e dunque a praticare prezzi competitivi e a investire per migliorare la qualità della rete. Se si mantengono controlli tariffari rigidi pensati per un’epoca in cui esisteva il rischio di discriminazione verticale, si rischia di appesantire inutilmente l’impianto regolatorio e di scoraggiare gli investimenti.
La differenza tra una FiberCop che diventa piattaforma nazionale di investimento e una FiberCop che resta un’infrastruttura regolata come prima sta tutta nella coerenza dell’impianto normativo. Una transizione eccessivamente lunga e poco motivata verso il nuovo regime, il mantenimento di prezzi di anni precedenti quando sono già stati definiti quelli aggiornati, un periodo transitorio che tiene la società in un limbo senza riconoscerne pienamente le specificità: tutti questi elementi possono scoraggiare investimenti e innovazioni proprio nel momento in cui il Paese ne avrebbe più bisogno. Se invece l’impostazione che riconosce la natura wholesale only viene accolta e resa coerente con il parere dell’AGCM, FiberCop può diventare una calamita di capitali, perché la prevedibilità regolatoria e l’allineamento tra modello di business e rimedi riducono il rischio percepito dagli investitori. Una regolazione rigida e agganciata al passato, al contrario, rischia di sollevare interrogativi sulla capacità dell’Italia di attrarre investimenti privati nel settore delle infrastrutture digitali.
FiberCop operatore wholesale only e l’anomalia delle due reti con Stato azionista
La quarta conseguenza è forse la più sistemica e riguarda l’anomalia tutta italiana della competizione tra reti e del paradosso dello Stato azionista di due concorrenti. Il Paese si trova infatti nella situazione singolare in cui lo Stato partecipa in due società che si fanno concorrenza nelle aree a maggiore densità abitativa: attraverso Cassa Depositi e Prestiti in Open Fiber e attraverso il Ministero dell’economia e della Finanza in FiberCop. In un contesto in cui la competizione diretta tra infrastrutture erode margini senza necessariamente generare valore aggiuntivo per il sistema, questa situazione appare quanto meno anomala. Dopo il parere dell’AGCM, FiberCop può giocare due ruoli alternativi entrambi rilevanti: può essere il concorrente industrialmente più solido che costringe tutto il sistema a migliorare esecuzione e qualità, oppure può diventare il candidato naturale a una razionalizzazione qualora la politica decidesse di uscire dall’impasse e ridurre le duplicazioni.
FiberCop, forte della sua maggiore capillarità operativa, si è detta disponibile a subentrare nei lotti problematici dei progetti di copertura in fibra, anche se il subentro richiede rinegoziazioni finanziarie, accordi sindacali e intese con fornitori che richiedono tempo prezioso. In un Paese che deve correre e non solo per rispettare le scadenze del PNRR ma soprattutto per evitare un caos industriale, FiberCop può essere vista come un asset di continuità capace di assorbire shock e garantire esecuzione. E proprio la qualifica wholesale only, una volta consolidata anche dal parere dell’AGCM, rende più accettabile l’idea che l’operatore di rete sia un soggetto neutrale a cui trasferire attività senza alterare la concorrenza retail. La discussione sulla rete unica o su forme di integrazione tra reti, quindi, non può più essere ridotta a slogan: la domanda diventa se un modello con due grandi operatori wholesale sia sostenibile e se la concorrenza infrastrutturale nelle aree più ricche produca davvero benefici netti, alla luce delle duplicazioni e dei ritardi accumulati.
Switch-off del rame: rischi industriali e scelte di policy
La quinta conseguenza si collega alla sostenibilità finanziaria e alle scelte di politica pubblica. Il ruolo di FiberCop dopo il parere può essere quello di stabilizzatore del sistema, ma può anche essere messo a rischio da politiche incoerenti. Un esempio emblematico è la gestione dello switch-off del rame, cioè dello spegnimento progressivo della vecchia rete telefonica in favore della fibra ottica. Procedere per decreto con uno spegnimento forzato sarebbe un unicum europeo, con rischi di nuovo divario digitale per le aree non ancora coperte dalla fibra e con lacune procedurali che potrebbero aprire la porta a contenziosi e paralisi del sistema.
Il profilo finanziario-pubblico della questione è particolarmente delicato. Il MEF ha investito circa 2 miliardi di euro per acquisire il 16% di FiberCop, e uno switch-off mal gestito rischierebbe di svalutare immediatamente questo investimento, considerando che le infrastrutture in rame ancora affittate agli operatori generano valore e che l’investimento pubblico è stato effettuato da pochi mesi. A questo si aggiunge il rischio di aiuti di Stato legato a ipotesi di fondi di migrazione finanziati con aumenti delle tariffe del rame, con possibili distorsioni concorrenziali e vantaggi asimmetrici. Se FiberCop deve essere l’architrave di una transizione ordinata verso la fibra, scelte di policy troppo brusche o giuridicamente fragili possono ridurre la prevedibilità, aumentare i contenziosi e alzare il costo del capitale, indebolendo proprio quella capacità di investimento che il modello wholesale only dovrebbe liberare.
In questo senso, il parere dell’AGCM può diventare anche un argomento di disciplina per la politica: se FiberCop è riconosciuta come wholesale only, allora le scelte pubbliche dovrebbero essere coerenti e usare strumenti che non alterino artificialmente il campo di gioco. Altrimenti si crea un corto circuito in cui si chiede alla rete di essere neutrale mentre si interviene con leve che spostano valore e incentivi in modo asimmetrico.
FiberCop operatore wholesale only e le ricadute sul mercato retail
La sesta conseguenza riguarda il mercato retail e le possibili operazioni di consolidamento tra operatori. Se la rete è neutrale, le fusioni e le concentrazioni vanno valutate principalmente per i loro effetti orizzontali sul mercato dei servizi e per la capacità di investimento che generano, non per il controllo dell’accesso alla rete fisica, che è altrove. Un’eventuale aggregazione tra grandi operatori potrebbe creare soggetti di dimensioni tali da alterare gli equilibri competitivi e porre sfide alle autorità antitrust, con possibili sinergie e capacità di accelerare lo sviluppo delle reti di nuova generazione, ma anche con il rischio che la riduzione del numero di operatori porti nel tempo a un aumento dei prezzi per i consumatori. In questo contesto, una FiberCop saldamente qualificata wholesale only può svolgere un compito che potremmo definire antifragile: qualunque sia l’assetto del mercato retail, l’infrastruttura resta una piattaforma comune, e la competizione può continuare a giocarsi su servizi e innovazione purché la non discriminazione sia reale. È un elemento che, se ben gestito, può rendere il mercato più resiliente ai cambiamenti di assetto societario e più capace di mantenere pluralismo di offerta anche in scenari di consolidamento.
Due scenari: piattaforma neutrale o neutralità di facciata
In ultima analisi, il parere dell’AGCM rappresenta la certificazione istituzionale che FiberCop può essere il luogo in cui si misura la maturità del sistema italiano delle telecomunicazioni. Due sono gli scenari possibili. Nel primo, FiberCop diventa effettivamente una piattaforma che riduce frizioni, aumenta investimenti e rende credibile una concorrenza retail basata su qualità e innovazione. Nel secondo, FiberCop resta schiacciata da transizioni immotivate, retaggi tariffari e politiche incoerenti, trasformando una promessa di neutralità in una neutralità di facciata.
Il parere dell’AGCM, da solo, non garantisce il successo. Ma rafforza il presupposto perché FiberCop, nel nuovo assetto post-separazione, non sia un semplice erede della rete storica bensì l’attore industriale che può rendere finalmente compatibili tre esigenze spesso in conflitto nel dibattito italiano sulle telecomunicazioni: concorrenza effettiva tra operatori, investimenti privati nelle infrastrutture digitali e coerenza della politica pubblica nel perseguire gli obiettivi di digitalizzazione del Paese. La posta in gioco è alta, e i prossimi anni diranno se questa opportunità sarà stata colta o sprecata.















