Il report “Global Cybersecurity Outlook 2026″, pubblicato nei giorni scorsi dal World Economic Forum in collaborazione con Accenture, si consolida come un documento di riferimento fondamentale per decodificare le complesse dinamiche della sicurezza digitale globale.
Ad avviso di chi scrive, il report del 2026 non descrive semplicemente un aumento delle minacce, ma una trasformazione sistemica del rischio.
L’intelligenza artificiale, la frammentazione geopolitica e le profonde interdipendenze economiche creano un panorama in cui la resilienza cessa di essere una mera funzione tecnica per diventare un pilastro strategico indispensabile per stabilità, crescita e continuità operativa.
La sicurezza informatica – come ormai noto – non è più un problema confinato ai reparti IT, ma una preoccupazione centrale per i consigli di amministrazione e un fattore determinante per la sicurezza nazionale.
Indice degli argomenti
Global Cybersecurity Outlook del WEF: perché il 2026 è un anno di svolta
Comprendere l’evoluzione storica del rischio cibernetico è un prerequisito strategico per navigare il presente. Il report del World Economic Forum posiziona il 2026 come un anno di svolta, un punto di convergenza in cui rischi tecnologici, geopolitici ed economici si fondono, creando un ambiente operativo di una complessità senza precedenti.
Non si tratta più di affrontare singole minacce, ma di gestire un ecosistema di rischio interconnesso.
Diamo un occhio all’analisi retrospettiva del report stesso, che traccia un’evoluzione chiara e “accelerata”:
- 2022: l’urgenza della digitalizzazione post-pandemica ha messo in luce un crescente divario di capacità, con le organizzazioni più piccole e le nazioni meno sviluppate in difficoltà nel proteggere le loro infrastrutture digitali.
- 2023: il rischio cibernetico è diventato inseparabile dalla geopolitica. L’instabilità globale e le interdipendenze delle supply chain hanno iniziato a rimodellare le priorità aziendali.
- 2024-2025: un’era di polarizzazione e progresso diseguale, in cui la crescita dell’economia della cybersicurezza ha mascherato una profonda “cyber inequity” tra organizzazioni resilienti e quelle rimaste indietro.
Oggi, il report descrive un’era di “accelerating complexity, fragmentation and technological transformation”. Il rischio cibernetico è alimentato da tre motori principali: i progressi dell’intelligenza artificiale, la profonda frammentazione geopolitica e la crescente complessità delle supply chain. Come sottolineato nel Foreword, questo scenario mette alla prova i limiti delle difese tradizionali.
Tuttavia, il report lancia un messaggio di responsabilizzazione che ne costituisce il principio guida:
Cybersecurity is not predetermined. Its future depends on the choices we make today.
Questa affermazione incapsula la chiamata all’azione del documento: la traiettoria della sicurezza digitale non è un destino inevitabile, ma il risultato delle scelte strategiche, degli investimenti e della collaborazione che verranno intraprese ora. Tra tutti i catalizzatori di cambiamento, l’intelligenza artificiale emerge come la forza più potente e ambivalente.
IA e dilemma del dual use nel Global Cybersecurity Outlook 2026
L’Intelligenza Artificiale (IA) è indiscutibilmente la forza più trasformativa nel panorama della cybersicurezza del 2026. La sua centralità strategica è confermata da un dato schiacciante: il 94% degli intervistati la considera il principale motore di cambiamento per l’anno a venire.
L’IA non è solo un nuovo strumento, ma un campo di battaglia in cui si sta svolgendo una vera e propria “corsa agli armamenti” tra attaccanti e difensori.
Come l’IA potenzia la difesa
Da un lato, l’IA potenzia la difesa in modo significativo. Le organizzazioni stanno adottando strumenti basati sull’IA per migliorare le proprie capacità, in particolare per:
- Rilevamento di phishing e minacce email (52%)
- Rilevamento e risposta a intrusioni o anomalie (46%)
- Analisi del comportamento degli utenti e rilevamento di minacce interne (40%)
Come l’IA accelera l’attacco
Dall’altro lato, l’IA sta accelerando l’attacco, rendendolo più sofisticato, scalabile e accessibile. Non a caso, l’87% degli intervistati identifica le vulnerabilità legate all’IA come il rischio in più rapida crescita nel corso del 2025. Questo duplice uso crea un dilemma strategico che richiede un costante riequilibrio tra innovazione e controllo.
Governance e controlli: il rischio si sposta “dentro” l’azienda
La percezione del rischio legato all’IA è essa stessa in rapida evoluzione. Se nel 2025 la principale preoccupazione era l’avanzamento delle capacità avversarie (47%), nel 2026 l’attenzione si è spostata sulle fughe di dati tramite IA generativa (34%).
Questo cambiamento non è un semplice riordino di priorità, ma un segnale di maturità strategica: riflette il passaggio dalla percezione dell’IA come minaccia esterna astratta (un attacco più sofisticato) a quella di un fallimento concreto della governance interna (l’adozione non governata di nuove tecnologie).
Le organizzazioni stanno reagendo a questa crescente consapevolezza. La percentuale di aziende che hanno implementato processi per valutare la sicurezza degli strumenti di IA prima del loro utilizzo è quasi raddoppiata, passando dal 37% (2025) al 64% (2026). Tuttavia, l’adozione non è priva di ostacoli: le principali sfide identificate sono la mancanza di competenze specifiche (54%) e la necessità di una supervisione umana costante (41%) per validare le risposte generate dall’IA, a testimonianza di una fiducia ancora parziale nell’automazione completa.
Questa accelerazione tecnologica, con le sue promesse e i suoi pericoli, non avviene in un vuoto, ma è profondamente intrecciata con un’altra forza trasformativa: le dinamiche geopolitiche che stanno ridisegnando la mappa globale del rischio.
Frammentazione geopolitica e sovranità digitale
Nel 2026, la geopolitica non è più un semplice fattore di contesto, ma un motore primario che modella attivamente le strategie di cybersicurezza. Il 64% delle organizzazioni la considera il principale fattore che influenza le proprie strategie di mitigazione del rischio, sancendo una profonda integrazione tra la sicurezza nazionale e la pianificazione aziendale.
Il cyberspazio è diventato un’estensione della competizione geopolitica, dove gli attacchi informatici sono strumenti di influenza, spionaggio e sabotaggio.
Fiducia nella protezione delle infrastrutture critiche: un divario globale
In questo clima di tensione, la fiducia nella capacità degli stati di proteggere le infrastrutture critiche si sta erodendo. Il report rivela che il 31% degli intervistati nutre poca fiducia nella preparazione del proprio paese contro i cyberattacchi più gravi, in aumento rispetto al 26% dell’anno precedente.
Questo scetticismo è distribuito in modo diseguale: in Medio Oriente e Nord Africa, l’84% esprime fiducia, mentre in America Latina e Caraibi la fiducia crolla al 13%.
Threat intelligence e collaborazione pubblico-privato: chi accelera di più
Le organizzazioni si stanno adattando a questa nuova realtà. Le strategie si stanno evolvendo verso un approccio più proattivo, con una crescente attenzione alla threat intelligence su attori statali (36%) e una maggiore collaborazione con le agenzie governative (33%).
Questo cambiamento è guidato soprattutto dalle grandi aziende globali: il 70% delle aziende con oltre 100.000 dipendenti ha aumentato il focus sulla threat intelligence, contro il 30% delle piccole imprese (meno di 1.000 dipendenti). Analogamente, il 49% delle grandi aziende ha intensificato la collaborazione con agenzie governative, rispetto al 26% delle piccole.
A parere di chi scrive, questi dati andrebbero letti in chiave leggermente diversa in Italia, in quanto la grandezza delle organizzazioni andrebbe significativamente ridotta, pur il concetto restando valido.
Global Cybersecurity Outlook 2026: il cybercrime e lo scollamento CEO-CISO
Il report del 2026 mette in luce una significativa divergenza strategica all’interno delle organizzazioni, rivelando uno scollamento tra la percezione del rischio del Chief Executive Officer (CEO) e quella del Chief Information Security Officer (CISO). Analizzare questo divario è cruciale per comprendere le dinamiche decisionali che guidano investimenti e priorità in materia di sicurezza.
| Rank | Preoccupazioni del CEO | Preoccupazioni del CISO |
|---|---|---|
| 1 | Frodi informatiche e phishing | Ransomware |
| 2 | Vulnerabilità legate all’IA | Vulnerabilità della supply chain |
| 3 | Sfruttamento di vulnerabilità software | Sfruttamento di vulnerabilità software |
Questa divergenza riflette prospettive e responsabilità differenti: i CEO, orientati al business e ai risultati finanziari, sono sempre più allarmati dalle minacce che colpiscono direttamente ricavi e reputazione, come frodi e nuove vulnerabilità legate all’IA. I CISO, invece, rimangono focalizzati sulle minacce che garantiscono continuità operativa e resilienza tecnica, come ransomware e falle nella supply chain.
Le implicazioni strategiche sono profonde: può emergere una critica disallocazione delle risorse, con budget indirizzati verso minacce ad alto impatto mediatico, mentre rischi operativi sistemici – come l’integrità della catena di fornitura – rischiano di essere sottofinanziati.
Frode informatica: perché è diventata la prima preoccupazione dei CEO
Il report dedica un’attenzione particolare alla frode informatica (cyber-enabled fraud), emersa come la principale preoccupazione per i CEO. La sua pervasività è allarmante: il 77% degli intervistati riporta un aumento di questa tipologia di attacchi e il 73% è stato colpito direttamente o indirettamente nel corso del 2025. In Africa subsahariana il fenomeno è particolarmente diffuso: l’82% degli intervistati ne è stato interessato.
Di fronte a questa escalation, la risposta globale si sta intensificando. Il report menziona iniziative come il Global Fraud Summit delle Nazioni Unite, la Global Anti-Scam Alliance (GASA) e operazioni di polizia internazionale coordinate da INTERPOL ed Europol (Operation Serengeti 2.0 e Operation Endgame). Questi sforzi evidenziano come la lotta al cybercrime richieda una collaborazione pubblico-privato sempre più stretta e sistemica.
Dalla difesa alla resilienza: un imperativo economico e strategico
Secondo alcune definizioni, la cyber resilienza è la capacità di un’organizzazione di minimizzare l’impatto degli incidenti e, soprattutto, di salvaguardare il valore economico. Il report del 2026 la inquadra in modo netto non solo come una necessità operativa, ma come un pilastro della strategia economica.
Il caso Jaguar Land Rover e il costo sistemico degli incidenti
L’impatto economico degli attacchi è illustrato in modo emblematico dal caso studio della Jaguar Land Rover. Un attacco informatico ha causato 5 settimane di fermo produzione, costi diretti per 196 milioni di sterline e una perdita stimata per l’economia britannica di 1,9 miliardi di sterline.
Questo incidente dimostra la necessità di quantificare il rischio per guidare gli investimenti e il ruolo vitale della collaborazione pubblico-privato. La creazione del Centre for Cyber Economics (CCE) da parte del World Economic Forum e del Global Cybersecurity Forum viene proposta come una risposta “logica” a questa sfida: la quantificazione economica del rischio e l’analisi dei suoi impatti sistemici diventano discipline fondamentali per strategia aziendale e politica pubblica.
Il “Cyber Resilience Compass”: cosa distingue le organizzazioni mature
La percezione della resilienza organizzativa sta migliorando. Nel 2026, il 19% delle organizzazioni dichiara di superare i requisiti minimi di resilienza, in aumento rispetto al 9% del 2025. Tuttavia, le sfide persistono, guidate dall’evoluzione delle minacce (61%) e dalle vulnerabilità della supply chain (46%).
Il report utilizza il “Cyber Resilience Compass” per identificare le caratteristiche chiave: leadership, governance, persone, processi, sistemi tecnici, gestione crisi, coinvolgimento dell’ecosistema.
- Leadership: nel 30% delle aziende resilienti, i membri del consiglio di amministrazione hanno responsabilità personali in caso di violazione, contro il 9% in quelle meno resilienti.
- Governance: il 79% delle organizzazioni resilienti ha una visione positiva dell’efficacia delle normative, rispetto al 62% delle altre.
- People: il 78% ritiene di avere le competenze necessarie, contro appena il 15% di quelle insufficientemente resilienti.
- Business processes: il 76% coinvolge la sicurezza nel procurement, contro il 53% delle altre.
- Technical systems: l’83% valuta la sicurezza degli strumenti di IA prima dell’implementazione, rispetto al 39% delle altre.
- Crisis management: il 44% simula incidenti con i partner, contro il 16% delle meno resilienti.
- Ecosystem engagement: il 74% valuta la maturità dei fornitori, rispetto al 48% delle altre.
Questi dati delineano un quadro chiaro: la resilienza non nasce dalla sola tecnologia, ma da una cultura di responsabilità diffusa, dal board ai processi e alle partnership dell’ecosistema.
Supply chain e cyber inequity: le vulnerabilità dell’ecosistema
L’analisi del report si sposta progressivamente dai rischi interni alle vulnerabilità sistemiche dell’intero ecosistema digitale. Questa sezione esamina due facce della stessa medaglia: le debolezze operative, incarnate dalle supply chain, e quelle strutturali, rappresentate dalla disuguaglianza digitale.
Rischi di terze parti e concentrazione su pochi provider
I rischi della supply chain sono una delle maggiori preoccupazioni per i leader della sicurezza. Il 65% delle grandi aziende considera le vulnerabilità di terze parti la sfida più grande alla propria resilienza. I principali rischi identificati sono l’inheritance risk (integrità di software e hardware di terze parti) e la mancanza di visibility sulla catena di fornitura estesa.
A questo si aggiunge un crescente rischio di concentrazione, con dipendenza da un piccolo numero di grandi provider cloud come AWS, Azure e Cloudflare, dove un singolo incidente può avere ripercussioni globali a cascata.
Disuguaglianza digitale: competenze, regioni e settori più esposti
Parallelamente, il report introduce il concetto di “cyber inequity”, un divario strutturale che indebolisce l’intero ecosistema. I dati mostrano come la percezione della resilienza vari drasticamente per regione, settore e dimensione aziendale: il privato si percepisce più resiliente, mentre pubblico e ONG risultano più vulnerabili; le piccole imprese sono più spesso “insufficienti” rispetto alle grandi.
Il motore principale di questa disuguaglianza è la carenza di competenze (“skills shortages”). La correlazione è diretta: l’85% delle organizzazioni che si definiscono insufficientemente resilienti lamenta una grave carenza di personale qualificato. La crisi è particolarmente acuta in America Latina (65%) e in Africa subsahariana (63%).
La disuguaglianza digitale e le supply chain insicure creano un circolo vizioso: gli attori meno resilienti diventano punti di ingresso per compromettere interi ecosistemi.
Oltre l’orizzonte: vettori di minaccia emergenti verso il 2030
Il “Global Cybersecurity Outlook 2026” non si limita a fotografare il presente, ma offre una prospettiva sui rischi futuri che, pur emergendo “in silenzio”, richiederanno una pianificazione strategica a lungo termine. Schematizzando:
- Sistemi autonomi e robotica: aumenta il profilo di rischio cyber-fisico, con impatti immediati su processi reali.
- Valute digitali: attacchi a wallet, exchange e smart contract possono generare conseguenze sistemiche e crisi di fiducia.
- Tecnologie spaziali e cavi sottomarini: infrastrutture critiche spesso trascurate (15% e 18% nelle strategie), vulnerabili a sabotaggi fisici e cyber-fisici.
- Disastri naturali e cambiamento climatico: il clima è un amplificatore persistente del rischio, tra danni a data center e caos informativo.
- Tecnologie quantistiche: urgente migrare a standard post-quantistici per contrastare l’approccio “harvest now, decrypt later”.
Queste minacce richiedono una mentalità basata sulla previsione (foresight) e sull’investimento proattivo in nuove capacità.
Conclusioni: gli imperativi strategici per la leadership
Il “Global Cybersecurity Outlook 2026” delinea un’era di rischio sistemico e interconnesso. La cybersicurezza non è più un dominio isolato, ma una lente per leggere tensioni geopolitiche, fragilità economiche e trasformazioni tecnologiche. In questo paradigma, la resilienza deve essere olistica, collaborativa e integrata nella strategia economica.
Dall’analisi del report emergono tre imperativi strategici:
- Colmare il divario strategico nel C-suite: superare la divergenza tra CEO e CISO, integrando la cybersicurezza nelle decisioni di business e rendendola competenza chiave del board.
- Trattare la resilienza come bene collettivo: rafforzare l’ecosistema, affrontare la disuguaglianza digitale e promuovere sicurezza lungo la supply chain come imperativo di sopravvivenza.
- Adottare un approccio proattivo basato sulla previsione: investire ora in competenze, governance e tecnologie emergenti (come la crittografia post-quantistica) per prepararsi alle sfide di domani.
In definitiva, il messaggio del report è forte e chiaro: la costruzione di un futuro digitale sicuro e resiliente non è un evento predeterminato. Dipende dalle scelte strategiche, dagli investimenti e dalla collaborazione autentica che leader pubblici e privati intraprenderanno oggi.














