La regolamentazione non è neutrale. È una scelta economica. E secondo l’ultimo OECD Economic Outlook 2025, l’Unione Europea sta pagando questa scelta più cara di Stati Uniti e Cina, in termini di produttività, investimenti e dinamismo industriale.
L’OCSE non usa mezzi termini: “Le reali risorse dedicate al servizio della conformità normativa sono materiali e in crescita”.
In Europa la regolamentazione non è solo stringente: è cumulativa, frammentata e in continua espansione.
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Costi della compliance normativa in Europa: più addetti alle regole che all’innovazione
Il dato più allarmante lo vediamo se diamo uno sguardo a chi “campa di regolazione”. Secondo l’OCSE, nel 2023 il 3,9% dell’occupazione totale nell’UE era dedicato a compiti di compliance normativa, contro il 3,7% nel 2011, con punte del 5–6% in alcuni Paesi. Stiamo parlando mediamente di mestieri che si trovano nella parte alta della distribuzione dei redditi: funzionari pubblici, professionisti, dipendenti di società di consulenza.
Per capire realmente quanti sono il 3,9% dell’occupazione basta un confronto impietoso:
- addetti alla regolazione: 3,9%
- addetti a R&S: 1,7%
In pratica, l’Europa impiega più persone per gestire regole che per fare innovazione. Questo si traduce anche in una dispersione di talenti e in uno sforzo formativo che porta poi molte persone a occuparsi di compliance. Stiamo dicendo che stiamo formando cervelli, ad esempio ingegneri, che avranno il doppio delle possibilità di lavorare occupandosi di compliance che di innovazione.
Così facendo, saranno gli stessi ingegneri che, con il loro lavoro, diventeranno uno dei più grandi ostacoli all’innovazione stessa.
Una mortificazione del talento e della formazione. Se questa affermazione può sembrare forte, basta fare un’intervista a un qualsiasi professionista che sia ingegnere, commercialista, consulente di impresa, medico, professore universitario, ecc. per capire quanto del loro tempo e delle loro attività ormai è assorbito da attività di compliance.
Ma c’è un’ulteriore controindicazione: in una società che ha quasi un rapporto 1 a 3 tra chi innova rispetto a chi vive di compliance, ecco che il peso di questi ultimi mediamente sarà molto maggiore.
Lo si vede chiaramente in tutti i processi legislativi: quali sono i gruppi di pressione che vedono meglio rappresentate le loro istanze e le incredibili difficoltà che incontrano tutti i processi di semplificazione.
Oneri amministrativi e costi nascosti della regolazione
La Commissione europea aveva stimato già nel 2006, in modo molto ottimistico, che gli oneri amministrativi della regolazione valevano il 3,5% del PIL. L’OCSE chiarisce però che si tratta di una stima prudenziale, sia perché negli ultimi 20 anni la situazione è peggiorata di molto, sia perché:
“Non catturano i costi più elevati derivanti da vincoli normativi sulle scelte di produzione, i costi di avvio o i profitti a cui si è rinunciato dagli investimenti vietati”.
Allo stesso tempo, investire nel saturare il mercato di persone ad alta formazione che si occupano di compliance ha un effetto disastroso sulla produttività per unità di lavoro.

Se da un lato abbiamo una produttività per unità di lavoro stagnante, con crescite in tutta l’OCSE inferiori all’1% sul quindicennio, allo stesso tempo abbiamo costi del lavoro che nello stesso periodo hanno subito aumenti da 2 a 3 volte superiori.
Stiamo dicendo che, nonostante in tutti i Paesi sviluppati ed in Europa in particolare abbiamo investito risorse importanti per innalzare il livello medio della formazione, portando sul mercato del lavoro manodopera altamente qualificata, non l’abbiamo impegnata in lavori ugualmente produttivi.
Frammentazione normativa UE e carico sulle PMI
Il problema non è solo quanto si regola, ma come. L’OCSE sottolinea che:
“La legislazione sovrapposta e in continuo cambiamento e la frammentazione della trasposizione nazionale delle direttive UE rappresentano ingenti oneri normativi per le imprese, in particolare le PMI”.
La normazione e la certificazione hanno ormai da tempo superato il confine dello strumento tecnico, diventando una guerra di barriere economiche. In Europa, regolazione e normazione si sommano.
Standard tecnici, certificazioni, reporting ambientale e digitale diventano barriere di fatto al mercato unico.
Esempi: nucleare, normative ambientali e automotive
Anche qui alcuni esempi possono essere utili.
In questo momento nel mondo ci sono in costruzione circa 70 centrali nucleari di terza e terza+ generazione. Il costo medio, se guardiamo l’ultimo paio di decenni, è di circa 5 miliardi; il tempo di realizzazione medio tra i 4,5 e i 5,5 anni.
Se guardiamo l’Europa: EPR di Flamanville con gli oneri finanziari sfonderà 19 miliardi di euro e 12 anni; Hinkley Point C 18 miliardi e probabilmente 20 anni; Olkiluoto 18 anni e 11 miliardi.
Bene: non esiste un solo studio al mondo che dimostra, neanche parzialmente, che le tre centrali europee siano più sicure o più efficienti rispetto a quelle costruite nel resto del mondo.
Stesso esempio lo possiamo fare sulle normative ambientali.
Il contributo che queste hanno dato nella reale transizione energetica è marginale. Mentre in Europa abbiamo inventato meccanismi come il CBAM (vedi altro articolo) con l’illusione che il nostro acciaio, cemento, vetro, ceramica sia più verde di quello prodotto fuori dai confini europei, Baowu Steel completa in Cina la prima linea di produzione di acciaio ‘near-zero carbon’ che genera acciaio a partire dal preridotto con idrogeno green.
Quindi, a voler essere pignoli, l’extra costo che dovrebbe pagare alla frontiera dovrebbe essere negativo, con il risultato di buttare fuori mercato l’acciaio europeo dall’Europa a causa delle norme europee. Non succederà.
Ma è quello che è già successo a molta chimica ed è la prova di come si guarda al problema dal punto di vista sbagliato. Lo stesso Green Deal non ha prodotto nessun campione europeo nelle nuove industrie, anzi. Questo per motivi semplici:
- La compliance costa, e nel momento in cui devo investire se ho anche extra costi il conto economico non regge.
- La compliance blocca l’innovazione: se devo sapere ex ante i risultati della vera innovazione, e investire ex ante in compliance in un labirinto di paletti, senza poter sperimentare cosa sul mercato funziona e cosa no, semplicemente non innovo.
- Aspetto meno indagato: la compliance deresponsabilizza il management. Se l’attività principale del management è essere conformi, ecco che i meccanismi di carriera incentivano esperti di compliance piuttosto che innovatori e persone predisposte al rischio.
La madre di tutte le giustificazioni: “operiamo in un determinato modo perché sono le norme ad obbligarci”, con il risultato che nella sala operatoria del mercato l’operazione è andata benissimo, tutti hanno fatto perfettamente il proprio lavoro e il paziente è morto.
Vedi ad esempio l’intero automotive europeo.
Come la compliance cambia decisioni e cultura economica
Osserviamo come questo si trasla nella vita di tutti i giorni. Come una banca stabilisce quale progetto finanziare e quale no? Come un consiglio di amministrazione approva un budget? Come un comune autorizza un investimento? Come si decide dove e come fare una grande opera?
In tutti questi aspetti il processo decisionale è la conseguenza di una serie di adempimenti, con corpi interni, professionisti, Stati a fare da cani da guardia al processo.
Basta sfogliare un qualsiasi quotidiano per osservare come l’accusa più comune, da cui far dipendere i destini politici di intere classi dirigenti, non è quello di inefficacia, ma di mancanza di compliance.
“Dazi interni” nei servizi: il mercato unico che costa di più
Tornando al report OCSE, un ulteriore effetto della regolamentazione è che si parla esplicitamente di costi assimilabili a dazi interni:
“Le barriere al commercio dei servizi nel Mercato Unico Europeo aumentano i costi del commercio transfrontaliero dei servizi di circa il 10%”.
Questo è un valore molto ottimistico in quanto prende in esempio il costo puro ma non analizza la mancata opportunità.
Il risultato è che molte imprese: rinviano investimenti, rinunciano a esportare, adottano modelli difensivi invece che innovativi.
Ma ancora più grave è che questo lungo periodo di eccesso di regolamentazione ha cambiato la società stessa, influendo ormai nella predisposizione al rischio e all’investimento di intere generazioni.

Costi fissi, incertezza e meno “creative destruction”: i canali OCSE
Secondo l’OCSE, il rallentamento del dinamismo economico nelle economie avanzate non è un fenomeno astratto: è il risultato diretto di “un aumento persistente e cumulativo degli oneri di compliance”, che ha modificato il comportamento delle imprese, soprattutto di quelle giovani e innovative.
L’OCSE lo afferma esplicitamente: “Un crescente ambiente normativo ha contribuito al calo della crescita della produttività e al dinamismo economico”.
Ed identifica una serie di problemi.
Costi fissi che penalizzano startup e PMI
La compliance introduce costi fissi che colpiscono soprattutto le nuove imprese. La compliance normativa non cresce in modo proporzionale alla dimensione dell’impresa.
Richiede: personale dedicato, consulenti legali e tecnici, sistemi di reporting, certificazioni e audit ricorrenti.
L’OCSE sottolinea che questi costi fissi: “Penalizzano in modo sproporzionato le nuove e piccole imprese”.
Il risultato è un filtro all’ingresso: molte imprese non nascono, oppure nascono già sotto-dimensionate, riducendo il tasso di entry, uno dei pilastri del business dynamism.
Dall’innovazione alla burocrazia: riallocazione inefficiente delle risorse
Uno dei meccanismi più dannosi è la “riallocazione del lavoro”. Sempre più capitale umano qualificato viene assorbito da attività di compliance invece che da: R&S, sviluppo prodotto, scaling industriale.
L’OCSE è molto chiara: “Un’attenzione maggiore alla conformità normativa può spostare i compiti dall’innovazione alla burocrazia, rallentando l’adozione della tecnologia”.
Incertezza regolatoria e investimenti rinviati
Non è solo il costo a pesare, ma l’incertezza. Regole complesse, mutevoli o sovrapposte aumentano il valore dell’attesa.
Secondo l’OCSE: “Regole complesse o incerte possono deprimere gli investimenti aumentando il valore dell’opzione in attesa”.
Quando investire diventa una scommessa regolatoria, le imprese: rinviano decisioni, riducono l’espansione, preferiscono consolidare invece che crescere.
Questo frena il tasso di scaling, altro indicatore chiave del business dynamism.
Meno entry, meno exit: la distruzione creatrice si inceppa
Il business dynamism dipende da un equilibrio sano tra: nascita di nuove imprese (entry), uscita di quelle inefficienti (exit).
L’OCSE collega l’aumento della compliance a: barriere all’ingresso, rigidità nei meccanismi di uscita (fallimenti, ristrutturazioni). Il risultato è una riduzione della creative destruction:
“Un ambiente regolatorio in crescita potrebbe frenare il processo creativo di distruzione”.
Meno turnover significa mercati meno competitivi e produttività stagnante.
Vantaggio agli incumbent e concentrazione del mercato
Un effetto spesso sottovalutato è che la compliance favorisce le grandi imprese già presenti sul mercato.
L’OCSE osserva che: “Le grandi aziende consolidate potrebbero avere un incentivo a fare pressione per regolamentazioni che aumentano i costi fissi e scoraggino i potenziali entranti”.
Le grandi imprese: assorbono meglio i costi, trasformano la compliance in barriera competitiva, rafforzano la concentrazione del mercato.
Il risultato è “meno concorrenza, meno sperimentazione, meno dinamismo”.
Effetto finale: meno produttività, meno crescita
Tutti questi canali convergono in un effetto macroeconomico misurabile.
Negli Stati Uniti, l’OCSE stima che: “Un aumento dei costi di conformità normativa di circa il 3% in dieci anni è associato a un calo dello 0,5% della produttività del lavoro”.
In Europa, dove la compliance è più elevata e più frammentata, l’effetto sul business dynamism è strutturalmente più grave.
Anche qui un esempio può essere utile. Mentre sull’auto elettrica gli USA hanno in Tesla il loro campione nazionale, mentre in Cina 80 brand di cui i tre quarti nuovi si contendono il mercato, in Europa non c’è nessun nuovo incumbent.
Nonostante sia stata per un cinquantennio la zona geografica dove sull’automotive si sono concentrati i talenti e il know-how.
Meno business dynamism oggi però ha un effetto drammatico in proiezione: le imprese che mancano oggi all’appello sono le grandi imprese che ci mancheranno tra 30 anni.
Usa e Cina: due modelli, una differenza chiave
L’OCSE analizza anche gli Stati Uniti, sottolineando meno peso regolatorio e più elasticità. Il trend però è stato in forte peggioramento. L’elezione di Trump, che presenta dei tratti libertariani, può essere vista anche come una reazione al trend.
Ormai anche negli USA 521 miliardi di dollari, pari all’1,8% del PIL, sono stati assorbiti dalla compliance; ed il 3,2% dell’occupazione è dedicato a compiti regolatori, contro il 3,9% europeo.
Nonostante questo, gli USA restano più competitivi perché: la regolazione è più uniforme, le autorizzazioni più rapide, gli standard meno frammentati territorialmente.
Guardiamo adesso a un sistema che sulla carta dovrebbe essere più centralizzato e statalista: la Cina. In realtà non è proprio così. Il driver è piuttosto meno trasparenza, più velocità.
L’OCSE ne evidenzia i limiti – minore tutela dei consumatori, scarsa analisi costi-benefici – ma riconosce che “l’apparato regolatorio è meno paralizzante per l’industria”.
Secondo l’OCSE: “Le disposizioni istituzionali per la progettazione e la supervisione normativa devono essere migliorate in Cina, inclusa un’analisi costi-benefici più rigorosa”.
Tradotto: la Cina regola, ma non blocca lo scaling industriale. Nei settori strategici (energia, manifattura avanzata, infrastrutture) la regolazione è subordinata all’obiettivo di crescita.
E qui c’è la differenza sostanziale. In Cina esiste una chiara gerarchia delle priorità, dove la regolamentazione è utile purché non comprometta innovazione, crescita economica, produttività.
Il nodo centrale: produttività e dinamismo.
Il mercato cinese è forse quello dove il darwinismo economico è applicato alla lettera. In ogni nuovo settore, che sia AI, diagnostica, biomedicale, automotive, robotica, ecc. il sistema cinese applica una competizione interna feroce, tra provincie a suon di aiuti e supporto finanziario.
In questo modo nascono continuamente nuove imprese. Queste imprese nascono per competere nel mercato più aggressivo e competitivo al mondo. Per sopravvivere sono abituate all’efficienza estrema.
I lavoratori al mantra 9-9-6 (dalle 9 del mattino alle 9 di sera sei giorni a settimana) e il personale dedicato alla compliance è minimo o assente: devono tenere strutture leggere, sono abituate a lavorare con margini bassissimi e con tassi di investimento elevati.
Il primo competitor di un cinese non siamo noi, è il cinese del capannone a fianco. Questo mercato spietato, abbinato ai chiari indirizzi che le programmazioni quinquennali hanno creato, è una macchina di creazione imprese e di imprese competitive imbattibile.
A questo ha abbinato un sistema formativo che sforna 4,5 milioni di laureati STEM all’anno, senza contare tutti i tecnici non laureati.
Con il risultato che nascono molte nuove imprese, queste crescono in un mercato locale selettivo e ipercompetitivo, in un ambiente poco regolamentato, hanno un costo del capex irrisorio rispetto all’Europa perché la competizione abbatte anche i capex interni.
Infine possono scalare contando su una forza lavoro formata e qualificata, con supporto finanziario pubblico importante ed essendo abituati a essere efficienti. Ed è con questo meccanismo che ormai dominano in quasi tutte le categorie merceologiche.
Tre proposte: verso un “regulatory reset” europeo
Alla fine, cosa serve all’Europa.
Tre proposte partendo dal report OCSE.
- It’s time for a regulatory reset. Non possiamo accontentarci di piccole modifiche al margine su regolamenti che non sarebbero dovuti mai nascere. Abbiamo bisogno di abolire e semplificare, partendo da un dato di fatto: nel 1990 il combinato di Francia, Germania, Italia, Giappone e UK rappresentava il 37% del PIL globale, gli USA il 26%. Nel 2025 gli USA sono sempre il 26% del PIL globale, la lista di cui sopra il 16%.
Una delle più veloci e stupefacenti disfatte che la storia economica abbia mai registrato. Questo vuol dire che la crescita dei cinesi, ed in misura minore gli altri emergenti, non è avvenuta tramite una redistribuzione delle quote, ma è stata interamente pagata dall’UE e dal Giappone.
Questo aggiunge un secondo assunto: non può più sussistere questo Leviatano che è la regolamentazione “a livelli”. Ogni volta che nasce una regolamentazione europea, semplicemente le norme nazionali non si devono limitare a “recepire”: questo processo di aggiunta è un caos.
Le norme nazionali sulla materia specifica devono sparire, devono essere cancellate dai codici nazionali: esiste solo una regolamentazione europea.
- La gerarchia deve essere chiara. La regolamentazione e la compliance non sono principi gerarchicamente primari. Lo sono la crescita economica, la libertà, la produttività, la salute, ecc.
Ogni qualvolta la regolamentazione compromette uno dei principi primari, semplicemente la regolamentazione non deve nascere.
Come si fa? Attraverso onere della prova e valutazione di impatto: se non è misurabile l’impatto e il miglioramento dei principi primari, non si deve regolamentare.
E deve essere previsto un meccanismo di monitoraggio di impatto con decadenza automatica delle norme qualora queste abbiano un effetto negativo.
Se è evidente e misurabile che una normativa fa danni, non si può pensare di spendere anni a negoziare con gruppi di potere, lobby, ecc. una modifica al margine, quando nel frattempo le imprese chiudono e i cittadini europei perdono posti di lavoro o libertà basilari.
Basta vedere il peso che le varie lobby hanno in Europa e che si oppongono al 28esimo regime. Non si può pensare di negoziare sui fatti.
Il fatto che in meno di un anno almeno 15 grandi impianti chimici in Europa hanno chiuso per impossibilità a competere sul mercato internazionale dà un metro della velocità degli eventi e dell’impatto che i regolamenti possono avere.
- L’impatto normativo non è uguale per tutte le imprese. Più sono piccole, più è insostenibile. Abbiamo un bisogno disperato di nuove imprese competitive e che scalino in fretta.
Bisogna assolutamente inserire per tutte le tipologie di impresa soglie alte di deregolamentazione spinta e totale. E queste soglie non possono essere, come spesso interpretate oggi, pari al fatturato di una media pizzeria, ma devono essere dell’ordine di almeno un centinaio di milioni di ricavi.
Se non interveniamo velocemente, con i ritmi di desertificazione economica attuali la nostra quota sul PIL globale potrebbe dimezzarsi in un decennio, questo nel continente più generoso nelle prestazioni sociali al mondo.
Pensiamo realmente che ci possa essere un qualche bilancio pubblico europeo sostenibile a quella data?












