Tra poco i giornali si scriveranno per gli algoritmi. E poi? Cosa ne sarà dell’informazione e della democrazia?
Avete mai provato a chiedere a un servizio di intelligenza artificiale generativa di fornirvi le notizie più importanti della giornata secondo la stampa italiana?
La risposta, almeno sulle piattaforme leader, è analoga e immediata: tre riassunti ben fatti di tre notizie, ciascuno di meno di quattrocento caratteri, un titolo e uno o più link a una selezione delle fonti.
Tempo medio di lettura inferiore al minuto.
Sotto, una domanda con la quale vi si chiede se volete approfondire una delle notizie.
Se si risponde di sì, segue un approfondimento da poco meno di duemila e cinquecento caratteri.
Meno di tremila caratteri in tutto, insomma.
Tempo complessivo di lettura, a seconda che vi piaccia leggere a voce alta o a voce bassa, tra i due e i tre minuti.
Questo in un Paese in cui si dedicano, in media, due minuti a leggere le notizie online.
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Perché avremo giornali scritti per gli algoritmi
La conclusione è presto tratta: i riassunti delle notizie pubblicate dai giornali, fatti dai servizi di intelligenza artificiale generativa, saturano il tempo che gli italiani, nella media, dedicano all’informazione online o, se si preferisce, soddisfano il bisogno informativo della più parte di noi.
Non ci sono, ancora, stime affidabili del numero di italiani che si informa attraverso l’intelligenza artificiale generativa ma, se non è già così, accadrà presto che si tratti di una percentuale sovrapponibile a quella degli italiani che oggi, direttamente o attraverso i motori di ricerca, legge i giornali online.
Mettendo in fila queste premesse si arriva, in maniera quasi sillogistica, a un’ulteriore conclusione: è solo questione di tempo e, poi, gli editori di giornali pubblicheranno i giornali online esclusivamente a beneficio delle fabbriche degli algoritmi e dei fornitori dei relativi servizi.
Giornali, insomma, scritti per crawler e algoritmi.
Come funziona l’informazione servita dall’IA generativa
I lettori, quelli veri, in carne ed ossa, invece, all’informazione accederanno attraverso i servizi di intelligenza artificiale generativa che gliela serviranno precucinata, riassunta, personalizzata, su misura per loro, per i loro interessi, la loro curiosità, la loro voglia di capire, approfondire, non approfondire.
È un modello di informazione sostenibile?
La mia personalissima risposta è negativa.
E non lo è sotto prospettive diverse.
Quando i giornali scritti per gli algoritmi saturano il tempo di lettura
La prima prospettiva è economica: le piattaforme di intelligenza artificiale generativa e, presto, i sistemi vocali basati sulla stessa tecnologia completeranno il processo di intermediazione dei contenuti editoriali, privando le pagine dei quotidiani del traffico che, ancora, li fa sopravvivere.
Il valore della pubblicità su quelle pagine, verosimilmente, crollerà in un intervallo di tempo straordinariamente breve: quello necessario a che i lettori si abituino a chiedere ai servizi di intelligenza artificiale generativa cosa è successo in questa o quella zona, in questa o quella materia, in questo o quell’intervallo di tempo.
A quel punto c’è da chiedersi chi potrà continuare a produrre la poca informazione di qualità che, ancora, pochi editori, tra alti e bassi, producono o provano a produrre.
La crisi economica dei giornali scritti per gli algoritmi
Le conseguenze della definitiva insostenibilità delle imprese editoriali rischiano di essere devastanti, travalicare la dimensione economica e finanziaria e travolgere valori democratici fondamentali.
E, d’altra parte, questi valori — ed è la seconda prospettiva sotto la quale la situazione sembra difficilmente sostenibile — sono, in ogni caso, esposti a un rischio enorme, anche a prescindere da qualsivoglia considerazione di matrice economica.
La ragione è semplice.
Se milioni di persone in Italia — ma, in realtà, miliardi nel mondo perché il ragionamento trascende i confini del nostro Paese — si informeranno attraverso i contenuti precucinati dagli algoritmi usciti da un numero di fabbriche inferiore alle dita delle mani, il rischio di una compressione insostenibile del pluralismo informativo è enorme.
La sintesi — umana o artificiale che sia — è un’attività rielaborativa che, inesorabilmente, propone al lettore una prospettiva anziché un’altra.
E la lettura di una sintesi, inevitabilmente, orienta il lettore in una direzione o in un’altra.
Pluralismo e democrazia: il rischio dei giornali scritti per gli algoritmi
Che succede se questa direzione è decisa o, anche, semplicemente, può essere decisa da pochissimi, ovvero i proprietari delle grandi fabbriche degli algoritmi e i fornitori dei servizi di intelligenza artificiale generativa leader di mercato?
Difficile rispondere alla domanda.
Ma il rischio che accada è elevato e concreto.
Anche perché ci sono editori che, legittimamente, magari già oggi, staranno dicendo di no all’accesso dei crawler delle fabbriche degli algoritmi nelle loro pagine con la conseguenza che il loro punto di vista manca, per definizione, nei riassunti diversamente intelligenti generati dalle piattaforme di intelligenza artificiale generativa.
Per carità, anche ieri — e in parte oggi — erano gli algoritmi dei motori di ricerca e dei social network a stabilire, in buona misura, la nostra dieta informativa, proponendoci taluni contenuti e non altri.
Ma con l’informazione mediata dalle piattaforme di intelligenza artificiale generativa il fenomeno è destinato ad amplificarsi di diversi ordini di grandezza.
Stiamo facendo rotta con il vento in poppa verso una dieta informativa da pensiero unico, nella quale pochissimi decidono e decideranno il modo di guardare alla società, all’economia, alla cultura e alla politica per miliardi di persone.
Difficile pensare che si tratti di un assetto compatibile con la democrazia.
Che fare: limitare l’accesso dei crawler alle pagine di attualità
Ma, se così stanno le cose — o rischiano di stare molto presto — cosa si può fare almeno per limitare certi rischi?
Innanzitutto, credo, l’importante sia porsi il problema e non cercare rifugio in pseudosoluzioni di breve, se non brevissimo, periodo.
Tanto per intenderci, penso sarebbe un errore immaginare — come in passato si è fatto davanti ad altre rivoluzioni digitali meno rapide e dirompenti di questa — di appiattire la discussione nella dimensione economica, dei compensi più o meno equi o dei sussidi pubblici e privati.
I soldi finiscono sempre più in fretta degli effetti di certi fenomeni innovativi.
Dopo di che le soluzioni, a voler affrontare il problema in una dimensione di medio-lungo periodo e in tutte le sue dimensioni, possono, naturalmente, essere diverse.
Personalmente credo che la soluzione migliore sia quella di impedire — tecnologia e diritti alla mano — ai crawler delle fabbriche degli algoritmi di leggere quotidianamente le pagine di attualità degli editori.
Una finestra di sei mesi sull’attualità
Basterebbe che i principali editori di giornali, in Italia, con una naturale protezione linguistica che potrebbe non essere difficile e potrebbe avere una discreta efficacia, chiudessero le pagine pubblicate negli ultimi sei mesi all’accesso delle fabbriche degli algoritmi, impedendo ai relativi servizi di fare informazione sul presente, su ieri, oggi, l’attualità.
La cronaca, quella politica, quella nera, quella rosa e le inchieste di ieri e di oggi, a quel punto, tornerebbero a essere accessibili solo in maniera umana, per quanto, magari, intermediate dagli algoritmi di motori di ricerca e social network.
Diritti, tecnologia e concorrenza
Se volessero, questo, gli editori di giornali potrebbero farlo domani, avendone certamente tutti i diritti ed esistendo soluzioni tecnologiche efficaci, magari non a prova di pirata, ma certamente a prova di industria concorrente che, allo stato, è lasciata sostanzialmente libera di sottrarre asset all’editoria e sfruttarli per andare poi a farle concorrenza.
Archivi storici e dati personali
Se le fabbriche degli algoritmi volessero e se gli editori fossero d’accordo, eventualmente, le prime potrebbero, invece, essere autorizzate a continuare a sfruttare gli archivi storici dei primi sulla base di accordi economici che, tra l’altro, tengano conto che in quegli archivi ci sono quantità industriali di dati personali di milioni di persone, dei quali neppure gli editori, che li hanno raccolti e pubblicati solo per fare informazione, possono disporre a favore di chicchessia.
Tutto così facile?
Certamente no.
Ma, forse, è utile almeno ad aprire un dibattito urgente e straordinariamente importante che, specie nel nostro Paese, sin qui sembra più timido, povero e modesto di quanto dovrebbe in considerazione della posta in gioco.












