Dalla banca dati pubblica alle prime sperimentazioni di ricerca conversazionale, la giustizia tributaria sta cambiando infrastruttura. La vera partita, però, non è tecnologica: riguarda accesso, affidabilità e nuove asimmetrie cognitive.
Negli ultimi anni il contenzioso tributario italiano sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. Non riguarda solo la digitalizzazione degli atti o la pubblicazione online delle sentenze, ma il modo in cui la giurisprudenza può essere conosciuta, esplorata e utilizzata. L’introduzione progressiva di tecnologie di intelligenza artificiale in questo ambito va letta dentro questo quadro, non come promessa di automazione, ma come possibile cambio di standard nell’accesso alle informazioni giuridiche. Per capire dove siamo davvero, siamo andati a vedere cosa è già operativo, quali sviluppi sono documentati e quali questioni restano aperte.
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Un percorso che non nasce oggi
La situazione attuale è il risultato di una sequenza di interventi che si è costruita nel tempo. Tra il 2019 e il 2021 il Processo Tributario Telematico diventa il canale ordinario per il deposito e la gestione degli atti, spostando definitivamente il contenzioso su infrastrutture digitali.
Con la riforma della giustizia tributaria del 2022 (legge n. 130/2022) emerge con maggiore forza il tema della qualità e della coerenza delle decisioni, insieme all’esigenza di rendere più leggibili gli orientamenti giurisprudenziali.
Dal 2023 prende forma operativa la Banca Dati della Giurisprudenza Tributaria, concepita come infrastruttura pubblica a libero accesso. Nel 2024 il perimetro si amplia con l’integrazione progressiva delle decisioni di legittimità e con interventi tecnici orientati a ridurre i tempi di pubblicazione. Nel frattempo, documenti programmatici e interventi pubblici del MEF e di Sogei collocano l’intelligenza artificiale tra le leve strategiche per l’evoluzione delle banche dati.
Nel febbraio 2026, l’uso sperimentale di AI e chatbot entra esplicitamente tra le priorità istituzionali. Sogei, sotto la guida dell’amministratore delegato Cristiano Cannarsa, sta elaborando un sistema informatico più fluido per la consultazione delle sentenze tributarie, con l’obiettivo di renderlo meno “da addetti ai lavori” e più immediato per consulenti e avvocati tributari.
Questa sequenza è importante perché chiarisce un punto: non siamo di fronte a un annuncio isolato, ma a un processo incrementale.
Un’infrastruttura pubblica che pesa già oggi
La Banca Dati della Giurisprudenza Tributaria è oggi una realtà operativa e gratuita. Non è più un semplice archivio documentale, ma una base informativa che incide concretamente sul lavoro di chi gestisce il contenzioso fiscale.
Il database conta attualmente oltre 800.000 sentenze consultabili. L’esperienza di consultazione resta ancora fondata su logiche tradizionali: ricerche per parole chiave, filtri, navigazione dei documenti. Un progresso significativo rispetto al passato, ma non equivale ancora a una vera interrogazione “per problema”.
Emerge inoltre un limite operativo significativo: i tempi di alimentazione del sistema. Le sentenze oggi non vengono rese disponibili immediatamente: il caricamento può avvenire con una distanza temporale che, in alcuni casi, arriva anche a due mesi. Un ritardo che incide sull’utilità concreta della banca dati, soprattutto quando serve conoscere rapidamente come si sta orientando la giurisprudenza su un tema specifico.
L’obiettivo dichiarato del MEF è ridurre questa distanza fino a portare il caricamento dei provvedimenti in un sostanziale tempo reale, migliorando l’interoperabilità tra i sistemi. In questo senso, l’interoperabilità non è un tema tecnico, ma una condizione di utilità effettiva della banca dati.
Dove entra l’intelligenza artificiale, e dove no
Un confronto utile per capire cosa significhi davvero introdurre un assistente digitale nella pubblica amministrazione è offerto da Virgilio, il chatbot sviluppato da ENEA per l’assistenza sui bonus edilizi. In quel caso, l’obiettivo non è sostituire l’interpretazione giuridica, ma orientare l’utente all’interno di un corpus normativo complesso, dichiarando fonti, perimetro e limiti del servizio.
Il punto non è il modello in sé, ma il metodo: un assistente pubblico funziona solo se è ufficiale, ancorato a basi documentali esplicite e progettato per ridurre ambiguità, non per produrre risposte “plausibili”.
Nel dibattito pubblico si parla spesso di “chatbot del Fisco” o di consultazione conversazionale delle sentenze. Una formula efficace, ma rischia di semplificare eccessivamente la realtà. Ad oggi non esiste un assistente AI pubblico e generalista che consenta a chiunque di interrogare la giurisprudenza tributaria in linguaggio naturale.
Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni istituzionali, il sistema in fase di sviluppo prevede forme di ricerca conversazionale, ispirate ai modelli di interazione già diffusi nei sistemi di AI generativa, per trovare decisioni per argomenti in linguaggio naturale. Le informazioni disponibili indicano piuttosto un rilascio graduale e controllato delle funzionalità più avanzate, coerente con quanto già avvenuto in altri ambiti della digitalizzazione fiscale: prima ambienti istituzionali e canali professionali, poi una diffusione più ampia.
Ciò che esiste, ed è documentato, è un insieme di sperimentazioni e sviluppi orientati all’uso dell’AI come supporto alla ricerca e alla strutturazione dell’informazione: sintesi automatiche, classificazione dei testi, analisi semantica delle decisioni. In questa fase, tali strumenti sembrano pensati soprattutto per utenze qualificate — giudici, uffici, professionisti del contenzioso — più che come servizi informativi generalisti per il cittadino.
Un approccio coerente con quanto già avviene in altri ambiti della pubblica amministrazione fiscale, dove l’AI viene introdotta come infrastruttura di supporto, non come sostituto del giudizio umano. Questo punto è cruciale: nel diritto tributario un sistema che generasse risposte non ancorate alle fonti sarebbe semplicemente inutilizzabile. L’affidabilità conta più della fluidità dell’interfaccia.
Accesso cognitivo e accessibilità economica
C’è però un aspetto che spesso resta sullo sfondo: l’accessibilità economica. Per anni l’accesso strutturato alla giurisprudenza è stato mediato in larga parte da banche dati private, con costi non trascurabili. Questo ha creato una barriera concreta per piccoli studi, giovani professionisti, imprese e contribuenti non strutturati.
L’esistenza di una banca dati pubblica robusta riduce questa asimmetria, ma non la elimina automaticamente. Se le funzioni di ricerca più potenti restano appannaggio di pochi, il rischio è di trasferire il vantaggio competitivo dal piano economico (costo degli abbonamenti privati) a quello cognitivo e istituzionale (accesso anticipato o privilegiato agli strumenti).
Se a questo si aggiungessero strumenti capaci di orientare la ricerca e sintetizzare gli orientamenti, il beneficio non sarebbe solo tecnico, ma cognitivo: diminuirebbe il tempo e il costo necessari per comprendere come la giurisprudenza si sta muovendo su un determinato tema. In questo senso, l’AI non è una scorciatoia, ma una possibile leva di democratizzazione dell’accesso.
Il vero nodo: chi accede e con quali garanzie
Quando si parla di strumenti avanzati di interrogazione della giurisprudenza, la questione centrale non è la tecnologia in sé, ma il modello di accesso. Se le funzioni più evolute restano confinate a canali riservati o professionali, il rischio è di spostare l’asimmetria da un piano economico a un piano cognitivo e istituzionale. L’AI non elimina l’asimmetria: decide solo dove si colloca.
Inoltre, qualsiasi sistema basato su AI deve rendere visibili i propri limiti, mostrare le fonti utilizzate, distinguere tra orientamenti consolidati e casi controversi, dichiarare quando le informazioni non sono sufficienti. Senza queste garanzie, la promessa di semplificazione rischia di tradursi in una falsa sicurezza.
Il progetto in fase di sviluppo dovrà confrontarsi con questioni operative concrete: come garantire che il caricamento delle sentenze avvenga in tempo quasi reale, come assicurare che l’intelligenza artificiale conversazionale sia effettivamente ancorata alle fonti, come evitare che la riduzione dei “passaggi intermedi” tra la formazione della decisione e la sua pubblicazione non comprometta la qualità della pseudonimizzazione e della validazione dei dati.
Cosa aspettarci
La giurisprudenza tributaria italiana dispone oggi di un’infrastruttura pubblica che ha già cambiato il modo di accedere alle sentenze. Con un patrimonio documentale ormai molto ampio e un progetto esplicito di integrazione dell’intelligenza artificiale per la ricerca conversazionale, il sistema sta evolvendo da archivio documentale a strumento di orientamento giurisprudenziale.
L’intelligenza artificiale può rappresentare il passo successivo, ma solo se viene integrata come strumento di trasparenza, verificabilità e riduzione delle asimmetrie, anche economiche. Il coinvolgimento di Sogei nella costruzione di questo sistema richiede particolare attenzione alle modalità di rilascio e alle garanzie di accesso.
La domanda di fondo non è se useremo l’AI per interrogare la giurisprudenza, ma come e per chi. Perché, in un sistema complesso come quello tributario, l’accesso alla conoscenza giuridica non è neutrale: è parte dell’equilibrio tra le parti.














