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Social, il male è nel design: cambiarlo per tutelare gli utenti



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Negli Stati Uniti famiglie, scuole e procuratori generali accusano le piattaforme social non per i contenuti, ma per il design: scroll infinito, autoplay e raccomandazioni. Obiettivo: aggirare Section 230 e Primo Emendamento, aprire a negligenza e product liability, con effetti anche oltre l’America

Pubblicato il 23 feb 2026

Barbara Calderini

Legal Tech – Compliance Manager



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Può il design di una piattaforma digitale diventare, di per sé, fonte di responsabilità civile per i danni alla salute dei minori?

È attorno a questa domanda che, tra il 2023 e il 2026, si è addensato negli Stati Uniti un contenzioso senza precedenti contro le grandi aziende dei social media.

Le azioni promosse da famiglie, distretti scolastici e procuratori generali statali stanno progressivamente spostando il fuoco delle accuse dai contenuti pubblicati dagli utenti alle scelte progettuali delle piattaforme — feed infiniti, autoplay, sistemi di raccomandazione algoritmica — nel tentativo di qualificare tali funzionalità come condotte negligenti, pratiche commerciali sleali o addirittura “prodotti difettosi”, aggirando così le tradizionali difese fondate sulla Section 230 e sul Primo Emendamento.

Attraverso i casi pilota in California, la multidistrict litigation federale di Oakland e le azioni coordinate di decine di Stati, questo articolo ricostruisce come il terreno della responsabilità stia mutando e perché tali cause potrebbero ridefinire in modo strutturale il perimetro giuridico entro cui operano le piattaforme digitali, con riflessi che travalicano il contesto statunitense.

Indice degli argomenti

Oltre la Section 230: il nodo del design

Nel corso del 2026, la vicenda giudiziaria[1] che chiama in causa le piattaforme social rispetto al loro impatto sulla salute mentale degli adolescenti potrebbe rappresentare un punto di svolta nel diritto digitale.

Che cosa cambia quando l’accusa non riguarda i contenuti

Non sono i contenuti a finire sotto accusa, ma la struttura stessa delle piattaforme: l’attenzione dei tribunali americani si concentra su scroll infinito, autoplay, feed personalizzati e assenza di punti di arresto, strumenti progettati per trattenere gli utenti il più a lungo possibile e, secondo l’accusa, creare forme di dipendenza comportamentale.

I titoli di responsabilità invocati

Nel complesso, le azioni giudiziarie si fondano su una pluralità di titoli di responsabilità, tra cui la negligenza — per asseriti difetti di progettazione e per omessa segnalazione dei rischi —, l’imputabilità del danno da prodotto difettoso, il disturbo della quiete pubblica, nonché la violazione delle normative statali[2] in materia di tutela del consumatore e pratiche ingannevoli.

A partire dagli ultimi mesi del 2023, il contenzioso statunitense contro le grandi piattaforme social ha conosciuto un’accelerazione significativa: decisioni giudiziarie e azioni coordinate promosse da diversi Stati federati hanno trasformato accuse fino ad allora prevalentemente mediatiche e politiche in un vero banco di prova processuale sulla responsabilità delle aziende per gli effetti del design delle loro applicazioni sui minori. In questo contesto si collocano, in particolare, i procedimenti avviati in California e le iniziative parallele di numerosi Attorney General statali, che segnano una fase nuova e più incisiva della controversia.

Il fulcro giuridico di tali azioni risiede nel tentativo di aggirare l’immunità prevista dalla Section 230 del Communications Decency Act, sostenendo che i danni lamentati non derivino dai contenuti generati dagli utenti, bensì da scelte progettuali imputabili direttamente alle piattaforme. Questa impostazione apre alla possibilità di configurare forme di responsabilità per difetto di prodotto o per negligenza nell’organizzazione e nella conduzione dell’attività imprenditoriale.

Se accolte, tali tesi non solo potrebbero condurre a risarcimenti di rilievo, ma soprattutto contribuire a ridefinire il perimetro delle responsabilità delle imprese tecnologiche rispetto ai rischi psicosociali connessi all’uso dei social media da parte delle nuove generazioni. Lo spostamento del baricentro dalla responsabilità per i contenuti alla responsabilità per il design interroga, infatti, il diritto sulla natura dei prodotti digitali come oggetti suscettibili di provocare danni prevedibili agli utenti.

In questo scenario, il caso K.G.M. e le azioni parallele avviate in California e in sede federale rappresentano la concreta traduzione processuale di tale impostazione teorica, offrendo il primo terreno di verifica giudiziaria della responsabilità fondata non sui contenuti, ma sulle scelte di design delle piattaforme.

Il caso K.G.M. come banco di prova della responsabilità per design e le nuove cause contro i social

In modo specifico, il caso K.G.M., pendente davanti alla giudice Carolyn B. Kuhl presso la Superior Court della Contea di Los Angeles, rappresenta il primo caso pilota (bellwether trial) di una più vasta serie di cause. La querelante, una giovane indicata con le iniziali K.G.M., afferma che Instagram, TikTok e YouTube sarebbero stati concepiti secondo logiche progettuali idonee a generare dipendenza, con ricadute psicologiche significative. Nell’atto di citazione si sostiene che l’uso intensivo delle piattaforme sin dall’infanzia abbia contribuito all’insorgenza di depressione, ansia, ideazioni suicidarie e altri disturbi psichici, non in ragione dei contenuti fruiti, bensì delle scelte strutturali di design orientate a massimizzare l’engagement degli utenti.

L’ordinanza del 13 ottobre 2023: cosa viene ammesso e cosa no

Un primo snodo rilevante si è avuto il 13 ottobre 2023, quando la giudice Carolyn B. Kuhl, presso la Superior Court di Los Angeles, ha rigettato l’istanza di archiviazione della domanda di negligenza proposta nei confronti di ByteDance (TikTok), Google (YouTube), Meta (Facebook e Instagram) e Snap (Snapchat). Il giudice ha ritenuto plausibile l’accusa secondo cui le società convenute non avrebbero adottato adeguate cautele nella progettazione delle piattaforme, pur essendo consapevoli che determinate funzionalità interattive potessero arrecare pregiudizio ai minori.

Nella medesima decisione sono state respinte le difese fondate sul Primo Emendamento e sulla Section 230 del Communications Decency Act; è stata inoltre ammessa, limitatamente a Meta, una domanda per occultamento fraudolento, mentre è stata esclusa, in questa fase iniziale, la configurabilità di una responsabilità per prodotto difettoso.

Responsabilità del design dei social: la MDL federale di Oakland

Su un piano parallelo, dinanzi al tribunale federale di Oakland, la multidistrict litigation In Re: Social Media Adolescent Addiction/Personal Injury Products Liability Litigation ha riunito le azioni promosse da famiglie e distretti scolastici, fondate su analoghe teorie di negligenza, responsabilità da prodotto e occultamento.

Dovere di sicurezza e “decisioni oggettive sulla funzionalità

Nel corso dell’udienza del 27 ottobre 2023, la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha espresso un marcato scetticismo rispetto alla tesi secondo cui le piattaforme non sarebbero gravate da alcun dovere di sicurezza nei confronti dei minori, ritenendo invece plausibili le contestazioni relative a “decisioni oggettive sulla funzionalità” delle applicazioni, non circoscritte alla sola moderazione dei contenuti. Tale impostazione ha reso meno automatica l’applicazione dello scudo offerto dalla Section 230.

Gli Stati contro Meta: UDAP, COPPA e ‘Facebook Files’

A questo quadro si è aggiunta, il 24 ottobre 2023, l’azione congiuntapromossa da 33 Stati contro Meta[3], esito di indagini pluriennali e del fallimento di tentativi di composizione transattiva. Gli Stati contestano all’azienda pratiche ingannevoli e sleali dirette a massimizzare il coinvolgimento dei giovani utenti sfruttandone le vulnerabilità psicologiche e minimizzando pubblicamente i rischi per la salute mentale. A fondamento delle domande vengono richiamati gli statuti UDAP, unitamente a presunte violazioni del COPPA[4] per la raccolta di dati personali di minori di tredici anni in assenza di consenso genitoriale verificabile, anche alla luce delle informazioni emerse dai Facebook Files e dalle rivelazioni della whistleblower Frances Haugen.

Ulteriori azioni autonome sono state avviate da altri sette Stati e dal District of Columbia, mentre la Florida procede in sede federale.

Sullo sfondo, le strategie dei procuratori generali e dei legali dei ricorrenti richiamano, per ambizione sistemica, i grandi contenziosi contro l’industria del tabacco, pur in presenza di una differenza essenziale: le piattaforme digitali veicolano espressione e godono, pertanto, di tutele costituzionali. Rimane infine centrale la questione probatoria, sospesa tra correlazione e causalità: dimostrare che ansia, depressione e disturbi del sonno nei minori siano direttamente riconducibili alle scelte di design delle piattaforme, e non a una pluralità di fattori concorrenti, costituirà il vero banco di prova di queste azioni.

Public nuisance e scuole: quando il danno diventa collettivo

In alcune giurisdizioni sono state avanzate anche pretese basate sulla teoria del public nuisance, sostenendo come i design addictivi dei social rappresentino un danno collettivo alla salute pubblica; diversi di questi reclami sono ora oggetto di appello. I legali dei querelanti, tra cui il Social Media Victims Law Center, evidenziano che l’obiettivo non è solo ottenere risarcimenti economici, ma costringere le aziende a ripensare il design delle piattaforme per ridurre l’uso compulsivo dei minori: “fix these damn products”.

Le difese invece ribadiscono protezioni costituzionali e l’immunità derivante dalla Section 230, contestando il nesso causale tra uso dei social e danni psicologici, e segnalano gli strumenti di protezione già implementati, come controlli parentali e impostazioni age-appropriate.

La battaglia legale sui design algoritmici dei social media

L’insieme dei procedimenti confluiti nella Social Media Adolescent Addiction / Personal Injury Products Liability Litigation[5], aggregando oltre mille cause promosse da famiglie, genitori e distretti scolastici attraverso una procedura di coordinamento giudiziario (JCCP), rappresenta il contesto più ampio in cui il caso K.G.M. si inserisce come primo banco di prova.

L’architettura processuale di questa controversia ha un duplice obiettivo: da un lato verificare in aula le teorie secondo cui il design delle piattaforme social costituisce un prodotto difettoso, dall’altro valutare come dimostrare giuridicamente il nesso causale tra l’architettura della piattaforma e danni psicologici sistemici agli utenti.

In altri termini, i tribunali sono chiamati a interrogarsi su quando una tecnologia concepita per attrarre e trattenere gli utenti possa considerarsi legalmente “difettosa”, aprendo uno scenario di responsabilità civile fino a oggi mai esplorato in profondità per i prodotti digitali. Ciò comporta l’estensione di concetti giuridici tradizionali a tecnologie che non esistevano quando quelle regole furono formulate.

Le strategie delle parti attrici si fondano, tra le altre cose, su documenti interni delle piattaforme che indicano come gli sviluppatori fossero consapevoli che determinate caratteristiche avrebbero favorito un uso prolungato e compulsivo da parte degli utenti. Le difese, al contrario, richiamano la libertà di espressione e la protezione delle piattaforme contro la responsabilità per i contenuti generati da terzi.

Al centro del dibattito non c’è solo la prospettiva di risarcimenti economici, ma la questione più ampia di come il diritto possa e debba disciplinare la progettazione digitale quando questa può provocare danni comportamentali o psicologici reali.

La portata del contenzioso continua a evolversi attraverso selezioni di giurie, processi pilota e possibili accordi transattivi. Non sorprende, dunque, che alcune piattaforme originariamente coinvolte — Snap (Snapchat) e TikTok — abbiano già raggiunto accordi con la querelante K.G.M., lasciando Meta (Instagram/Facebook) e YouTube (Google/Alphabet) come principali imputati del primo processo effettivo.

Il caso K.G.M. rappresenta dunque un test strategico: come già evidenziato, dimostrare che il design dei social media costituisce causa legale di danno potrebbe aprire nuove forme di responsabilità civile per le Big Tech, aggirando in parte le protezioni offerte dalla Section 230 del Communications Decency Act.

Oltre agli aspetti strettamente legali, il caso però mette in luce anche un importante nodo di policy e governance dei prodotti digitali: le decisioni di design e gli algoritmi predittivi, lungi dall’essere neutrali, producono effetti sistemici sulla salute dei minori, sollevando questioni di etica aziendale, protezione dei consumatori e ruolo regolatorio dello Stato. La pronuncia della Corte potrebbe dunque non limitarsi a determinare l’esito di una singola controversia, ma costituire un precedente storico in grado di ridefinire le logiche di responsabilità delle Big Tech e orientare il dibattito su come bilanciare innovazione digitale e tutela della salute pubblica.

Numeri aggiornati su cause e social

A giugno 2025, il procedimento federale raccoglieva 799 cause personali e 1.154 azioni promosse da distretti scolastici, scuole, città e contee, a cui si aggiungono cinque cause presentate da gruppi di procuratori generali statali in coordinamento contro alcuni dei principali operatori del settore. Parallelamente, il procedimento statale in California contava 2.481 cause personali e ulteriori azioni promosse da distretti scolastici, secondo il calcolo dei querelanti.

Questi dati evidenziano una crescita esponenziale rispetto agli anni precedenti: rispetto al 2023, quando i primi casi federali aggregati erano poco più di cento, il contenzioso ha assunto una dimensione senza precedenti, coinvolgendo migliaia di famiglie e enti pubblici e con controversie potenzialmente valutabili in milioni di dollari.

Perché le scuole chiedono risarcimenti e quali costi allegano

Le scuole e i distretti scolastici hanno fondato le loro azioni sulla teoria del public nuisance, sostenendo che la presunta dipendenza dai social media costringa le istituzioni a deviare risorse verso supporto psicologico, gestione comportamentale e interventi educativi straordinari, con un impatto diretto e crescente sui bilanci. Sebbene alcune di queste domande siano state respinte in primo grado dai tribunali statali e siano ora al vaglio dell’appello, il giudice federale ha rifiutato di escludere in via preliminare tali impostazioni, ritenendo che la struttura dell’accusa meriti di essere sottoposta al vaglio di una giuria.

L’intreccio tra procedimenti federali e statali — oltre 3.400 azioni complessive — proietta il contenzioso sui social media su una scala paragonabile ai grandi processi storici contro l’industria del tabacco e del farmaco, preparando il terreno a decine di bellwether trials programmati fino al 2026, chiamati a testare davanti a una giuria la tenuta delle principali teorie giuridiche dei ricorrenti.

Nel complesso, le proiezioni più recenti indicano che il 2026 potrebbe diventare il teatro di una delle più vaste e articolate battaglie giudiziarie mai affrontate dal settore tecnologico: migliaia di attori, centinaia di processi pilota e ricadute potenzialmente decisive sul piano regolatorio e della responsabilità, destinate a ridefinire il rapporto tra piattaforme digitali, progettazione algoritmica e tutela della salute pubblica.

Social media tra transazioni last-minute e responsabilità per design

Nelle ultime settimane, un elemento che ha catturato particolare attenzione all’interno delle cause coordinate è stato l’accordo transattivo raggiunto da TikTok con la querelante principale, prima dell’avvio del primo bellwether trial a Los Angeles. Secondo fonti di stampa, l’app di condivisione video di proprietà di ByteDance ha trovato un’intesa con la 19enne identificata come K.G.M.

L’accordo, definito “last minute”, è stato concluso proprio mentre era in corso la selezione della giuria presso la Los Angeles County Superior Court, evitando così che TikTok si sedesse insieme a Meta e YouTube davanti a una giuria in questo specifico processo pilota. I termini economici e gli impegni previsti non sono stati resi pubblici, come spesso avviene in transazioni di questo tipo, ma l’evento è stato interpretato come un segnale strategico significativo da parte di TikTok, che rimane comunque coinvolta in altri procedimenti correlati all’interno dello stesso contenzioso.

Parallelamente, pochi giorni prima, un accordo simile era stato raggiunto da Snap Inc., la società madre di Snapchat, sempre con riferimento al caso K.G.M., escludendo così entrambi gli operatori minori dal banco dei principali imputati di questo primo test giudiziario, lasciando Meta e YouTube come protagonisti principali.

Questi accordi pre-processo hanno un’importanza strategica che va oltre il caso specifico: riducono il numero diretto di società chiamate a confrontarsi con la prima giuria sulla teoria di responsabilità basata sul design delle piattaforme e, secondo osservatori legali, potrebbero influenzare sia la dinamica delle prove sia la percezione pubblica del contenzioso. L’uscita di TikTok e Snap dalla contesa davanti alla giuria concentra l’attenzione su Meta e YouTube, che assumono così il ruolo di “sentinelle” per i futuri sviluppi giuridici di questa battaglia legale.

Va precisato che gli accordi con TikTok e Snap non estinguono le responsabilità delle piattaforme in altri procedimenti civili o gruppi di cause: ridefiniscono piuttosto il profilo processuale del primo bellwether trial, conferendo a Meta e YouTube il ruolo di test cruciale per l’interpretazione della responsabilità derivante dal design delle piattaforme digitali.

Così, mentre TikTok e Snap escono temporaneamente dalla scena, il dibattito principale si concentra sulla possibilità di considerare il design delle piattaforme come fonte diretta di danno, sfidando l’interpretazione tradizionale della Section 230.

Il cuore giuridico della controversia riguarda infatti la possibilità di considerare il design delle piattaforme come causa attiva di danno, piuttosto che semplice veicolo neutrale di contenuti.

L’eredità della Section 230 e i limiti della giurisprudenza classica

La Section 230 del Communications Decency Act nasce come strumento volto a promuovere la libertà di espressione e lo sviluppo dei servizi internet, immunizzando i provider dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti.

I precedenti chiave: da Zeran a Internet Brands

Questo principio è stato consacrato già in pronunce storiche come Zeran v. America Online, Inc. (1997), in cui la Corte d’Appello del Quarto Circuito riconobbe in modo netto l’estensione della tutela accordata alle piattaforme per gli illeciti commessi dagli utenti. Analoghi orientamenti si riscontrano in Green v. America Online, Inc. e Barnes v. Yahoo!, Inc., in cui le corti hanno confermato il ruolo dei provider come intermediari neutrali, non responsabili per comportamenti terzi, e in precedenti come Doe v. MySpace, Inc. (2008) e Jane Doe No. 14 v. Internet Brands, Inc. (2016), che hanno rafforzato questa immunità.

Tuttavia, l’ondata di cause del 2026 si colloca su un piano diverso: non si contesta la responsabilità per singoli contenuti generati dagli utenti, ma si mira a qualificare il design delle piattaforme come causa attiva di danno, trasformando algoritmi, feed infiniti, autoplay e meccaniche di raccomandazione in potenziali “prodotti difettosi” con effetti prevedibili sulla salute mentale dei minori. Come già osservato, per dimensioni e impostazione strategica questa controversia richiama, non a caso, i grandi contenziosi contro l’industria del tabacco: allora si contestava alle aziende di aver consapevolmente progettato prodotti capaci di alimentare la dipendenza nonostante i rischi noti; oggi, l’attenzione si concentra sulle leve psicologiche e comportamentali incorporate negli algoritmi, ritenute idonee a innescare dinamiche analogamente addictive. Se le giurie dovessero accogliere questa tesi, non solo le aziende tecnologiche potrebbero essere ritenute civilmente responsabili per il design delle loro piattaforme, ma verrebbe anche ridefinito il confine tra responsabilità per contenuti e responsabilità per progettazione funzionale, sollevando questioni di enorme portata giuridica in un contesto dominato dall’intelligenza artificiale e dall’economia dell’attenzione, e ponendo la Section 230 sotto pressione come riferimento interpretativo tradizionalmente favorevole alle piattaforme.

Le nuove strategie legali puntano ad aggirare le tutele della Section 230 non attaccando i contenuti degli utenti, ma il design delle piattaforme: algoritmi di raccomandazione, feed infiniti e tecniche di persuasive design vengono qualificati come elementi di un “prodotto” potenzialmente difettoso o negligente, capace di generare danni psicologici, comportamentali e sociali, soprattutto nei minori. Il focus non è più sul singolo post, ma sull’architettura stessa della piattaforma.

Questa impostazione affiora con chiarezza nei contenziosi, dove i querelanti parlano apertamente di design defect e failure to warn. In più ordinanze preliminari, i giudici hanno consentito che tali teorie proseguissero, respingendo solo in parte le richieste di archiviazione fondate sulla Section 230: il punto, infatti, non è ciò che gli utenti pubblicano, ma come la piattaforma è costruita.

Come già ricordato, la giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha segnato la rotta con cinque decisioni chiave tra novembre 2023 e febbraio 2025, ridimensionando alcune pretese senza però chiudere la porta ai ricorrenti. Le difese fondate sul Primo Emendamento e sulla Section 230 hanno contenuto il perimetro delle accuse, ma non ne hanno arrestato l’evoluzione.

A circa 38 mesi dalla centralizzazione dei primi fascicoli a Oakland, il procedimento è tutt’altro che fermo. Anzi, gli ultimi passaggi potrebbero imprimere un’accelerazione decisiva già nel prossimo anno.

Il 30 settembre 2025, gli imputati hanno depositato mozioni di giudizio sommario contro il Consiglio scolastico della contea di Breathitt (Kentucky), uno dei sei distretti selezionati per i bellwether trials dell’estate 2026, replicando nella stessa giornata contro gli altri cinque distretti coinvolti: Charleston (South Carolina), DeKalb (Georgia), Harford (Maryland), Irvington (New Jersey) e Tucson (Arizona).

La sovrapposizione tra l’avvio delle mozioni di giudizio sommario e la marcia verso i processi pilota segnala un passaggio cruciale: alcuni casi potrebbero chiudersi già entro il 2026, mentre altri potrebbero spingere le parti verso soluzioni transattive, sulla scia degli accordi già raggiunti da TikTok e Snap nel caso K.G.M.. Ancora una volta, sono i bellwether trials a rivelarsi lo snodo strategico destinato a chiarire, davanti a una giuria, il confine tra responsabilità per i contenuti e responsabilità per il design della piattaforma.

Giurisprudenza recente e casi emergenti

Questi sviluppi si collocano in un contesto più ampio, dove strategie analoghe per aggirare le protezioni della Section 230 emergono anche in altri ambiti. In Everytown for Gun Safety v. Meta e in casi simili legati alla radicalizzazione di contenuti estremisti, i querelanti hanno sostenuto che gli algoritmi di raccomandazione possano configurarsi come un “prodotto difettoso”, responsabile di danni concreti nel mondo reale, come nel tragico episodio della sparatoria di Buffalo.

Quando la section 230 regge: selezione e diffusione di contenuti terzi

Tuttavia, un pannello della Corte d’Appello ha confermato che la Section 230 continua a offrire protezione quando le contestazioni riguardano la selezione e la diffusione di contenuti di terzi, considerata parte integrante dell’attività editoriale delle piattaforme.

Quando la section 230 vacilla: challenge, promozione e raccomandazioni

Parallelamente, altre vicende giudiziarie mostrano un’inversione di tendenza. Casi come quello di una madre che ha ottenuto il diritto di procedere contro TikTok per la morte accidentale della figlia legata a un “challenge” virale, indicano che alcuni tribunali stanno limitando l’efficacia della Section 230 quando le piattaforme hanno attivamente promosso specifici contenuti o quando le dinamiche algoritmiche vengono ritenute parte del danno lamentato. Al di là dei singoli giudizi, avvocati come Matthew Bergman del Social Media Victims Law Center stanno promuovendo cause basate su teorie di product liability e negligence, chiarendo che l’obiettivo non è attaccare l’immunità sui contenuti pubblicati, ma mettere in discussione la progettazione stessa delle piattaforme come prodotti capaci di generare danni.

Sul fronte legislativo, proposte come il Justice Against Malicious Algorithms Act mirano a riformare o limitare la portata della Section 230, rimuovendo la protezione quando le piattaforme raccomandano contenuti che causano danni fisici o emotivi o quando i loro algoritmi contribuiscono materialmente a lesioni degli utenti.

Così, mentre i bellwether trials e i contenziosi sull’addiction digitale si concentrano sul design delle piattaforme come fonte di danno, altri casi giudiziari e iniziative legislative delineano un quadro più ampio, in cui la Section 230 viene progressivamente messa in discussione e, in parte, ridefinita, aprendo la strada a nuovi scenari di responsabilità civile per le Big Tech e a un ripensamento delle regole che governano la progettazione dei prodotti digitali.

Un equilibrio giuridico in evoluzione

Dietro l’ondata di cause legate alla “dipendenza da social media” emergono tre nodi di ordine pubblico destinati a riverberarsi ben oltre l’ecosistema digitale: l’ampia discrezionalità dei giudici di primo grado nell’adattare teorie tradizionali della responsabilità civile a contesti tecnologici nuovi; il rischio che tali estensioni permettano ai ricorrenti di aggirare limiti dottrinali tipici di altre azioni o generino responsabilità sovrapposte per la stessa condotta; e il mosaico di standard statali divergenti — in particolare su public nuisance e product liability — che può rendere un’azienda responsabile in uno Stato e non in un altro per funzionalità identiche della piattaforma.

Emblematiche sono le azioni dei distretti scolastici, basate sull’idea di un diritto pubblico alla salute che le piattaforme avrebbero irragionevolmente compromesso progettando servizi “addictive”, con conseguenti oneri economici e organizzativi a carico di scuole e governi locali. La giudice californiana Carolyn Kuhl, che coordina oltre mille cause, ha respinto a giugno 2025 tali domande di disturbo della quiete pubblica in California, Florida, Rhode Island e Washington, ritenendo che i danni lamentati attengano a diritti individuali dei minori e non possano aggirare i “limiti dottrinali” già fissati dal diritto della negligenza. In Florida, la decisione ha sottolineato anche ragioni di separazione dei poteri, poiché l’espansione della nuisance non può supplire all’assenza di intervento legislativo.

Diversa è l’impostazione della giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers, coordinatrice delle azioni centralizzate a Oakland: pur respingendo le domande dei distretti del Rhode Island, ha ammesso a procedere quelle di California e Florida, definendo la public nuisance un istituto “in evoluzione”, capace di affrontare nuovi mezzi di causazione del danno, e ritenendo plausibile, in questa fase, che la salute pubblica possa costituire un diritto comune inciso dalle condotte contestate.

Il contrasto tra le due decisioni mette in luce il cuore della questione: ampia discrezionalità giudiziaria, potenziale espansione della responsabilità e profonde divergenze tra ordinamenti statali, con conseguente forte incertezza regolatoria per le piattaforme digitali e impatti diretti sulle strategie legali e sulle possibilità di accordi extragiudiziali.

Evidenze scientifiche e contesto giuridico: dal rischio teorico alla prova empirica

Se da una parte il contenzioso che nel 2025‑2026 interpella i colossi dei social media sulla presunta dipendenza digitale ha raggiunto una scala senza precedenti, dall’altra la letteratura scientifica offre un quadro empirico essenziale, sebbene ancora non univoco, per comprendere le dinamiche psicologiche invocate nei ricorsi.

Revisioni sistematiche e studi longitudinali mostrano che l’uso dei social media può associarsi a sintomi di ansia, depressione e disagio emotivo, soprattutto in contesti di fruizione intensiva o compulsiva.

Associazione non è causalità: dove la letteratura è ancora divisa

Tuttavia, non esistono evidenze definitive che il tempo trascorso online sia di per sé causa diretta di danni psicologici. Studi più approfonditi indicano che ciò che incide maggiormente sul benessere mentale è l’emergere di comportamenti ossessivi e la perdita di controllo sull’uso delle piattaforme. Interventi sperimentali[6] di astinenza dai social media hanno inoltre evidenziato riduzioni misurabili di ansia e depressione, suggerendo che specifiche variabili comportamentali possano influire in modo significativo sulle traiettorie di salute mentale.

Questo intreccio tra numeri processuali e dati scientifici sottolinea ulteriormente la complessità della questione: migliaia di querelanti e centinaia di processi pilota evidenziano la rilevanza sociale e giuridica delle contestazioni, mentre le evidenze empiriche, pur segnalando associazioni e potenziali meccanismi di rischio, non consentono ancora conclusioni causali definitive. La ricerca indica la necessità di ulteriori studi longitudinali con misure cliniche precise, per chiarire quando e come l’interazione con i social media possa tradursi in effetti psicologici avversi e quali caratteristiche dell’uso — compulsività, dipendenza comportamentale o modalità di interazione con gli algoritmi — risultino effettivamente determinanti.

Nel contesto dei grandi contenziosi in corso, questo duplice livello di analisi — numerico‑giuridico da una parte, empirico‑scientifico dall’altra — definisce la cornice in cui si confrontano le parti: da un lato i querelanti, che ricondurranno i danni al design e alla struttura delle piattaforme; dall’altro le difese, che contestano sia il nesso causale sia la solidità delle evidenze scientifiche disponibili.

Ricerca accademica su social media e salute mentale

La discussione scientifica sulle relazioni tra uso dei social media e salute mentale, pur affrontata da molteplici prospettive, converge su alcuni temi chiave che arricchiscono la cornice empirica del contendere giuridico attuale. Ricerche accademiche esplorative, come i lavori raccolti su repository universitari, evidenziano come l’uso eccessivo dei social media sia percepito come un fattore di rischio per il benessere psicologico di adolescenti e giovani adulti, con possibili conseguenze quali disturbi emotivi, ansia, depressione, insonnia e riduzione delle abilità sociali nei soggetti in fase di sviluppo. Analisi critiche suggeriscono che la natura altamente coinvolgente e personalizzata dei social network può contribuire a declini nel benessere mentale e nella capacità di concentrazione, soprattutto tra i più giovani.

Questi risultati si integrano con la letteratura metodologica, che evidenzia come lo stress psicologico, l’ansia e altri sintomi di disagio mentale nei contesti giovanili non siano legati esclusivamente alla quantità di utilizzo dei social media, ma anche alle modalità di interazione, alle motivazioni che spingono gli utenti a connettersi (ad esempio per compensare isolamento o solitudine) e alla qualità del supporto sociale percepito. Studi longitudinali indicano che comportamenti di uso compulsivo possono essere modulati da fattori individuali come resilienza e reti di supporto, i quali influenzano in maniera significativa la relazione tra uso intensivo delle piattaforme e esiti psicologici negativi.

Questo corpus di evidenze fornisce un contesto scientifico più solido alle argomentazioni legali dei procedimenti come il caso K.G.M. e gli altri bellwether trials: mentre il dibattito giuridico si concentra sulla responsabilità delle società tecnologiche per il design dei prodotti — ossia sulle scelte strutturali che favoriscono l’engagement prolungato degli utenti — la ricerca scientifica mostra che gli effetti sull’individuo non dipendono semplicemente dal tempo trascorso online, ma sono intrecciati con motivazioni personali, caratteristiche psicologiche pregresse e risorse di supporto nella vita offline.

In sintesi, sebbene la scienza non abbia ancora stabilito una prova univoca di causalità diretta tra uso dei social media e specifiche patologie mentali, la letteratura documenta chiaramente scenari di rischio legati all’uso problematico e identifica condizioni di vulnerabilità — isolamento sociale, bassa resilienza psicologica, motivazioni di uso negative — che qualificano l’esperienza digitale dei giovani. Questi elementi offrono un quadro di riferimento prezioso per il contenzioso in corso, spiegando come la giurisprudenza si trovi a confrontarsi con problemi che emergono tanto nella pratica clinica quanto nei comportamenti online diffusi tra le nuove generazioni, collegando in modo ontologico il piano empirico e quello legale.

Europa e Dsa: prevenzione, audit e divieto di dark patterns

Negli Stati Uniti, processi come K.G.M. e i bellwether trials dei distretti scolastici stanno mettendo a nudo le contraddizioni del sistema legale: si discute di responsabilità delle piattaforme, design dei prodotti e danni psicologici agli utenti, ma tra prove scientifiche frammentarie e discrezionalità giudiziaria restano pochi punti fermi.

Sullo sfondo europeo, il Digital Services Act (DSA) appare come una risposta normativa ambiziosa: obblighi di valutazione dei rischi, audit indipendenti, trasparenza algoritmica, feed non personalizzati e divieto di dark patterns, con già un enforcement concreto, come la multa di 120 milioni inflitta a X (ex‑Twitter).

Ma la domanda rimane provocatoria: può davvero una regolazione europea cambiare le regole del gioco, o rischia di diventare solo una risposta burocratica a problemi sociali complessi?

Ed è nella risposta che emerge il paradosso: tutto rigoroso sulla carta, tutto fragile nella pratica. Il DSA, pur rigoroso, mostra limiti evidenti: la complessità dei requisiti può favorire una compliance di facciata anziché un vero cambiamento nel design, il focus sui grandi operatori lascia scoperti servizi più piccoli ma ugualmente influenti, e non è chiaro quanto queste misure possano incidere sulle dinamiche psicologiche e sociali che alimentano la dipendenza digitale.

In sintesi, mentre negli Stati Uniti il dibattito resta intrappolato tra causalità incerta e discrezionalità giudiziaria, l’Europa propone un modello teoricamente stimolante ma parziale, incapace da solo di affrontare le tensioni strutturali generate dal design delle piattaforme e dalla cultura digitale che esso produce.

Quanto può davvero una regolazione standardizzata intervenire su comportamenti individuali complessi, come la dipendenza digitale o la fragilità emotiva dei giovani? La responsabilità del design digitale non può ridursi a obblighi normativi o multe milionarie: serve un ripensamento radicale dei modelli di business, delle logiche algoritmiche e della cultura digitale stessa.

Modello ex post vs ex ante: contenzioso Usa e governance Ue

Se negli Stati Uniti il dibattito ruota attorno a una teoria di product liability — l’idea che le piattaforme siano “prodotti difettosi” nella loro progettazione e dunque responsabili dei danni psicologici causati agli utenti — in Europa il Digital Services Act assume una prospettiva diversa: preventiva, normativa e di controllo. Il DSA impone alle piattaforme obblighi diretti di identificazione e mitigazione dei rischi, audit indipendenti, trasparenza algoritmica e meccanismi di governance interna, cercando di fermare sul nascere i danni prima che diventino causa di contenzioso.

Le due traiettorie non sono necessariamente opposte, ma parlano di piani temporali e culturali differenti: il contenzioso statunitense guarda al dopo, cerca responsabilità ex post e prova a imporre costi legali e risarcimenti ai colossi digitali quando il danno si è già verificato. L’Europa, invece, prova a governare il prima, a stabilire procedure di due diligence, monitoraggio e intervento istituzionale che, almeno in teoria, dovrebbero prevenire che gli utenti — soprattutto i più giovani e vulnerabili — cadano vittime di design manipolativo o di engagement compulsivo. Feed “non personalizzati” e divieto di dark patterns possono sembrare progressi, ma non garantiscono che algoritmi complessi e logiche di business basate sull’attenzione prolungata non continuino a generare dipendenza. E se l’attenzione normativa è concentrata sulle grandi piattaforme, milioni di servizi digitali più piccoli restano liberi di sperimentare design aggressivi senza alcun vincolo.

Così, tra le aule americane dove si discute se un algoritmo possa essere “difettoso” e le stanze dei regolatori europei che cercano di imporre regole preventive, emerge una lezione chiara e urgente: la responsabilità del design digitale non si riduce a cause legali o compliance burocratica. Per proteggere davvero gli utenti servirebbe una trasformazione più profonda: ogni legge o pronuncia giudiziaria rischiano di diventare solo un cerotto su una ferita che il digitale continua ad aprire.

Ambizione e limiti: il rischio di compliance di facciata

La pressione di istituzioni come il Parlamento europeo, che ha sostenuto l’introduzione di limiti più stringenti per adolescenti sotto i 16 anni e strumenti di verifica dell’età online, mette in luce una tensione centrale della politica digitale contemporanea: come tutelare i più vulnerabili senza trasformare l’ambiente online in un ecosistema iper-controllato e burocratizzato. Il dibattito non riguarda solo la protezione dei minori, ma la responsabilità politica di intervenire su piattaforme che modellano comportamenti, abitudini cognitive e relazioni sociali in modi mai sperimentati prima.

Il DSA e normative complementari come l’AI Act rappresentano un tentativo ambizioso di creare un modello europeo di governance digitale, che sposti la responsabilità dai singoli contenuti ai sistemi che li generano e li diffondono. Ma questa prospettiva apre interrogativi più profondi: fino a che punto è realistico che legislatori e regolatori possano anticipare gli effetti psicologici e sociali di algoritmi complessi?

Quanto l’imposizione di obblighi generici rischia di trasformarsi in una sovrastruttura di compliance, utile più a certificare processi che a prevenire danni reali?

E soprattutto, come bilanciare la protezione dei minori e degli utenti vulnerabili con la libertà di innovazione, la concorrenza tra piattaforme e la varietà di modelli culturali e comportamentali presenti nell’Unione?

Da un altro punto di vista, queste iniziative mostrano anche la crescente “politicizzazione della tecnologia”: le regole sul design, sui feed e sulla trasparenza algoritmica diventano strumenti di governance sociale, capaci di intervenire sulle dinamiche dell’attenzione, dell’informazione e del consenso pubblico. In questo senso, l’Europa non si limita a reagire a problemi concreti come negli Stati Uniti, ma prova a ridefinire i confini tra diritto, etica e progettazione tecnologica. Tuttavia, il rischio di creare una “regolazione di facciata”, dove procedure, audit e controlli formali sostituiscono interventi sostanziali sulla cultura delle piattaforme, resta alto.

Il nuovo perimetro della responsabilità digitale

Le cause statunitensi e le regolazioni europee come il Digital Services Act potrebbero segnare una trasformazione profonda del concetto di responsabilità digitale.

Non si tratta più di contestare singoli contenuti, ma di mettere sotto scrutinio il design stesso delle piattaforme, i loro algoritmi e i meccanismi che modellano comportamenti, attenzione e salute mentale. Nei tribunali americani si sperimenta la possibilità di considerare i prodotti digitali “difettosi”, mentre l’Europa prova a prevenire i danni con obblighi di trasparenza, auditing e controllo sul design. Entrambe le traiettorie convergono nel rimettere in discussione immunità, limiti tradizionali della product liability e confini tra responsabilità civile e governance tecnologica.

Le piattaforme non sono più neutre. Le loro scelte strutturali hanno effetti concreti sul benessere degli utenti e sul tessuto sociale, e il diritto globale comincia a prenderne atto. Le controversie giudiziarie, le normative preventive e le evidenze scientifiche non sono episodi isolati, ma elementi di un processo di ridefinizione strutturale del perimetro giuridico entro cui le Big Tech possono operare.

Chi riuscirà a tradurre questi principi in regole operative efficaci — oltre la mera compliance o le cause isolate — determinerà il futuro dell’ecosistema digitale, dove tutela dei diritti, innovazione e sicurezza psicologica dovranno diventare irreversibilmente interconnesse.

Riusciranno legislatori, tribunali e società civile a definire regole in grado di proteggere davvero gli utenti, o il design digitale continuerà a dettare le regole del gioco con i propri ritmi e i propri rischi?

Note


[1]Negli Stati Uniti sta crescendo un’ondata di azioni legali contro le grandi piattaforme social come Meta (Facebook e Instagram), TikTok, Snapchat e YouTube. Queste cause non si limitano a denunciare effetti collaterali dell’uso intenso: sostengono che queste aziende hanno progettato consapevolmente servizi con caratteristiche — come lo scrolling infinito, notifiche costanti e feed algoritmici — che sfruttano meccanismi psicologici simili a quelli delle dipendenze, soprattutto nei giovani e negli adolescenti, per aumentare il tempo di utilizzo e i ricavi pubblicitari.

[2]Negli Stati Uniti, il contenzioso contro le piattaforme digitali si fonda, tra l’altro, sugli Unfair and Deceptive Acts and Practices statutes (UDAP), un insieme di normative statali — presenti in tutti gli Stati federati — che vietano pratiche commerciali sleali, ingannevoli o fraudolente a danno dei consumatori. Tali discipline si caratterizzano per una soglia probatoria più bassa rispetto alla frode tradizionale, per l’ampia discrezionalità riconosciuta ai procuratori generali statali e per la possibilità di ottenere sanzioni pecuniarie significative e provvedimenti ingiuntivi, senza necessità di dimostrare l’esistenza di un contratto o di un danno da prodotto in senso stretto. In questo quadro, gli UDAP sono invocati per sostenere che la progettazione di piattaforme idonee a sfruttare le vulnerabilità psicologiche dei minori, unitamente alla minimizzazione pubblica dei rischi connessi, integri una pratica commerciale sleale e ingannevole, consentendo di aggirare, almeno in parte, le difese fondate sul Primo Emendamento e sulla Section 230 del Communications Decency Act. A ciò si affianca il Children’s Online Privacy Protection Act (COPPA, 1998), normativa federale che tutela la privacy dei minori di età inferiore ai tredici anni, imponendo ai servizi digitali obblighi di consenso genitoriale verificabile, trasparenza informativa, limitazione della raccolta dei dati al minimo necessario e riconoscimento ai genitori di diritti di accesso, modifica e cancellazione dei dati personali dei minori.

[3]Crf. https://storage.courtlistener.com/recap/gov.uscourts.cand.401490/gov.uscourts.cand.401490.2288.0.pdf , https://ag.ny.gov/sites/default/files/court-filings/meta-multistate-complaint.pdf https://storage.courtlistener.com/recap/gov.uscourts.cand.401490/gov.uscourts.cand.401490.2360.0.pdf.

Il procuratore generale californiano Rob Bonta, affiancato da una coalizione bipartisan di oltre trenta procure statali, ha citato in giudizio Meta Platforms, Inc. sostenendo che Facebook e Instagram siano stati progettati deliberatamente per creare dipendenza nei bambini e negli adolescenti, con l’obiettivo di massimizzare il tempo di utilizzo e, quindi, i profitti aziendali. Secondo il ricorso, la società avrebbe impiegato design manipolativi e caratteristiche psicologiche coinvolgenti, consapevole degli effetti avversi sulla salute mentale dei giovani e delle vulnerabilità specifiche dello sviluppo cerebrale di questa fascia di età, violando così norme federali e statali tra cui la Children’s Online Privacy Protection Act, le leggi californiane sulla pubblicità ingannevole e sulla concorrenza sleale. La causa contesta anche che Meta abbia ritardato o minimizzato pubblicamente i rischi dei suoi prodotti, raccogliendo dati sui minori senza adeguato consenso e ignorando prove interne dei pericoli per la salute mentale. Le azioni legali intendono ottenere sia misure correttive strutturali sia risarcimenti monetari e cercano di imporre standard più rigorosi per la sicurezza dei minori online.

[4]UDAP (Unfair and Deceptive Acts and Practices statutes) Non è una singola legge federale, ma una famiglia di leggi statali presenti in tutti gli Stati USA che vietano pratiche commerciali sleali, ingannevoli o fraudolente a danno dei consumatori.
Caratteristiche chiave: soglia probatoria più bassa rispetto alla frode classica; ampia discrezionalità ai procuratori generali statali; possibilità di ottenere sanzioni economiche elevate e provvedimenti ingiuntivi (ordini del giudice che impongono di cambiare condotte o design);non richiedono di dimostrare un contratto o un danno tradizionale da prodotto.

Nel contenzioso contro i social, gli UDAP vengono usati per sostenere che: progettare piattaforme che sfruttano vulnerabilità psicologiche dei minori e minimizzare pubblicamente i rischi costituisce una pratica commerciale sleale e ingannevole verso i consumatori. È una strada giuridica che mira ad aggirare in parte le difese tipiche fondate sul Primo Emendamento e sulla Section 230. COPPA (Children’s Online Privacy Protection Act, 1998) È una legge federale che tutela la privacy dei minori di età inferiore ai 13 anni online. Impone ai servizi digitali che raccolgono dati personali di bambini: di ottenere il consenso verificabile dei genitori prima della raccolta; di fornire informative chiare su quali dati vengono raccolti e come sono usati; di consentire ai genitori di accedere, modificare o cancellare i dati; di limitare la raccolta al minimo necessario.

[5]Crf: https://www.courtlistener.com/docket/65407433/in-re-social-media-adolescent-addictionpersonal-injury-products-liability/

[6]Crf. ScienceDirect, 2024, PubMed, 2025, ANSA, 2025

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