infrastrutture e clima

Reti sostenibili: perché la fibra è prima di tutto una scelta energetica



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Le reti di accesso fisse in Italia consumano oltre 550 GWh l’anno. Il passaggio completo alla fibra ottica FTTH potrebbe ridurre i consumi dell’86% e tagliare 125 mila tonnellate di CO₂ equivalente. Ma i benefici reali arrivano solo con lo spegnimento fisico degli apparati in rame

Pubblicato il 6 mar 2026

Michela Meo

Dipartimento di Elettronica e Telecomunicazioni Politecnico di Torino

Daniela Renga

Assistant Professor at Politecnico di Torino



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Mentre la domanda di connettività cresce senza sosta, le infrastrutture di accesso più datate continuano a consumare energia in modo sproporzionato rispetto al servizio che erogano: un’asimmetria che chiama in causa scelte tecnologiche, regolatorie e ambientali insieme.


Internet come infrastruttura essenziale: il peso energetico delle reti di accesso

Partiamo da un dato: internet è diventata un’infrastruttura essenziale. All’inizio degli anni 2000 era online appena il 16% della popolazione mondiale; oggi siamo al 74%; in Italia oltre l’86% delle famiglie ha una connessione domestica. Video in streaming, smart working, servizi pubblici digitali, cloud, oggetti connessi: per poter accedere a questi servizi sono necessarie le reti di accesso, il tratto finale che collega case e imprese alla rete globale.

Ma c’è un lato poco visibile dei servizi digitali e delle infrastrutture su cui si basano: l’energia che serve per farle funzionare. La diffusione capillare sul territorio delle reti di accesso fisse, unitamente alla necessità di alimentazione continua e alla numerosità degli apparati che le costituiscono, contribuiscono a rendere tali infrastrutture particolarmente energivore. Inoltre, negli ultimi anni la domanda di connettività è cresciuta rapidamente e con essa il fabbisogno energetico delle infrastrutture.

Oggi le reti di accesso fisse in Italia consumano oltre 550 GWh all’anno. Una quota rilevante è assorbita dalle varie tecnologie in rame ISDN, ADSL, FTTC, tecnologie che rappresentano quasi il 90% dei consumi pur servendo meno del 70% degli utenti. Si tratta di un’asimmetria strutturale tra consumo energetico e servizio erogato, che rende il tema della modernizzazione infrastrutturale non solo tecnologico ma anche di sostenibilità.


Il settore ICT e le emissioni globali: le reti telecom nell’equazione climatica

Questo tema si inserisce in un quadro più ampio: secondo stime di organismi internazionali quali l’International Energy Agency (IEA) e l’International Telecommunication Union (ITU), a livello globale il settore ICT è responsabile di una quota compresa tra il 2% e il 4% delle emissioni complessive di gas serra, con un consumo elettrico che continua a crescere insieme alla domanda di servizi digitali. All’interno di questo perimetro, le reti di telecomunicazione rappresentano una componente essenziale e difficilmente comprimibile, poiché devono garantire connettività continua e capillare. Considerando che un quarto dei consumi dell’ambito ICT è attribuibile al comparto telecom, intervenire per migliorare l’efficienza delle reti di accesso significa quindi agire su una delle leve più concrete per contenere la crescita dell’impronta energetica del digitale senza compromettere l’accesso ai servizi.


Fibra FTTH e switch-off del rame: i numeri del risparmio energetico

Il passaggio completo alla fibra ottica nella tecnologia più performante, la soluzione Fiber to the home (FTTH), cambierebbe radicalmente lo scenario. In uno scenario di “switch-off” totale del rame, il consumo annuo scenderebbe a circa 77 GWh, con una riduzione stimata dell’86%. Il benefico impatto ambientale sarebbe altrettanto significativo: lo spegnimento completo del rame in Italia potrebbe evitare circa 125 mila tonnellate di CO₂ equivalente all’anno.

Per dare un ordine di grandezza, il valore stimato di riduzione annua è equivalente alle emissioni generate in un anno da circa 80.000 automobili di media cilindrata oppure al fabbisogno energetico annuale di circa 30.000 famiglie. Tale stima fa riferimento ad uno scenario europeo tipico, caratterizzato da una discreta penetrazione di fonti rinnovabili. È importante sottolineare che questo valore rappresenta una stima prudenziale, in quanto la riduzione effettiva delle emissioni associate alla fase operativa delle reti di accesso dipende anche dall’intensità carbonica del sistema elettrico che le alimenta. In contesti in cui la generazione elettrica è ancora fortemente basata su fonti fossili, i benefici ambientali possono risultare ancora più significativi, fino a una volta e mezza superiori rispetto rispetto a questa stima di base riferita a scenari più avanzati nel percorso di decarbonizzazione.

Perché la fibra consuma meno: due ragioni tecnologiche

Perché una differenza così marcata tra lo scenario attuale, caratterizzato dalla coesistenza di reti in rame e in fibra, e uno scenario interamente full-fiber? Le ragioni sono di tipo tecnologico e sono riconducibili a due aspetti:

1) gli apparati ottici consumano meno energia rispetto a quelli in rame, alcuni apparati sono passivi (cioè non consumano energia);

2) per servire lo stesso numero di utenti, una rete in fibra richiede un minor numero di dispositivi distribuiti sul territorio. Meno apparati significa meno energia, meno manutenzione, meno costi.


Il paradosso del consumo fisso: perché la migrazione spontanea non basta

C’è però un aspetto decisivo che riguarda il modo in cui le reti consumano energia. Gli apparati di telecomunicazioni assorbono quasi la stessa potenza sia quando lavorano a pieno carico sia quando sono poco utilizzati, in quanto il loro consumo varia solo marginalmente al variare del lavoro erogato. Questo significa che una rete con molti dispositivi scarichi ma attivi può consumare quasi quanto una rete pienamente utilizzata.

Se si spostano gradualmente gli utenti verso la fibra ma si mantengono accesi gli apparati in rame per servire poche linee residue, il risparmio resta limitato. Il punto è che la rete di accesso è organizzata su più livelli gerarchici di aggregazione, in cui gli apparati di ogni livello aggregano linee provenienti da quello inferiore. Pertanto, anche la permanenza di un numero ridotto di utenti legacy può rendere necessario mantenere in esercizio apparati collocati a livelli superiori, spesso responsabili della quota dominante dei consumi pur risultando sottoutilizzati.


Spegnimento per aree geografiche: la strategia più efficace

Ecco perché la sola migrazione spontanea non basta. I veri benefici arrivano quando si spengono fisicamente gli apparati legati alla tecnologia in rame, così da liberare interi segmenti di rete. E per lo stesso motivo, è preferibile uno spegnimento ad aree, in cui su base geografica si arrivi a spegnere la rete in rame in alcune aree, piuttosto che una graduale e uniforme riduzione dell’utilizzo della rete in rame.


Il fattore tempo: ogni anno di ritardo è energia e CO₂ perdute

Nella migrazione da una situazione in cui reti in tecnologie diverse coesistono a una in cui solo le soluzioni più performanti forniscono l’accesso, il fattore tempo diventa centrale.

Ogni anno di ritardo nello spegnimento del rame prolunga l’esercizio di infrastrutture meno efficienti e accumula costi energetici evitabili. In uno scenario di spegnimento completo in dieci anni, i benefici maggiori si concentrano nella parte finale del periodo. Anticipare la transizione ad una rete di accesso interamente in fibra consente invece di estendere nel tempo i benefici massimi dello switch-off, generando benefici cumulati molto più elevati.

Per esempio, se fosse possibile anticipare a oggi lo switch-off rispetto a un orizzonte di dieci anni si potrebbero generare risparmi cumulati dell’ordine di 4 TWh. Ritardare significa quindi perdere in modo irreversibile una quota rilevante di risparmio energetico e di riduzione delle emissioni.


Gli ostacoli alla transizione e i benefici sulla resilienza delle reti

Lo spegnimento delle reti in rame non è però semplice. Spesso gli utenti sono restii a cambiare soluzione tecnologica, non percepiscono i benefici individuali della migrazione, non ne percepiscono il potenziale collettivo. La continuità di alcuni servizi critici e di emergenza che si appoggiano sulla rete in rame deve essere garantita, rendendo delicata la migrazione.

La riduzione di consumi energetici, comunque, non implica solo la riduzione dell’impatto ambientale. Reti meno energivore sono spesso più resilienti: resistono meglio a possibili discontinuità della rete elettrica e sono più facilmente alimentabili con sorgenti energetiche diversificate e gruppi di continuità. Questo è un aspetto importante per servizi essenziali come sanità ed emergenze.


La transizione alla fibra come scelta strategica: serve una politica coordinata

La transizione alla fibra, dunque, non è soltanto un upgrade. È una scelta anche di efficienza energetica e di riduzione dell’impatto ambientale. Ma perché produca effetti reali servono politiche coordinate: pianificazione territoriale dello spegnimento, incentivi alla migrazione, strumenti regolatori che evitino il mantenimento indefinito di infrastrutture obsolete.

La lezione che emerge dai numeri è chiara: il tempo non è neutrale. Ritardare significa accumulare consumi e emissioni; anticipare significa moltiplicare i benefici. Spegnere il rame non è solo un passaggio tecnico: è una decisione strategica che può ridurre drasticamente l’impronta energetica delle reti digitali e liberare risorse per innovazione e qualità del servizio.

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