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Algoritmi, bias e competitività: la sfida della gender equity



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Nella trasformazione digitale conta anche chi progetta le tecnologie e decide le priorità. La scarsa rappresentanza femminile limita qualità e competitività, mentre automazione e lavoro ibrido possono aprire nuove opportunità. Resta decisivo ridurre stereotipi e bias, dalla formazione STEM fino ai vertici aziendali

Pubblicato il 6 mar 2026

Angela Bersini

General Manager Italia di The Trade Desk



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Quando si parla di trasformazione digitale, l’attenzione si concentra quasi sempre su infrastrutture, piattaforme, dati e intelligenza artificiale. Molto meno frequentemente si riflette su un fattore altrettanto determinante per la qualità dell’innovazione: la composizione dei team che progettano, sviluppano e governano queste tecnologie.

Eppure la questione della rappresentanza non è un elemento secondario. In un’economia sempre più guidata da algoritmi, modelli predittivi e sistemi automatizzati, il modo in cui vengono prese le decisioni e costruiti i team ha un impatto diretto sulla qualità delle soluzioni tecnologiche. In questo senso, la gender equity non è soltanto un tema sociale o culturale: è una componente concreta della competitività digitale.

Perché la gender equity conta nella trasformazione digitale

Il contesto internazionale mostra chiaramente quanto il percorso verso la parità sia ancora incompleto. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum, nessun Paese ha ancora raggiunto una piena parità tra uomini e donne. L’Italia, in particolare, si colloca all’ottantacinquesimo posto della classifica globale.

Questo posizionamento non racconta semplicemente un ritardo temporaneo, ma riflette una condizione più strutturale, che emerge con particolare evidenza nei settori ad alta intensità tecnologica.

Proprio negli ambiti che oggi guidano l’innovazione – tecnologia, ICT, data economy e digital advertising – la presenza femminile nei ruoli decisionali rimane limitata. Secondo l’Osservatorio sull’Empowerment Femminile di The European House – Ambrosetti, nel nostro Paese solo il 29,9% delle posizioni manageriali è occupato da donne, mentre la presenza ai vertici aziendali resta ancora minoritaria.

Questo squilibrio non riguarda soltanto le opportunità di carriera, ma incide direttamente sulla capacità delle organizzazioni di interpretare la complessità del mercato digitale.

Stereotipi e aspettative che definiscono la leadership nel tech

Nel mio percorso professionale mi sono trovata più di una volta a essere l’unica donna nella stanza durante riunioni strategiche o tavoli decisionali. Non è un’esperienza isolata: è una realtà che attraversa molti settori e che nel mondo tecnologico continua a emergere con una certa regolarità.

A volte il divario emerge anche attraverso elementi apparentemente secondari, come il linguaggio o le aspettative implicite che accompagnano la leadership femminile. Quando racconto il mio percorso professionale, ad esempio, una domanda ricorre con sorprendente regolarità: “Come fai a fare tutto?”.

È una curiosità che raramente viene rivolta ai miei colleghi uomini. Non perché lavorino meno, ma perché su di loro non grava lo stesso presupposto implicito: quello di dover dimostrare continuamente che responsabilità professionali e vita familiare possano coesistere.

Queste dinamiche riflettono un tema culturale più ampio che continua a influenzare il modo in cui viene interpretata la leadership nei settori tecnologici.

Il doppio standard e la gender equity nelle decisioni aziendali

Nel mio percorso professionale non ho mai creduto in una leadership basata sull’esposizione costante o sulla necessità di alzare la voce per essere ascoltati. Ho sempre ritenuto che la credibilità nasca piuttosto dalla solidità delle idee, dalla capacità di leggere i dati e dalla costruzione di relazioni professionali solide.

Curiosamente, lo stesso approccio viene spesso interpretato in modo diverso a seconda di chi lo adotta. Quando è un uomo a esercitare una leadership fondata sull’analisi e sull’ascolto, viene percepito come autorevole. Quando lo fa una donna, viene spesso letto come un segnale di debolezza.

È un doppio standard silenzioso ma ancora diffuso, che continua a orientare giudizi e percorsi professionali.

Come l’IA sta cambiando organizzazione del lavoro e valutazione dei risultati

Se osserviamo l’evoluzione del lavoro digitale, emerge però anche un elemento di cambiamento potenzialmente molto positivo. Tecnologie come automazione, intelligenza artificiale, piattaforme collaborative e modelli di lavoro ibrido stanno ridefinendo il modo in cui le organizzazioni valutano e organizzano il lavoro.

Sempre più spesso l’attenzione si sposta dalla presenza fisica alla qualità dei risultati. Questo passaggio mette in discussione modelli organizzativi basati sulla disponibilità continua e su forme di presenzialismo che non sempre valorizzano davvero le competenze.

Nel settore del digital advertising, ad esempio, l’uso dell’intelligenza artificiale consente di gestire una complessità crescente nella pianificazione e nell’ottimizzazione delle campagne. Gli algoritmi permettono di analizzare grandi quantità di dati, individuare pattern e supportare decisioni sempre più informate.

Questo non significa sostituire il contributo umano, ma liberare tempo e risorse cognitive per attività a maggiore valore strategico.

Bias, formazione e gender equity nello sviluppo degli algoritmi

Allo stesso tempo, è importante ricordare che la tecnologia non è mai completamente neutra. I sistemi digitali riflettono inevitabilmente le scelte, le prospettive e le priorità di chi li progetta.

Se gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale vengono sviluppati da team poco rappresentativi, esiste il rischio concreto che incorporino e amplifichino bias già presenti nella società. Al contrario, quando la progettazione tecnologica avviene in contesti più inclusivi, l’innovazione può diventare un potente fattore di progresso.

Il tema emerge già a monte della filiera formativa. In Europa le donne rappresentano circa il 55% degli iscritti all’università, ma la loro presenza nei percorsi STEM si riduce a circa un terzo del totale. Nei corsi legati all’ICT la percentuale scende ulteriormente, fermandosi al 20,6%.

Questo divario si riflette inevitabilmente anche nella composizione dei team che sviluppano tecnologie digitali e sistemi di intelligenza artificiale.

Competitività, linguaggio e prospettive: il valore della gender equity

Il modo in cui raccontiamo la leadership e il successo ha quindi un ruolo importante nel favorire o rallentare il cambiamento. Le parole che utilizziamo, le domande che poniamo e i modelli che rendiamo visibili contribuiscono a definire ciò che appare possibile per le nuove generazioni.

Come madre di due bambine, sono particolarmente consapevole di quanto il linguaggio e gli esempi concreti possano influenzare le aspettative future. Dire alle nuove generazioni che “possono farcela” è importante, ma non è sufficiente se il contesto continua a trasmettere segnali contraddittori.

Per questo motivo la gender equity non dovrebbe essere interpretata come una battaglia identitaria, ma come una leva di sviluppo economico e tecnologico. Le analisi economiche mostrano che raggiungere la parità di genere potrebbe generare un impatto economico pari a circa 11,6 trilioni di dollari nei Paesi del G20.

In Italia, il contributo potenziale stimato è vicino al 9% del PIL. Numeri che dimostrano come la piena valorizzazione delle competenze femminili rappresenti non solo una questione di equità, ma anche una concreta opportunità di crescita per l’intero sistema economico.

Oltre il dibattito sulla conciliazione

In un’economia sempre più guidata da dati, algoritmi e piattaforme digitali, la qualità dell’innovazione dipenderà anche dalla pluralità delle prospettive che sapremo integrare nei processi decisionali.

Per questo motivo, nel 2026 la domanda non dovrebbe più essere se una donna riesca o meno a “fare tutto”, ma piuttosto perché il sistema continui a considerare necessario che sia lei a dimostrarlo.

La trasformazione digitale, se guidata con responsabilità, può diventare uno degli strumenti più efficaci per costruire un mercato del lavoro più equo, innovativo e competitivo per tutti, uomini e donne.

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