governance algoritmica

Cyberspazio senza legge? Il diritto internazionale unico argine alla tecnocrazia



Indirizzo copiato

La digitalizzazione ha trasformato il soggetto e il diritto. Dall’autonomia laica di Alberico Gentili alla governance algoritmica, il diritto internazionale resta l’unico argine alla tecnocrazia. L’umanesimo digitale esige team interdisciplinari capaci di tutelare identità, libertà e dignità nell’infrastruttura invisibile del futuro

Pubblicato il 19 mar 2026

Aldo Maugeri

DPO, membro del CTS di ANORC Professioni



geo-tecnocapitalismo (1)
AI Questions Icon
Chiedi allʼAI Nextwork360
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti

Silete theologi in munere alieno. Con questa esortazione («tacete, teologi, sulle questioni non di vostra competenza») Alberico Gentili – giurista marchigiano che trovò nelle aule di Oxford il terreno fertile per gettare le basi del moderno diritto delle genti – cristallizzava, alla fine del Cinquecento, la sfida intellettuale che avrebbe segnato la nascita della modernità politica.

Sradicamenti e metamorfosi del diritto delle genti

Rivendicando l’autonomia della legge dall’ordine teologico-ecclesiastico medievale, Gentili spostava il baricentro decisionale verso la razionalità laica e la certezza della norma. Il suo intento non era negare la fede, ma delimitarne il perimetro.

Questo sradicamento – che per Gentili fu geografico e dottrinale – risuona con forza in chi, oggi, è chiamato a mediare tra le categorie classiche del diritto e l’inedita a-territorialità dello spazio cibernetico. Se nel Cinquecento il diritto dovette sradicarsi dal dogma religioso per sopravvivere come scienza, oggi esso subisce uno sradicamento ancor più radicale: la perdita della sua base fisica e statuale. Non assistiamo più alla tensione tra giuristi e teologi, ma a quella tra tecnocrazie digitali e confini del diritto. In una società iper-connessa, nessuno può più permettersi di rivendicare un’egemonia assoluta sul senso del progresso.

Il recente confronto interdisciplinare al Digeat Festival di Lecce, dove ho partecipato come relatore nel panel internazionale dedicato al diritto applicato all’informatica, ha confermato questa urgenza: il superamento dei conflitti settoriali è l’unica via per acquisire quella «distanza feconda» necessaria a comprendere i fenomeni complessi. A distanza di cinque secoli, quel conflitto fra competenze ha semplicemente cambiato protagonisti.

La provocazione che attraversa queste pagine è allora un interrogativo aperto: se Gentili vivesse oggi, la sua esortazione risuonerebbe come Silete technocrati in munere alieno? E dovrebbe essere questo un invito al silenzio censorio o, piuttosto, un rovesciamento del monito: un appello alla consapevolezza del limite? Una domanda che ci spinge a interrogarci su dove finisca la potenza della tecnica e dove debba ricominciare il presidio dell’umano.

Dalla téchne alla tecnocrazia: il fine smarrito

Per comprendere il monito rivolto a chi intende trasformare il digitale in un nuovo sacerdozio dogmatico, occorre tornare alla radice stessa della parola tecnica. Nel pensiero greco classico, la téchne non era mera esecuzione meccanica, ma una forma di conoscenza: era l’arte di fare, produrre e creare, intrinsecamente legata al concetto di «bello» e «giusto». La tecnica nasceva come uno strumento per abitare il mondo, una mediazione sapiente tra l’ingegno umano e la natura, finalizzata a un ordine che fosse armonico e a misura d’uomo.

Proprio in questa radice risiede l’entusiasmo che nutriamo per un progresso che è, nella sua essenza, un inno alla vita: è la medicina che guarisce, la rete che connette, il dato che illumina l’ignoto. L’ingegno che ha infranto il legame con la gravità per portarci sulla Luna è lo stesso che guida l’algoritmo a decifrare complessità prima indecifrabili. In questo senso, la tecnologia non è un freddo apparato, ma la più alta forma di espressione della capacità dell’essere umano di essere libero.

Tuttavia, il rischio non risiede nell’evoluzione dello strumento, ma nella sua narrazione. Nel corso della modernità, la tecnica non è solo cambiata: ha subito una mutazione genetica nel modo in cui è interpretata per divenire teologia della competenza. In questo senso, la tecnocrazia non deve essere confusa con il solo dominio del silicio. Essa rappresenta l’abuso di qualsiasi tecnica – inclusa quella burocratica o normativa – che smette di essere strumento per erigersi a fine ultimo. Trasformata da strumento di conoscenza a sistema autonomo, non per necessità intrinseca, ma per una precisa volontà di potenza, la tecnica diviene potere d’arbitrio che, invece di servire la collettività, si chiude in un’autoreferenzialità dogmatica. Sottratto alla dialettica della polis, il sapere rivendica l’auctoritas per giustificare il proprio esercizio sopra la civitas.

Secondo Carl Schmitt, la deriva autoritaria è l’esito finale della volontà di «neutralizzazione del conflitto», l’illusione che la società possa essere gestita come un meccanismo perfetto, eliminando il peso delle scelte politiche.

Ma questa neutralità è un inganno: il potere non scompare, si sposta semplicemente nelle mani di chi governa i presupposti tecnici. Il rischio è che l’automazione finisca per oscurare il non computabile – le fragilità, i valori, le sfumature della cultura – smarrendo la dimensione umana.

È proprio in questo vuoto, formatosi quando chi governa la tecnica cessa di servire la collettività per servire solo se stesso, che si compie il passaggio alla tecnocrazia: il dominio di una logica in cui l’efficienza diventa l’unico valore supremo, svuotato di ogni contenuto etico o giuridico.

In tale deriva, la tecnica non cerca più la verità o il giusto, ma esclusivamente il proprio potenziamento. La norma, di conseguenza, smette di essere uno spazio di confronto e decade a mero comando automatico. L’algoritmo – nella sua duplice natura di codice e burocrate che la tecnocrazia spaccia per meccanismo perfetto – viene istruito per percepire la sensibilità del progettista e il dubbio del giurista come fastidiosi attriti.

In questo scenario, privo di dialettica, l’umano diventa un ornamento: il calcolo si sostituisce alla sensibilità dell’uomo e la creatività dell’artefice digitale viene sacrificata sull’altare di un ingranaggio che non ammette eccezioni.

L’illusione della successione naturale e l’utopia distruttiva

Per oltre un ventennio, la digitalizzazione è stata narrata attraverso una retorica ingenua: un mero «aggiornamento tecnico», una traduzione indolore di strumenti analogici in controparti digitali più efficienti. Questa narrativa ha alimentato l’illusione di una successione naturale delle classi dirigenti: dopo l’era dei filosofi e quella dei giuristi, sarebbe giunta ineluttabilmente l’era della tecnica, codice unico eletto per l’accesso al futuro.

Tuttavia, le competenze non si avvicendano secondo un modello darwiniano; esse si sovrappongono e si ridefiniscono in spazi ibridi. Il rischio è che l’utopia tecnocratica, l’idea che ogni aporia umana o sociale sia risolvibile attraverso un’architettura di dati ottimizzata, si trasformi in una strategia di conservazione del potere anziché in una leva di utilità collettiva.

Si delinea così uno spazio cibernetico percepito come un territorio che si estende al di là della raya, oltre i confini che hanno storicamente ancorato il diritto a una dimensione fisica e statuale. Ci troviamo proiettati fuori dal nomos della terra: in una nuova «zona franca» dove la forza della volontà tecnica pretende di operare in assenza di legge, riproponendo la logica della lotta libera in un territorio che si pretende giuridicamente senza padroni, ma che è invece saturato dal potere di fatto della tecnica.

La mutazione ontologica: l’estrusione dell’identità

La necessità di un nuovo umanesimo digitale non nasce da un’urgenza regolatoria, ma dalla mutazione ontologica del soggetto. Siamo di fronte a un «nuovo uomo»: un’entità che ha smesso di coincidere con i confini fisici del corpo o con la proiezione statica di un testo.

L’individuo oggi si parcellizza, permettendo a frammenti della propria vita di vagare liberi nel dato, col rischio di non riconoscersi più nello specchio dell’algoritmo. In questa prospettiva, la digitalizzazione non è un processo di archiviazione, ma una vera e propria «estrusione dell’identità» nello spazio cibernetico: ogni traccia o preferenza costituisce una porzione della nostra «carne digitale» che, pur non essendo né spirito né materia, può farci sanguinare.

In questo scenario, la tecnocrazia non manipola semplici pacchetti di informazioni, ma opera sulla vita stessa. Questa identità espansa esige una protezione che, superando il «feticismo dell’adempimento», approdi a una difesa sostanziale della «dignità computazionale». Il tecnico, dunque, non può più essere un mero esecutore: deve farsi ponte consapevole tra l’umano e la tecnologia, governando infrastrutture che, in ultima istanza, definiscono chi siamo.

Il diritto internazionale e la bussola del costituzionalismo digitale

Qual è il fondamento su cui poggia questo ponte? La risposta risiede nell’unico linguaggio universale di cui disponiamo: il diritto internazionale. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 rappresenta il vero «codice sorgente» della nostra convivenza, prodotto dall’uomo per regolare l’uomo. Nata dalle macerie del secondo conflitto mondiale per ricostruire l’umano laddove era stato annientato, essa offre oggi la grammatica etica necessaria per governare il cyberspazio.

Questo percorso trova la sua evoluzione più matura nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea: l’Articolo 8 eleva la protezione dei dati a diritto autonomo, segnando il passaggio dal diritto «ad essere lasciati soli» al diritto di presidiare la propria identità digitale. Non è un richiamo ideale, ma un imperativo per la governance globale.

I pilastri normativi: DUDU e Carta dei Diritti Fondamentali

I principi del 1948 cessano di essere astrazioni per farsi requisiti di progettazione:

  • La libertà di coscienza (Art. 18) deve proteggere l’individuo da algoritmi che predicono comportamenti, garantendo uno spazio di autentica libertà interiore.
  • La libertà di opinione (Art. 19) deve assicurare che la rete resti un’agorà aperta, impedendo la creazione di recinti algoritmici.
  • La tutela della vita privata e protezione dei dati (Art. 12 DUDU e Art. 8 CDFUE) è la precondizione per l’esercizio di ogni altra libertà: senza uno spazio intimo presidiato, non esiste pensiero libero.

Il sentire umano diventa così l’intelaiatura invisibile di ogni architettura digitale. In questo solco, il «costituzionalismo dei dati» invocato da Stefano Rodotà trasforma la governance algoritmica da esercizio di potere tecnico a garanzia di civiltà. Il diritto internazionale agisce così come strumento di «pace digitale», impedendo che la proiezione cibernetica degli individui venga sacrificata sull’altare dell’ottimizzazione computazionale o dell’estrattivismo dei dati.

Governance e pluralità per un’epistemologia della competenza

Per trasporre la visione filosofica nel perimetro dell’azione, emerge un dovere di ordine ontologico: la costruzione di team interdisciplinari in grado di integrare professionalità divergenti in modo responsabile. La pluralità non è un vezzo intellettuale, ma una condizione di sicurezza sistemica; senza una dialettica interdisciplinare, tecnologia e diritto diventano strumenti ciechi, incapaci di leggere le sfumature del reale.

Le sfide contemporanee esigono il superamento di visioni corporative figlie di un condizionamento culturale obsoleto, che confonde il recinto burocratico con il confine della competenza. In tal senso, è fondamentale riconoscere il confine netto tra le professioni regolamentate con riserva di attività e il vasto ecosistema delle nuove competenze digitali: laddove non sussista un vincolo normativo, alzare steccati significa disperdere quell’inestimabile patrimonio di esperienze che solo l’ibridazione dei saperi può generare.

Questo salto di paradigma richiede di affrancarsi da un’eredità culturale di stampo notarile che antepone la qualifica statica alla prova dinamica. In questo senso, la tecnocrazia delle competenze è speculare alla tecnocrazia del dato: entrambe cercano di spostare la responsabilità dalla scelta all’inerzia procedurale di un certificato.

Ma il valore risiede nel vissuto, nelle decisioni sotto vincolo, nei settori praticati e nelle lezioni apprese dagli errori. La capacità di governare la complessità non può essere registrata in un albo del merito; essa si manifesta nella capacità di rompere il meccanicismo decisionale per tornare al servizio della persona.

Il mercato unico europeo, nel suo spirito più autentico, si fonda sulla circolazione di culture e visioni; soffocare questa diversità dietro recinti burocratici priva lo spazio cibernetico delle risorse vitali necessarie per decodificare il presente.

La governance contemporanea non premia il titolo astratto, ma la competenza vissuta: non chiede competenze «che sono», ma «che hanno fatto».

Ciò impone un’evoluzione radicale nel modo in cui le organizzazioni identificano l’eccellenza, intercettando intelletti capaci di sintesi trasversali che sfuggano agli automatismi delle vecchie tassonomie di selezione. Valorizzare il merito oltre il rassicurante «feticismo delle etichette formali» non è solo una scelta etica, ma una necessità strategica: solo accogliendo la ricchezza di percorsi non lineari genereremo un’innovazione che sia, al contempo, profondamente umana e globalmente competitiva.

Il tecnico consapevole come primo umano del nuovo umanesimo

In questa prospettiva, occorre riconoscere che l’umanesimo non abita solo nelle aule di filosofia, ma pulsa già nel digitale. Chi progetta un’architettura di dati, chi disegna un’interfaccia o chi presidia la protezione dei dati o la sicurezza di un sistema, sta già compiendo un atto di volontà umanistica: perimetra lo spazio per la libertà, la fragilità e la dignità della persona. Il tecnico consapevole è, di fatto, il primo umano del nuovo umanesimo.

Conclusioni: per una sintesi dei saperi

Lumanesimo digitale vive nella pratica quotidiana di sguardi che si sfidano. Il dovere è immenso: impedire che l’umano venga obliterato da una logica algoritmica che sottomette l’infrastruttura invisibile del nostro futuro.

Il diritto internazionale come sintesi dei mondi ci ricorda che la vera forza risiede nel dialogo tra le diversità: l’arroccamento nei propri confini è solo un’illusione di protezione che prelude al fallimento tecnologico. È finito il tempo dei silenzi imposti e degli esclusivismi tecnici: è il tempo della corresponsabilità.

A questo tavolo, la presenza dell’umanista non è un limite all’ingegno, ma una condizione di libertà. Egli non siede per ostacolare l’agire tecnico con giudizi di merito settoriale, ma per presidiarne insieme al tecnico il fine ultimo. Il suo non è un giudizio censorio sui mezzi, ma una custodia teleologica del senso: la conoscenza di questo limite non è un vincolo, ma la garanzia di senso dell’agire tecnico.

Senza umanesimo nessuna tecnologia potrà dirsi autenticamente umana. Solo questa pluralità trasforma l’innovazione da dominio in architettura di libertà: un’opera capace di custodire l’individuo nell’interezza della sua carne, fisica e digitale.

Senza questa radice umanistica, l’innovazione rischia di smarrire il suo scopo ultimo: servire la vita.

Analisi nata dall’intervento al Digeat Festival di Lecce del 28 novembre 2025. L’autore ringrazia l’organizzazione del Festival per lo spazio di confronto interdisciplinare che ha ispirato queste riflessioni.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x