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Il tour di Peter Thiel in Italia racconta un’idea sbagliata di tecnologia



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I giorni romani di Peter Thiel hanno acceso un dibattito che va oltre la cronaca politica. Sullo sfondo emerge il neofuturismo tecnologico, cioè una visione che celebra rottura e velocità e che oggi rischia di trasformare la tecnologia in un orizzonte totale

Pubblicato il 19 mar 2026

Antonio Palmieri

deputato, Forza Italia



società AI simulate; neofuturismo tecnologico
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I “misteriosi” giorni a Roma di Peter Thiel hanno attirato i commenti di tutti i principali quotidiani. “Bisogna appuntarsi, come premessa, che l’obiettivo dei tecnoguru come Peter Thiel – fondatore di PayPal e Palantir e pigmalione di J.D. Vance – è ottenere il potere, attraverso i soldi, e quindi avere le mani libere da controlli, lacci e lacciuoli”: con queste parole Alessandro Trocino iniziava il 16 marzo il suo pezzo sulla newsletter del Corriere della sera.

Dal canto suo, La Repubblica ha seguito la vicenda con un misto di curiosità intellettuale e forte preoccupazione politica, spaziando tra tecnofascismo ed erosione della democrazia, tra segretezza delle lezioni romane di Thiel incentrate sulla figura dell’Anticristo e polemiche della minoranza contro la maggioranza di governo, in nome della sicurezza nazionale.

I giornali che sostengono il governo hanno rimarcato il livore delle contestazioni altrui e sottolineato il ruolo stimolante delle riflessioni di Thiel. Nel mio nuovo libro “Non è colpa dell’algoritmo! Idee per usare bene la nostra libertà nell’era digitale” (Egea, 2026) il paragrafo intitolato il “neofuturismo tecnologico” paragona i signori della Silicon Valley ai Futuristi italiani del secolo scorso: un paragone che la lettura delle cronache e dei commenti di questi giorni mi ha confermato convenga approfondire.

Il neofuturismo tecnologico come chiave per leggere Peter Thiel

Nato nel 1909 con il manifesto di Tommaso Marinetti, il Futurismo celebrava la velocità come simbolo di progresso, energia e rottura con il passato ed esaltava le macchine (dell’epoca, naturalmente) come esempio di potenza, di modernità, di superamento dei limiti dell’essere umano. Per i futuristi l’arte doveva rappresentare questo movimento, questo flusso; bisognava essere temerari, vivere intensamente, in una corsa senza pause, incessante e vorticosa verso il futuro. In questa visione, la guerra era “igiene del mondo” e musei, biblioteche, accademie erano inutili vestigia del passato, da distruggere. In forza di questo atteggiamento, i futuristi hanno considerato il fascismo (nato dieci anni dopo, nel 1919) come la realizzazione del loro programma.

Possiamo dire che oggi siamo immersi in una sorta di “neofuturismo” tecnologico? A mio avviso, sì. I protagonisti della Silicon Valley, tra i quali spicca non solo Peter Thiel, riprendono i temi del Futurismo: il culto del nuovo, la velocità, la rottura, l’audacia. Per loro la tecnologia deve essere disruptive: non è semplicemente innovazione, ma deve rompere gli schemi e gli equilibri consolidati, costringere a ripensare interi sistemi economici e sociali, ripensare il lavoro e costruire una nuova umanità. In questa visione, la tecnologia scardina l’esistente e crea qualcosa di completamente nuovo, non si limita a migliorare ciò che già esiste, lo rende obsoleto perché vuole trasformare radicalmente la società.

Dal Futurismo al transumanesimo della Silicon Valley

Da questa prospettiva, futuristi e signori della Silicon Valley sono accomunati da una visione prometeica dell’uomo: per il Futurismo l’uomo doveva diventare simile alla macchina, superando i limiti biologici: il transumanesimo della Silicon Valley, con intelligenza artificiale, biohacking, neurotecnologie va nella stessa direzione. Secondo questa visione l’uomo diventa un progetto tecnico e tecnologico in continua evoluzione, non una creatura finita: il futuro è costruzione artificiale, non destino naturale, animato da una fede quasi religiosa in una visione tecnocentrica, una tensione al superamento dell’umano, nel segno della velocità, del cambiamento, della rivoluzione permanente. Giusto per fare un esempio, al Mobile World Congress 2025 di Barcellona, Ray Kurzweil – futurologo ed esponente di punta del transumanesimo assieme a Peter Thiel – ha annunciato che intorno al 2032, grazie ai progressi dovuti alla medicina e all’intelligenza artificiale, inizieremo a non invecchiare più.

In definitiva, se il Futurismo voleva rifondare l’arte e la politica attraverso la velocità e la macchina, il neofuturismo tecnologico vuole rifondare la società attraverso l’algoritmo, la scalabilità, la promessa di un’ottimizzazione totale dell’umano. È un progetto che non si presenta direttamente come politico, ma che produce effetti profondamente politici: ridefinisce ciò che consideriamo possibile, desiderabile, inevitabile.

L’immaginario del neofuturismo tecnologico oltre la visita di Thiel

Questo è l’orizzonte culturale nel quale inquadrare non solo la venuta di Thiel a Roma, ma nel quale leggere l’intero immaginario che oggi accompagna la tecnologia: un immaginario che non si limita più a proporre strumenti, ma pretende di proporre antropologie, visioni del mondo, nuovi criteri di valore.

E qui sta il punto decisivo: la tecnologia non è più solo un insieme di strumenti, ma un orizzonte culturale che rischia di diventare autosufficiente, capace di imporre la propria logica anche quando non la riconosciamo come tale. La fascinazione per figure come Thiel nasce proprio da questo: dal desiderio di ascoltare chi sembra conoscere in anticipo il futuro, chi promette di decifrare il mondo che verrà, chi offre una narrazione potente in un tempo di incertezza.

I rischi politici del neofuturismo tecnologico

Ma ogni narrazione potente porta con sé un rischio: quello di diventare egemonica, di oscurare alternative, di trasformare la complessità in destino. Il neofuturismo tecnologico, con la sua fede nella discontinuità permanente, tende a svalutare tutto ciò che non corre alla stessa velocità: istituzioni, processi democratici, corpi, relazioni, memoria, fragilità. È qui che la lezione del Futurismo torna utile: ci ricorda che l’esaltazione della rottura può facilmente trasformarsi in disprezzo per ciò che non si lascia rompere.

Allora, più che domandarci cosa pensi Thiel, dovremmo domandarci perché la sua visione esercita tanto fascino e quali vuoti culturali, politici e simbolici riempie. E soprattutto dovremmo chiederci quale idea di futuro vogliamo costruire noi: un futuro che assomiglia a una corsa senza freni, o un futuro che riconosce la libertà come responsabilità, come relazione, come cura del bene comune. Un futuro che abbia ben chiaro che non tutto ciò che è tecnicamente fattibile è anche umanamente accettabile o desiderabile.

Libertà, consapevolezza e uso umano della tecnologia

La domanda non è se la tecnologia cambierà la società — lo ha già fatto — ma chi avrà la capacità di orientare questo cambiamento e che fine fa in questo scenario la nostra libertà. Dobbiamo tornare a esercitare la nostra libertà non come consumo di novità, ma come scelta consapevole tra visioni del mondo. Solo la consapevolezza di come funzionano i social e l’intelligenza artificiale generativa e relazionale, solo la consapevolezza di quali sono gli interessi economici e geopolitici in gioco ci restituisce la libertà personale di usare questi strumenti senza esserne usati.

È questo, in definitiva, il cuore del mio libro: ricordare che non è colpa dell’algoritmo, ma che libertà è un dono e un compito, che spetta anche a noi decidere che tipo di umanità vogliamo diventare. Il libro è un invito a pensare che la persona può ancora fare la differenza, termine che in questo caso non indica il risultato di una sottrazione ma propone una addizione: una addizione di libertà e di responsabilità, di fiducia e di speranza, fondate sulla consapevolezza.

Perché il neofuturismo tecnologico impone una scelta sull’umano

Questo è il punto. La tecnologia da sola non basta. La mia tesi è che ciascuno di noi ha in mano la chiave per farla funzionare a servizio dell’umano, purché sia consapevole e non si lasci fermare da una narrazione che semina solo rassegnazione e disperazione, che spegne la visione del futuro e la sostituisca con una visione di speranza. Con la speranza si cresce, si cambia, si lotta, si aprono strade, mentre la rassegnazione è l’accettazione passiva della situazione, è rinuncia, è un grido senza via d’uscita. Oggi più che mai abbiamo bisogno di esseri umani “ricostituiti” e restituiti alla capacità di usare bene la propria, insopprimibile, libertà. In questo modo avremo idee nuove e potremo usare la tecnologia come strumento per l’umano.

“A un uomo si può prendere tutto, tranne una cosa: l’ultima delle libertà umane, scegliere il proprio atteggiamento in ogni possibile circostanza, scegliere la propria vita.”, ha scritto Viktor Frankl, psichiatra e neurologo austriaco sopravvissuto ai lager nazisti. Questo è il punto per un domani a misura di essere umano. Non è solo una questione di leggi o di regole, ma di provare ad abitare social e intelligenza artificiale generativa a partire da chi siamo noi e così utilizzarli a misura di essere umano. Si può fare? Sono realista, quindi chiedo il possibile.

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