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Disinformazione online, perché preoccupa l’Europa: il report Viginum



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Il report di Viginum ricostruisce settantasette operazioni attribuite a Storm-1516 e mostra come la disinformazione sia ormai una leva strutturata di influenza geopolitica. Al centro emergono tecniche sofisticate, reti coordinate e la necessità di una risposta europea più solida

Pubblicato il 16 apr 2026

Federica Giaquinta

Consigliere direttivo di Internet Society Italia



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Un recente report tecnico pubblicato dall’unità francese Viginum, struttura istituita presso il Segretariato generale della difesa e della sicurezza nazionale con il compito di monitorare le interferenze informative straniere, offre una delle più dettagliate ricostruzioni oggi disponibili delle campagne di manipolazione informativa che negli ultimi anni hanno preso di mira lo spazio informativo europeo.

Il documento analizza, infatti, settantasette operazioni di disinformazione attribuite alla rete denominata Storm-1516, attive tra il 2023 e il 2025 e rivolte principalmente al pubblico occidentale, con particolare incidenza su alcuni paesi europei tra cui Francia e Germania. La rilevanza dello studio non risiede soltanto nella quantità di episodi analizzati, ma soprattutto nella capacità di ricostruire l’architettura operativa attraverso cui tali operazioni vengono progettate, diffuse e amplificate all’interno dell’ecosistema digitale contemporaneo.

Come agisce lo spazio informativo europeo sotto pressione

Innanzitutto, dalla ricostruzione emerge con chiarezza come le campagne di disinformazione contemporanee non possano più essere interpretate come fenomeni sporadici o marginali, bensì come strumenti strutturati di influenza geopolitica capaci di intervenire direttamente nel dibattito pubblico dei paesi democratici. Inoltre, l’analisi condotta da Viginum consente di osservare la dimensione quantitativa del fenomeno, evidenziando come la distribuzione delle operazioni di disinformazione segua logiche di targeting strategico nei confronti dei principali paesi europei.

Le settantasette operazioni documentate nello studio delineano poi un quadro nel quale le attività di manipolazione informativa risultano dirette in modo sistematico verso il pubblico occidentale, con l’obiettivo di discreditare il governo ucraino, indebolire il sostegno europeo all’assistenza militare e influenzare il dibattito politico nei paesi maggiormente coinvolti nella definizione delle politiche europee e atlantiche.

Perché lo spazio informativo europeo espone maggiormente la Francia

In questo contesto sembrerebbe emergere poi che la Francia rientri tra i contesti più esposti, non soltanto per il peso politico del paese nel quadro europeo, ma anche per la sua centralità nel dibattito geopolitico continentale. Viene proprio evidenziato come tali operazioni non si limitino al contesto francese, ma coinvolgano più ampiamente il sistema informativo occidentale, includendo episodi che hanno interessato la Germania, gli Stati Uniti e altri paesi europei, spesso in concomitanza con momenti politicamente sensibili quali campagne elettorali o dibattiti pubblici su questioni strategiche.

La catena di distribuzione delle campagne manipolative

Entrando nel merito della fattispecie descritta, si rileva poi quanto uno degli elementi più rilevanti che emergono dall’analisi riguardi il funzionamento della cosiddetta “catena di distribuzione delle operazioni di manipolazione informativa”, dimostrando come tali campagne seguano generalmente un percorso articolato in più fasi.

La fase iniziale di pubblicazione

Infatti, in una prima fase i contenuti vengono pubblicati tramite account anonimi o temporanei controllati direttamente dagli operatori della campagna, oppure diffusi attraverso piattaforme digitali mediante identità fittizie create appositamente per simulare testimonianze o fonti indipendenti.

Il laundering informativo come passaggio intermedio

In una seconda fase la narrativa manipolativa viene progressivamente “riciclata” attraverso siti web, blog o media terzi, spesso presentati come fonti giornalistiche o informative apparentemente autonome. Questa fase di cosiddetto laundering informativo consente alle narrazioni false di acquisire un’apparenza di credibilità e di inserirsi nel flusso informativo ordinario.

L’amplificazione finale delle narrazioni

La terza fase consiste infine nell’amplificazione dei contenuti attraverso una rete di account coordinati, canali social, commenti su piattaforme mediatiche e media ideologicamente affini che contribuiscono a diffondere la narrativa manipolativa su larga scala e a renderla visibile al pubblico più ampio.

Come cambia lo spazio informativo europeo con deepfake e contenuti sintetici

Il report evidenzia inoltre come tali operazioni facciano sempre più ricorso a tecniche sofisticate di produzione artificiale dei contenuti, tra cui deepfake audiovisivi, montaggi video manipolati e contenuti realizzati con attori o testimonianze simulate.

L’utilizzo di queste tecnologie testimonia quindi il passaggio da una fase iniziale della disinformazione digitale, basata prevalentemente sulla diffusione di notizie false o fuorvianti, a una nuova fase caratterizzata dalla produzione deliberata di contenuti audiovisivi progettati per generare un impatto emotivo e visivo più intenso sugli utenti e proprio in questo senso la disinformazione contemporanea assume sempre più i tratti di una vera e propria strategia di influenza cognitiva, volta non soltanto a diffondere informazioni inaccurate, ma a modificare le percezioni collettive e a orientare il comportamento politico delle società democratiche.

Le connessioni con gli ecosistemi di influenza russi

Impossibile trascurare un ulteriore elemento di particolare rilevanza che riguarda la dimensione organizzativa delle campagne di manipolazione informativa, all’interno della quale emerge quanto l’analisi condotta da Viginum suggerisca l’esistenza di collegamenti tra le operazioni documentate e una più ampia galassia di attori vicini agli apparati di influenza russi, tra cui figure collegate agli ecosistemi mediatici sviluppatisi attorno alle reti informative associate a Evgenij Prigožin e ad altri ambienti ideologici legati al pensiero geopolitico russo.

Infatti, pur muovendosi prevalentemente nel dominio digitale, tali operazioni presentano dunque caratteristiche tipiche delle attività di influenza strategica proprie delle dinamiche geopolitiche contemporanee: ciò contribuisce a ridefinire il fenomeno della disinformazione non come semplice problema di qualità dell’informazione, ma come una componente sempre più rilevante delle strategie di competizione tra potenze nello spazio informativo globale.

Quale difesa per lo spazio informativo europeo

Di fronte a questo scenario, si solleva quindi implicitamente una questione di fondamentale rilevanza per l’ordinamento giuridico europeo, cioè come costruire un sistema di difesa dello spazio informativo capace di rispondere a forme di interferenza che operano su scala transnazionale e sfruttano infrastrutture digitali distribuite globalmente.

Chiaramente la risposta non può essere affidata esclusivamente a interventi repressivi o a misure di rimozione dei contenuti, poiché la velocità e la complessità delle campagne di manipolazione informativa rendono tali strumenti inevitabilmente tardivi rispetto alla diffusione delle narrazioni manipolative. È invece necessario sviluppare un modello di governance informativa che combini strumenti di monitoraggio, responsabilizzazione delle piattaforme digitali e cooperazione istituzionale tra gli Stati europei.

Il Digital Services Act e lo spazio informativo europeo

E proprio in questo quadro assume particolare rilevanza il ruolo della regolazione europea dei servizi digitali. L’entrata in vigore del Digital Services Act rappresenta infatti uno dei primi tentativi normativi di affrontare in modo sistemico il problema della disinformazione online, introducendo obblighi specifici per le grandi piattaforme digitali in relazione alla gestione dei rischi sistemici che possono derivare dalla diffusione di contenuti manipolativi.

Sia perché il regolamento europeo impone alle piattaforme di valutare e mitigare i rischi connessi alla manipolazione delle informazioni, di aumentare la trasparenza dei sistemi di raccomandazione algoritmica, sia perché impone di collaborare con le autorità pubbliche e con la comunità scientifica nell’analisi dei fenomeni di interferenza informativa e, di certo, tali strumenti, pur non eliminando il fenomeno, contribuiscono a creare un ambiente normativo nel quale la responsabilità per la gestione dello spazio informativo viene condivisa tra operatori privati e istituzioni pubbliche.

Il monitoraggio istituzionale delle operazioni di disinformazione

Parallelamente alla dimensione regolatoria, lo studio francese evidenzia l’importanza di sviluppare strutture istituzionali dedicate al monitoraggio delle operazioni di disinformazione. L’esperienza di Viginum dimostra come la creazione di unità specializzate nell’analisi delle interferenze informative possa rafforzare significativamente la capacità degli Stati di individuare e attribuire le campagne di manipolazione digitale.

Attraverso l’utilizzo sistematico di tecniche di open source intelligence e l’analisi delle infrastrutture digitali utilizzate nelle campagne, tali organismi sono in grado di ricostruire le reti di diffusione delle operazioni informative e di individuare i soggetti coinvolti nelle attività di influenza. Questa capacità di analisi rappresenta un elemento fondamentale per la costruzione di strategie efficaci di contrasto alla disinformazione, poiché consente di trasformare la conoscenza del fenomeno in uno strumento operativo di difesa dello spazio informativo.

Lo spazio informativo europeo come infrastruttura democratica

Alla luce delle evidenze emerse dal report, appare ormai sempre più evidente che la difesa dello spazio informativo europeo non possa essere concepita come una mera questione tecnologica o comunicativa, ma debba essere interpretata come una dimensione strutturale della tutela dell’ordine democratico.

Tali operazioni quindi non mirano semplicemente a diffondere contenuti falsi o fuorvianti, ma operano piuttosto come dispositivi di erosione cognitiva, progettati per incrinare il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni, alimentare la polarizzazione del dibattito pubblico e disarticolare quella base informativa condivisa che costituisce il presupposto stesso della deliberazione democratica. In tale prospettiva il contrasto alla disinformazione non può essere ridotto a un problema di sicurezza informatica o a una questione di regolazione dei media digitali, ma si configura come una sfida sistemica che investe direttamente la capacità delle democrazie europee di preservare l’integrità del proprio spazio informativo.

Verso una sicurezza informativa europea condivisa

Il quadro delineato dallo studio dimostra dunque come la risposta a tali fenomeni debba necessariamente articolarsi su più livelli. Da un lato appare indispensabile rafforzare gli strumenti di analisi e monitoraggio delle operazioni informative, sviluppando capacità istituzionali permanenti di osservazione, attribuzione e comprensione delle campagne di manipolazione che attraversano lo spazio digitale europeo.

Dall’altro lato diventa sempre più urgente interrogarsi sulla possibilità di costruire una vera architettura europea di sicurezza informativa, capace di integrare competenze tecnologiche, strumenti normativi e cooperazione istituzionale tra Stati membri, piattaforme digitali e comunità scientifica.

La sfida finale per la resilienza democratica

In questa prospettiva infine la questione centrale non riguarda soltanto la rimozione dei contenuti manipolativi, ma la costruzione di un ecosistema informativo più resiliente, nel quale la trasparenza delle piattaforme, la responsabilità degli attori tecnologici e la capacità analitica delle istituzioni pubbliche possano convergere nella tutela dell’integrità del dibattito democratico.

La vera sfida che emerge dallo studio è dunque se l’Europa saprà trasformare la crescente consapevolezza del fenomeno in una strategia strutturale di difesa dello spazio informativo comune, capace non soltanto di reagire alle campagne di disinformazione, ma di anticiparle e neutralizzarle attraverso strumenti di governance adeguati alla natura transnazionale del problema. In altri termini, la domanda che si pone con crescente urgenza è capire se l’Unione europea sia pronta a riconoscere lo spazio informativo come una vera infrastruttura democratica da proteggere, al pari delle infrastrutture critiche tradizionali, sviluppando una volta per tutte una politica europea di sicurezza cognitiva capace di garantire nel lungo periodo la resilienza del dibattito pubblico.

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