meritocrazia e digitale

Talento e successo online: il rischio di premiare solo chi appare



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Il talento da solo non basta: impegno, contesto e passione determinano il successo reale. La meritocrazia rischia di legittimare disuguaglianze quando i punti di partenza non sono uguali. I dati Isfol Plus rivelano dove si nasconde il vero giacimento di abilità italiane

Pubblicato il 29 apr 2026

Emiliano Mandrone

Primo ricercatore Inapp



La guerra di Trump ad Harvard e alla scienza: la fuga di talenti dalle università Usa è una sfida per l'Europa talent strategy sostenibile scienziati italiani all’estero intelligenza artificiale Talento manageriale
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Sul web molte persone hanno successo grazie ad un balletto, un jingle, una battuta, un riff, un vestito o una frase provocatoria. È arte? C’è del talento?

Ditonellapiaga canta “E poi i tronisti presentati come artisti (che fastidio!)” per sottolineare che per molti essere in video è sinonimo di capacità, bellezza, valore.

Dal sogno americano alla regressione sociale globale

Questo circo del successo effimero rischia di spiazzare molte persone che finiscono per convincersi che per valorizzare le abilità potenziali non servano studio, applicazione e impegno ma l’occasione, l’episodio, l’esserci. Nell’era digitale il valore è sempre più apparire (l’engagement) e sempre meno essere.

Sul piano digitale, con la sua ribalta globale, il rischio è molto maggiore di quello che correvamo nel mondo analogico, dove l’effetto era limitato. Il Sogno Americano si è imposto sul piano digitale e globale, alimentando la cultura del successo effimero, del far soldi, dei risultati a discapito delle conseguenze o degli effetti collaterali. È triste osservare la regressione sociale che riporta in auge il machiavellico “il fine giustifica i mezzi” o forme di lavoro indegne, scordando le lotte e le conquiste sociali del ‘900.

Talento e impegno: un’abilità si costruisce

Al netto della lente digitale che distorce la realtà, scambiando l’essere con l’apparire, il talento è ancora importante per l’ottenimento di un risultato, ma l’impegno lo è il doppio. Il nostro potenziale è una cosa. Come lo usiamo è completamente un’altra cosa. Senza impegno, il talento è solo potenziale inutilizzato; con l’impegno, invece, diventa un’abilità. Poi la famiglia, la costanza, la fortuna, il momento, gli incontri, l’imponderabile… rendono l’abilità produttiva.

Passione, intelligenza e perseveranza: la formula del successo secondo Duckworth

Il talento non è l’unico ingrediente a determinare il successo. Nel suo saggio “Grinta“, Duckworth (2017) descrive come il successo sia dovuto alla passione, all’intelligenza, all’ambiente e alla perseveranza più che al solo talento naturale.

Gli italiani e le passioni giovanili: i dati dell’indagine Isfol Plus

Avevate all’età di 13 anni una passione? Allora siete in buona compagnia: 22 milioni d’italiani hanno indicato tramite l’indagine Isfol Plus di avere avuto una passione. Di che tipo? Sportiva per il 45%, per l’arte e il disegno per il 12%, per la matematica per il 10%, per la letteratura e la scrittura per l’8% e per la musica per il 7%. Residuali danza, scienze e lingue straniere. Solo il 28% ha assecondato questa inclinazione nella scelta del percorso scolastico, mentre il 34% l’ha fatto diventare un hobby e il 35% l’ha abbandonato. Solo l’1% l’ha considerata una distrazione.

Passione non è sinonimo di talento innato

Avere una passione per una certa attività non è necessariamente un’indicazione che si possieda una particolare abilità o talento innato o predisposizione fisica o culturale per svolgere meglio di altri tale attività. Tuttavia, anche assumendo che una passione possa discendere da una specifica abilità che si manifesta all’interno della cerchia di riferimento che ha covato e sostenuto l’idea che potessi svolgere quella attività al meglio, essere il migliore ballerino del paese o la più brava pallavolista del liceo fa di noi solamente le persone più dotate in tale cerchia.

Quando coltivare una passione può essere controproducente

Talento e passione non sono, dunque, concetti sovrapponibili: si può avere una grande passione per il tennis, ma nessun talento specifico. Sperare di farne un lavoro potrebbe essere una cattiva idea, addirittura controproducente, ma potrebbe essere positivo coltivarla in termini di socializzazione. Lo sport, per la gran parte dei praticanti, infatti, è soprattutto relazioni sociali.

Il problema dell’autopercezione: talenti di provincia e spiazzamenti

A complicare la relazione fra talento e passione c’è anche un problema di autopercezione: chi è bravo in tutto potrebbe non riconoscersi talenti particolari, mentre chi eccelle solo in un’abilità rischia di sovrastimarne il valore.

Serve una lettura comparata per misurarsi. Abbondano gli spiazzamenti: individui che eccellevano in scuole mediocri, talenti di provincia, artisti da oratorio … una volta arrivati in contesti molto selezionati con una concorrenza elevata, si trovano in grande difficoltà e ridimensionano le proprie aspettative.

Il contesto determina la polarità del talento

Le passioni, infine, non sono necessariamente virtù, ovvero non agiscono solo in positivo: sotto a volte si cela un dáimon, un vizio, un crimine… Sovente il contesto determina la polarità dell’abilità: puoi essere un abile motociclista o uno scippatore; un attore o un truffatore, un poliziotto o un ladro, il bandito e il campione come canta De Gregori.

Il contesto è decisivo nella coltura delle doti. È la povertà educativa che va risolta; sono le periferie esistenziali che vanno contrastate.

Talento e disuguaglianza: dove si nasconde il giacimento di abilità

L’incidenza del talento apparente è abbastanza uniforme nella popolazione, intorno al 50% (Isfol Plus). Ciò comporta che l’85% del giacimento di abilità e competenze è presente tra chi vive in famiglie con meno di 3.000€/mese (il 60% tra chi ha meno di 2.000€). Ciò conferma che i talenti sono distribuiti normalmente, ma che poi il contesto agisce e dispiega o meno il potenziale. Non a caso i laureati sono molto meno, segnale che la Scuola ancora non è la levatrice che la Costituzione auspicava: “l’ascensore sociale” rimane guasto e si sciupa il capitale umano potenziale (Mandrone, 2019).

La valutazione come coaching: valorizzare il potenziale, non stroncarlo

Quando si parla di valutazione, le persone pensano ad un critico pronto alla stroncatura (del libro, del progetto, della politica, della startup, ecc.); invece, andrebbe intesa come coaching, un allenatore che ti prepari, che eviti di farti finire nel burrone, di sciupare le risorse, che fortifichi e corregga con l’intento per far giungere la proposta ad un esito soddisfacente e utile.

È come quell’insegnante che premia per i risultati (modesti) ottenuti rispetto a quella che stronca inesorabilmente. È la valorizzazione del potenziale, la cultura della dote, la levatrice che fa nascere…

Meritocrazia: un concetto a rischio senza uguali punti di partenza

Tutte le considerazioni fatte mostrano quanto il concetto di meritocrazia sia esposto al rischio di giustificare disuguaglianze severe. Perde credibilità quando non sono assicurati eguali punti di partenza, anche online.

Spiazza la scuola che crea individui per la società, i cui risultati hanno tempi lunghi per dispiegarsi. Alimenta il favore superficiale per le soft skills, rischiando di lasciarci senza bravi medici e ingegneri. Spiazza l’impegno serio, l’allenamento delle doti, la qualità della prestazione, il lavoro fatto a regola d’arte per preferire un successo effimero, casuale, la camicia usa e getta, i famigerati “15 minuti di successo” di Andy Warhol…

Letteratura essenziale

  1. Duckworth, Grinta, Giunti Psychometrics, 2017.

E. Mandrone, D-Istruzione di massa, Etica&Economia, 2019.

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