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Il mercato del lavoro italiano alla luce dell’AI: le ultime evidenze



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Le ricerche più recenti mostrano un’Italia prudente nell’adozione dell’intelligenza artificiale nel lavoro. I dati evidenziano ritardi rispetto ad altri Paesi e un forte peso della cultura manageriale. Importanti i fattori organizzativi e formativi per colmare il divario competitivo

Pubblicato il 22 apr 2026

Stefano da Empoli

presidente Istituto per la Competitività (I-Com) e co-founder Techno Polis



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L’ingresso dell’IA nel mercato del lavoro italiano è tanto temuta quanto poco praticata.

Questo sembra emergere dalle ultime evidenze empiriche, incrociando i dati dell’AI Index Report di Stanford, pubblicato la scorsa settimana e di cui abbiamo già avuto modo di scrivere qui, con quelli di uno studio della Brookings Institution e del rapporto pubblicato ieri “L’IA nel mercato del lavoro italiano – Professioni, modelli di adozione e la sfida della formazione”, realizzato da Anitec-Assinform, l’Associazione di Confindustria che raggruppa le imprese ICT operanti in Italia, in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Gestionale e della Produzione del Politecnico di Torino.

Anitec-Assinform segnala che nel 2024 il mercato dell’AI aveva superato i 900 milioni di euro, con una crescita del 38,7% sul 2023, mentre prevede per il 2025 un valore di 1,24 miliardi di euro e oltre 2,5 miliardi entro il 2028.


Mercato del lavoro italiano e IA nei dati internazionali e confronto tra Paesi

Secondo i dati contenuti nell’AI Index Report, l’Italia viene subito dopo India e Sud Africa ed ex aequo con Australia e Canada nel considerare la protezione dei settori produttivi attraverso la regolazione pubblica una priorità più urgente rispetto agli avanzamenti portati dall’IA nella scienza, nella medicina e in altri campi, un evidente segnale della paura verso l’ignoto.

Al contempo, guardando ai risultati di uno studio pubblicato nelle scorse settimane dalla Brookings Institution, il nostro è l’ultimo delle sette nazioni considerate (oltre alla nostra, Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Olanda e Svezia) per quota di lavoratori che usano l’IA generativa (il 25,6%), secondo un sondaggio internazionale effettuato su un vasto campione tra gennaio e febbraio di quest’anno.

Dato coerente con quello della Commissione UE secondo cui nel 2026 il 16 per cento delle aziende italiane usano l’AI contro la media UE del 20 per cento.

Ma quel che colpisce dallo studio della Brookings sono soprattutto tre altri elementi. In primo luogo, a spiegare il gap con gli Stati Uniti, primo paese per adozione dell’IA tra i lavoratori, e i paesi UE più avanzati sono solo in parte fattori demografici (es. popolazione più anziana) o socio-economici (es. peso delle piccole imprese e livello di istruzione più basso).

La ricerca scompone i diversi parametri che possono spiegare i divari, arrivando alla conclusione che c’è un residuo molto elevato (non troppo lontano dal 50% del divide) che non può essere attribuito a nessuno di questi fattori.


Fattori organizzativi nel mercato del lavoro italiano con IA e ruolo del management

Di qui, basandosi anche sulla letteratura sviluppatasi negli ultimi decenni sull’integrazione delle tecnologie ICT di base nei processi aziendali, gli autori avanzano l’ipotesi che questa differenza vada cercata in tre proxy della qualità media superiore del management USA applicate all’IA: incoraggiamento da parte dei capi e di chi guida l’impresa a usarla, fornitura di tool ai dipendenti e formazione aziendale.

Qui veniamo al secondo risultato, per certi aspetti controintuitivo. Secondo l’analisi econometrica svolta, la formazione risulta sostanzialmente ininfluente mentre a contare davvero sono i primi due fattori, in particolare l’incoraggiamento da parte dei datori di lavoro.

Basti pensare che rispetto agli Stati Uniti, qualora le imprese italiane incoraggiassero i propri dipendenti a utilizzare l’IA quanto fanno i datori di lavoro americani, il divario di adozione si ridurrebbe dell’80%, di fatto quasi sparendo.


Diffusione dell’IA nel mercato del lavoro italiano tra imprese e territori

Passando al rapporto di Anitec-Assinform svolto in collaborazione con il Politecnico di Torino, il lavoro si articola in tre parti: una rassegna della letteratura e dei dati disponibili per il caso italiano; un’analisi qualitativa su imprese pioniere nell’adozione dell’IA e un’indagine sugli attori chiave dell’ecosistema della formazione.

Rispetto al primo punto, interessante la disaggregazione dei dati Istat più aggiornati (che si riferiscono al 2025) sull’adozione dell’IA nelle imprese.

Se il valore medio italiano si conferma più basso rispetto alla media europea, questo risultato va letto in una doppia chiave geografica e dimensionale.

Dunque, se l’adozione dell’IA da parte delle imprese del Nord-Ovest è sostanzialmente alla pari con la media UE (intorno al 20%), ad essere indietro sono soprattutto quelle del Sud e del Centro.

Ma a contare ancora di più sembra essere il fattore dimensionale, visto che adotta l’IA più di un’impresa su due con più di 250 dipendenti.

Impatto dell’AI sull’occupazione e mestieri a rischio

Il report nota che l’introduzione dell’intelligenza artificiale generativa sta modificando in modo significativo il mercato del lavoro, con effetti differenziati per livello di esperienza e tipologia di professione. Le evidenze (Azar et al., 2025; Brynjolfsson et al. 2025;

Hosseini and Lichtinger, 2025; Klein Teeselink, 2025), che riguardano ora solo USA e UK, indicano una riduzione delle posizioni junior e delle relative retribuzioni, soprattutto nei settori tecnici, creativi e dell’analisi dei dati, mentre l’impatto sulle posizioni senior appare meno chiaro e più variabile tra le fonti.

Più che un effetto immediato di sostituzione occupazionale, le dinamiche osservate sembrano riflettere soprattutto un aggiustamento anticipatorio delle imprese, che riducono le assunzioni in previsione di possibili automazioni future. Questo spiega perché l’impatto dell’IA emerga con maggiore evidenza nei dati sulle offerte di lavoro rispetto ai dati amministrativi, che non distinguono tra nuovi ingressi e lavoratori già occupati.

Studi più dettagliati mostrano che, nel caso del Regno Unito, le imprese esposte all’IA riducono complessivamente l’occupazione, con un calo più marcato dei profili junior. Le offerte di lavoro diminuiscono in modo significativo nelle professioni tecniche e creative, mentre aumentano nei ruoli orientati al cliente. A livello professionale si osserva anche una contrazione delle retribuzioni e una maggiore richiesta di flessibilità, con meno posizioni che richiedono presenza in ufficio.

Nel complesso, gli effetti risultano concentrati nei segmenti ad alta retribuzione e determinano nel breve periodo una compressione delle disuguaglianze salariali. Tuttavia, mentre i lavoratori senior altamente qualificati possono beneficiare dell’IA in termini di produttività e guadagni, emergono interrogativi sulle opportunità per i nuovi entranti, che rischiano di affrontare un accesso più limitato al mercato del lavoro.

Le analisi basate sui compiti evidenziano inoltre un effetto duale: da un lato sostituzione nelle mansioni cognitive più standardizzate, come l’analisi dei dati; dall’altro aumento della produttività nelle attività creative, manageriali e di ricerca. L’IA contribuisce anche alla creazione di nuovi lavori ad alto valore aggiunto, soprattutto nell’ICT, e apre possibilità di riqualificazione per lavoratori con livelli di istruzione più bassi.


Formazione e criticità nel mercato del lavoro italiano con IA

Il sistema della formazione che emerge dalla rilevazione contenuta nel terzo capitolo sconta un evidente paradosso: da un lato un sistema rigido ed eccessivamente proceduralizzato, dall’altra una frammentazione dell’offerta che confonde i potenziali fruitori.

Anche per questo motivo, il fenomeno degli ultimi anni sono le academy aziendali, che naturalmente possono permettersi soprattutto le grandi imprese e che dovrebbero essere sempre più al servizio delle filiere.

Alla formazione e alle tante carenze del sistema italiano sono dedicate gran parte delle 23 proposte di policy che concludono il rapporto.

Molte di queste sono condivisibili, andando verso un rafforzamento del trasferimento tecnologico e un maggiore contatto con le realtà produttive dei territori.

Tra le tante, molto interessante ad esempio l’istituzione di un conto personale di formazione per l’IA.

Se l’Italia ha l’intenzione di recuperare il gap di competitività con gli altri Paesi, da questa rivoluzione culturale occorre passare. Con il contributo di tutti, attori pubblici e privati.

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