Approvata all’unanimità, da parte della Commissione dell’Informazione del CNEL, la riorganizzazione completa dell’archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro, passaggio di rilevanza per l’ordinamento giuslavoristico italiano che giunge al termine della fase sperimentale avviata l’11 aprile 2025 e che introduce un modello strutturato e trasparente di classificazione e analisi dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Iniziamo a dire che siamo concordi nell’affermare che un intervento in tal senso sia non solo utile ma anche doveroso, visto che il mondo del lavoro è cambiato negli anni e continua inesorabilmente una corsa che in molti casi omette o dimentica, ad esempio, le nuove professioni. Ma allo stesso tempo cambiano i modelli operativi, la tecnologia, l’innovazione, l’intelligenza artificiale, la tecnica in generale e la stessa società si modificano velocemente. Per questo una revisione dello stato dell’arte nella materia contrattualistica del lavoro è doverosa e utile.
Indice degli argomenti
Le criticità storiche dell’archivio
L’archivio CNEL rappresenta storicamente il principale deposito istituzionale dei contratti collettivi nazionali. Tuttavia, fino alla recente riforma, tale archivio presentava alcune criticità strutturali:
• assenza di criteri selettivi sostanziali;
• sovrapposizione tra contratti effettivamente applicati e contratti meramente formali;
• difficoltà di utilizzo operativo da parte di imprese e amministrazioni.
Negli ultimi decenni, il sistema della contrattazione collettiva italiana ha registrato un aumento significativo del numero di contratti depositati. In particolare:
• oltre 1.000 contratti collettivi risultavano formalmente presenti nell’archivio;
• una quota rilevante di tali contratti era sottoscritta da organizzazioni non comparativamente rappresentative;
• molti contratti risultavano applicati a una platea estremamente ridotta di lavoratori.
Questo fenomeno ha alimentato il cosiddetto dumping contrattuale, inteso come l’utilizzo di contratti collettivi meno onerosi sotto il profilo retributivo e normativo al fine di ottenere vantaggi competitivi.
Archivio CNEL contratti collettivi e timori politici
L’attuale intervento vuole intervenire oltre che sull’aggiornamento tecnico, per consentire un utilizzo più efficace, una consultazione più semplice che diventi fruibile in semplicità, anche su altri punti fondamentali che sicuramente non sono gli unici ma rendono l’idea della trasformazione che si vuole adottare. Come ogni riorganizzazione non temiamo l’aspetto tecnico operativo, ma quello politico che assai spesso incide sulle decisioni e, parlando di contrattazione collettiva del lavoro, non possiamo non tenere presente che gli interessi di molte parti sono fortissimi.
Riteniamo infatti che tale azione automaticamente toccherà:
• la misurazione della rappresentatività sindacale e datoriale che ancora oggi è ancorata a vecchi schemi, mai chiariti in realtà e spesso disconosciuti dalla giurisprudenza che è poi chiamata a decidere. Pensiamo ai principi indicati per la rappresentanza spesso sostenuti dalla p.a. che si rifà a una circolare del Ministero del Lavoro del 1995, dove si parla di consistenza numerica, significativa presenza territoriale, attività di tutela di interessi collettivi, ecc. Tutti dati che oggi, nel 2026, non possono più essere considerati gli indicatori di una rappresentatività effettiva. Pertanto è importante comprendere come si intenderà procedere poi nella riclassificazione di queste categorie per evitare di consentire a tutti di rappresentare gli interessi dei propri lavoratori. Oggi abbiamo contratti di lavoro obbligatori per talune professioni, anche se facilmente quella professione nulla centra con il contratto applicato.
• il contrasto al fenomeno del dumping contrattuale; è un problema che esiste e va affrontato con chiarezza ma sempre nel limite della libertà di rappresentanza. Non vorremmo che una manovra che nasce per sistematizzare poi divenisse anche un metodo per rendere esclusiva la rappresentanza collettiva e, come spesso accade, in favore di soliti noti o di sole grandi organizzazioni. Oggi il mondo del lavoro, per esempio professionale, ha caratteristiche diverse dalla professione prevista nel 1995, anno in cui talune attività e relativa rappresentanza nemmeno esistevano.
• il supporto operativo alle stazioni appaltanti nell’ambito del Codice dei contratti pubblici; su questo concordiamo che una maggiore chiarezza nella individuazione, comparazione, segmentazione possa favorire la stessa p.a. nella definizione delle regole, in particolare quando parliamo di affidamenti pubblici.
La riforma dell’archivio CNEL: principi generali
La riforma dell’archivio CNEL: principi generali
La riorganizzazione dell’archivio introduce un cambiamento paradigmatico: il passaggio da una logica formale di deposito a una logica sostanziale di rilevanza. In precedenza, infatti, qualsiasi contratto collettivo poteva essere depositato e incluso nell’archivio e non era prevista una verifica dell’effettiva applicazione. Con la riforma, l’inclusione nella sezione principale dell’archivio è subordinata a criteri quantitativi e viene valorizzato il radicamento effettivo nel sistema produttivo.
Il nuovo sistema si fonda infatti su un indicatore oggettivo: il numero di lavoratori effettivamente coperti dal contratto. I dati utilizzati derivano dalle comunicazioni obbligatorie UniEmens gestite dall’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (INPS).
Questo approccio consente:
• una misurazione empirica della diffusione contrattuale;
• una riduzione delle distorsioni informative;
• una maggiore affidabilità statistica.
Archivio CNEL contratti collettivi e nuove soglie quantitative
Vengono inoltre inseriti nuovi criteri di selezione dei contratti introducendo nuove soglie quantitative precise per l’inclusione dei contratti nella sezione dei contratti nazionali di settore:
• 5% dei lavoratori dipendenti in una specifica divisione ATECO;
• 3% dei lavoratori in almeno una divisione ATECO per i contratti multi-settoriali.
L’introduzione delle soglie comporta:
• l’esclusione dei contratti marginali dalla sezione principale;
• la creazione di una distinzione chiara tra:
• contrattazione effettiva;
• contrattazione residuale o marginale.
I dati sulla copertura contrattuale indicate dal Presidente del CNEL, Renato Brunetta, evidenziano che circa 99 CCNL sottoscritti da CGIL, CISL e UIL coprono oltre il 97% dei lavoratori del settore privato e circa 800 contratti riconducibili a sigle minori si applicano a poco più del 2% dei lavoratori, pari a circa 350.000 unità. Questi dati suggeriscono che il sistema della contrattazione collettiva presenta una struttura fortemente concentrata che certamente esiste anche perché è difficilissimo arrivare alla costruzione di un contratto collettivo o spesso si abusa realizzandone di inutili; a tal proposito usiamo la nostra esperienza diretta per chiarire cosa voglia dire rischio di escludere se non si apportano dei correttivi alle regole del gioco. Non serve ricordare che contrattazione collettiva vuole dire grandi interessi economici diretti e indiretti di tutte le parti, enti bilaterali, fondi interprofessionali, ecc.; pertanto il tema non si ferma alla costruzione di contratti e diritti ma si va ben oltre.
L’esperienza diretta nelle professioni e nei settori specifici
La nostra esperienza sul tema. Da anni cerchiamo contatto con le organizzazioni sindacali, senza successo. Grandi parole, tanti incontri, ma poi nessuna conclusione concreta e per questo in molte professioni poi si adottano contratti spesso non allineati con la propria professione adattandoli in base a consuetudini più che attenta analisi del tipo di lavoro, mansione, caratteristiche della professione, ecc., ritrovandoci così assai spesso ad avere stesso lavoro ma contratti applicati diversi.
Il caso UNAPPA
Un esempio:
• Nel nostro caso UNAPPA siamo Agenzie di Pratiche Amministrative, non per scelta ma per abitudine o consiglio, la maggior parte di noi applica il contratto terziario del commercio che non corrisponde alle nostre caratteristiche. Abbiamo anche un contratto sottoscritto nel 2021 tra UGL e altre organizzazioni che non rappresentano il nostro settore (CED) visto che siamo l’unica associazione datoriale di settore e questo è abbastanza noto visto che siamo presenti, riconosciuti e riconoscibili. Quando parliamo di settore ci riferiamo a chi lavora nel pieno rispetto delle regole ovviamente e cioè muniti di autorizzazione amministrativa, obbligo che è facilmente aggirabile purtroppo. Ovviamente abbiamo dato indicazioni di non applicarlo visto che l’hanno sottoscritto senza chiedere a noi un parere e potremmo avere condizioni che non rispecchiano le nostre necessità. Un contratto pertanto che riteniamo sia poco usato. Dal 2025 poi abbiamo un codice Ateco specifico pertanto anche uno strumento per collocare in modo più efficace questo mondo che occupa circa 25mila persone pensiamo sia necessario trovarlo con una contrattazione specifica.
Il nodo delle professioni Legge 4/2013
• Ma ancor più articolato è il tema se iniziamo a parlare di professioni Legge 4/2013 che oggi ho l’onore di rappresentare in ambito Colap, che comprende realtà professionali assai eterogenee e in questo caso, ad oggi, non sappiamo nulla di come e dove sono collocati tali lavoratori che sono migliaia. Se pensiamo alla Gestione Separata abbiamo già un riferimento numerico interessante, conta milioni di professionisti e questi hanno collaboratori, assumono personale e applicano contrattazione. Sul punto avremmo un’ambizione, quella di costruire un contratto collettivo di ambito per l’intero segmento professionale che dal 2013 è presente nel Paese e occupa tantissime persone in settori vari. Sul punto valutiamo alleanze e sinergie che con noi possano condividere questa necessità e avviare un percorso di maggiore tutela.
Archivio CNEL contratti collettivi tra efficienza e rappresentanza
Pertanto se da una parte il riordino dell’archivio nazionale dei contratti collettivi – che non dobbiamo inquadrare solo come una operazione tecnica ma ancor più politica – lo leggiamo con favore, importante è conoscere le regole con cui lo dovremo gestire. L’affidabilità del sistema, oltre che renderlo più funzionale alle esigenze operative degli operatori economici e della p.a., riteniamo sia giusto perseguirlo. Regole il cui impatto, una volta definite le scelte, avranno impatto su tanti elementi: dal salario minimo di cui tanto si parla, alle politiche di intervento sul lavoro, alla stretta regolazione appunto della rappresentanza che noi vogliamo libera, aperta e inclusiva.
Siamo certi il superamento delle ambiguità sia una cosa giusta e utile, tuttavia, proprio questa maggiore selettività, fondata su soglie quantitative e su indicatori di diffusione, solleva una questione non secondaria: il rischio di una compressione del pluralismo nella rappresentanza. Un sistema che tende a privilegiare esclusivamente il dato numerico può infatti consolidare le posizioni delle organizzazioni già maggioritarie, rendendo più difficile l’emersione e il riconoscimento di soggetti minori ma potenzialmente rappresentativi di interessi specifici o settori emergenti.
La tutela del pluralismo nella nuova classificazione
In questa prospettiva, il riordino dell’archivio dovrebbe essere accompagnato da interventi ulteriori volti a garantire un equilibrio tra esigenze di razionalizzazione e tutela del pluralismo, evitando che la semplificazione del sistema si traduca in una eccessiva omogeneizzazione della rappresentanza sindacale e datoriale.








