il bando da 100 milioni

Intelligenza artificiale a scuola: cosa non torna nel DM 219



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Cento milioni per portare l’intelligenza artificiale nella scuola sembrano una svolta concreta. Ma tempi strettissimi e procedura a sportello rischiano di premiare chi era già pronto e di lasciare indietro proprio gli istituti che avrebbero più bisogno di formazione

Pubblicato il 28 apr 2026

Anna Marconetti

docente dell’Università degli Studi Telematica IUL

Carlo Maria Medaglia

Delegato del Rettore per la Terza Missione, l’innovazione Didattica e l’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi Telematica IUL



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Il 17 aprile 2026, alle 15:00 in punto, si è chiusa sulla piattaforma Futura PNRR la procedura a sportello del DM 219/2025. Sul tavolo, cento milioni di euro per costituire duemila “Snodi formativi territoriali per la transizione digitale sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella scuola“. Cinquantamila euro per istituto, riserva del 40% al Mezzogiorno, candidature selezionate in ordine cronologico fino a esaurimento fondi. L’avviso, il 73226 del 27 marzo 2026, è pubblicato in attuazione del DM 11 novembre 2025 n. 219 e in coerenza con il Regolamento UE 2024/1689 sull’IA, la legge 132/2025 e le Linee guida del DM 166/2025.

Detta così, sembra una buona notizia. E per molti versi lo è. Il problema, come sempre quando si parla di scuola italiana, non sta nel decreto ma nella distanza fra il decreto e ciò che accade davvero in aula. È la vecchia storia della tela di Penelope: si tesse di giorno con i migliori propositi normativi e si disfa di notte, a colpi di scadenze impossibili e piattaforme capricciose.

Le spalle larghe del decreto

Il DM 219 si appoggia a tre pilastri che, per una volta, tengono insieme il castello. C’è l’AI Act europeo, che dal 2 febbraio 2026 rende obbligatoria l’alfabetizzazione all’IA per chiunque la utilizzi in contesti ad alto rischio, e la scuola è uno di questi. C’è la legge italiana 132/2025, che ha recepito gli indirizzi europei. Ci sono le Linee guida del DM 166/2025, che richiamano i quadri europei DigComp 3.0 e DigCompEdu.

Dentro questa cornice, il DM 219 fa scelte notevoli. Chiede progetti rivolti a tutto il personale scolastico anche con un possibile coinvolgimento degli studenti, impone almeno un percorso dedicato alla formazione di formatori (per creare figure interne che diffondano le competenze), prevede laboratori in presenza coerenti con il curricolo d’istituto. Una scuola che si candida non può limitarsi a comprare un corso online: deve pensare a cosa resterà quando l’esperto esterno sarà ripartito. Sulla carta, il decreto chiede di pensare come un agricoltore, non come un consumatore.

Il tempo come arma impropria

E poi c’è il calendario. L’avviso operativo è uscito il 27 marzo 2026. Scadenza: 17 aprile, ore 15. Ventuno giorni, di cui dieci mangiati da Pasqua e ponti, per leggere un bando PNRR, progettare un piano formativo per almeno cinquanta persone, ipotizzare un possibile fornitore accreditato, verificare di non avere rendicontazioni pendenti sul DM 66/2023, compilare tutto su Futura evitando i timeout di sessione, firmare digitalmente, inviare. E sperare che il server regga.

La metafora è Atalanta, la cacciatrice che nella mitologia greca sfidava i pretendenti in corsa e li faceva ammazzare quando perdevano. Ippomene la batté solo perché Afrodite gli prestò tre mele d’oro da farle raccogliere lungo il percorso. La procedura a sportello del DM 219 è la corsa di Atalanta senza le mele: vince chi corre di più. Le scuole che avevano già un fornitore in tasca sono arrivate prime. Quelle che avrebbero avuto più bisogno di formarsi, proprio perché del tema non si erano mai occupate, sono rimaste nelle retrovie.

Non è un incidente, è il meccanismo stesso del bando. La fretta viene spacciata per efficienza ma produce strutturalmente l’effetto opposto: la selezione di progetti peggiori di quelli che si sarebbero potuti avere con un tempo ragionevole.

I cento milioni al bilancino

La gestione finanziaria segue il regime delle Unità di Costo Standard: formatore esperto a 122 euro l’ora, tutor a 34. Ai costi diretti di personale si aggiunge un forfait pari al 40%, destinato a coprire organizzazione del percorso e acquisto di sistemi software e applicativi di IA necessari alle attività didattiche.

Un punto va sottolineato, perché sfugge a molti: il DM 219 non finanzia hardware. Non si comprano tablet, notebook, lavagne interattive. Si comprano licenze software e solo dentro quel forfait del 40%. Coerente, peraltro: i soldi vanno alla formazione delle persone, non al rinnovo del laboratorio. Il risvolto è che niente copre le linee davvero delicate, cioè coordinamento pedagogico, rendicontazione, tutoraggio organizzativo di lungo periodo. Si rendiconta quello che si rendiconta, non quello che si fa davvero.

Torna utile Don Milani: “non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali“. Le scuole italiane partono da livelli enormemente diversi. Un liceo di città universitaria con animatore digitale formato e tre docenti di informatica non ha le stesse esigenze di un comprensivo di entroterra dove l’animatore è una collega di lettere, che ci prova volentieri. Ma tariffe, numero minimo di formati e tempi sono gli stessi. L’equità formale produce disuguaglianza sostanziale. La riserva del 40% al Mezzogiorno riguarda la quota finanziaria, non la capacità progettuale di intercettarla in ventuno giorni.

Cosa significa davvero formare all’IA

I progetti che stanno circolando oscillano tra due poli ugualmente insufficienti. Da un lato il prompt engineering travestito da alfabetizzazione: impariamo a chiedere bene a ChatGPT, Mistral o Claude ottimizzando la produttività del docente. Un reel da sessanta secondi diluito in ottanta ore certificate. Addestramento operativo, non literacy. Dall’altro lato l’etica in pillole: deepfake, privacy, bias, AI Act letto rapidamente. Contenuti importantissimi, compressi in due incontri finali diventano educazione civica di emergenza.

Messi insieme, i due poli non fanno alfabetizzazione: fanno addestramento più una spolverata di etica, come il prezzemolo sulla pasta. Dà colore, non cambia il sapore.

La domanda pedagogica vera è un’altra: come cambia il nostro lavoro quando il testo, l’immagine e perfino il ragionamento cessano di essere beni scarsi? Quando un tema si scrive in tre secondi, cosa resta del tema come strumento di valutazione? Quando una sintesi è gratuita, cosa distingue chi ha letto da chi non ha letto? Non sono domande che si affrontano in otto ore di corso a 122 euro. Si affrontano in un percorso lungo, fatto di pratica critica, di pedagogia della lentezza (avrebbe detto Zavalloni), di quell’attrito sano tra strumento e senso che è il cuore di ogni formazione vera.

Hannah Arendt, ne La crisi dell’istruzione, scriveva che l’educazione è il momento in cui decidiamo se amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità. Formare all’IA, se lo si prende sul serio, è decidere che tipo di mondo cognitivo vogliamo trasmettere. Non significa, o non solo, saper usare Copilot con proprietà di linguaggio.

Tre fatti che nessuna rendicontazione dirà

Il bando è scaduto. Le scuole che ce l’hanno fatta festeggeranno, le altre scriveranno una mail all’USR. Tra un anno le prime rendicontazioni, tra due la valutazione d’impatto dirà che l’obiettivo è stato raggiunto, cifre alla mano. Restano però tre cose che nessun report restituirà.

La fretta non è neutra

Primo: la fretta non è neutra. Progettare in tre settimane produce strutturalmente progetti peggiori che progettare in tre mesi. Non è un limite delle scuole, è una scelta di chi ha scritto il cronoprogramma. Il prossimo bando, e ci sarà, andrà valutato anche su questo.

La formazione non è solo un servizio acquistabile

Secondo: la formazione ridotta a servizio acquistabile è già una risposta e non la più interessante. Gli snodi veri, quelli che cambiano la cultura professionale, si costruiscono in rete, nel tempo, tra pari, con una quota di gratuità e scambio che nessuna fattura copre.

L’AI literacy è un orientamento

Terzo: l’AI literacy non è un corso, è un orientamento. Non si risolve con cinquanta ore certificate. Si decide ogni volta che un docente entra in classe e sceglie cosa delegare alla macchina e cosa no. Costruire quella capacità di scelta chiede comunità professionali forti e tempo di riflessione condivisa. Le due cose che la scuola italiana ha sempre meno.

Pasolini, nel 1974, scriveva che il progresso è un’ideologia, lo sviluppo è un fatto. Cento milioni di decreto sono un fatto. Il progresso educativo si misura altrove: nel modo in cui, fra due anni, nelle aule italiane qualcuno userà l’intelligenza artificiale per pensare meglio. O non la userà affatto, perché avrà scoperto che per quel compito non serve. Entrambe le risposte, se consapevoli, sono un guadagno. Tutto il resto è rendicontazione e la tela di Penelope, come sappiamo, la notte si disfa.

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