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Founder capitalism, il potere dei fondatori che cambia il capitalismo americano



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Il founder capitalism valorizza il ruolo dei fondatori come leader capaci di innovare e pensare sul lungo periodo, ma espone le imprese a rischi di concentrazione del potere, abusi, governance debole e fragilità istituzionali. Un estratto dal libro “Capitalismo carismatico – Il potere dei fondatori e la sfida alle democrazie”

Pubblicato il 10 giu 2026

Sandro Trento

professore ordinario di Strategia e Corporate Governance, Direttore della School of Innovation dell’Università di Trento



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Il founder capitalism ha riportato al centro del capitalismo contemporaneo la figura del fondatore come leader visionario, capace di guidare l’impresa con un orizzonte di lungo periodo, al riparo dalle pressioni di breve periodo dei mercati.

Questo modello ha prodotto alcune delle innovazioni più straordinarie della nostra epoca, ma porta con sé anche zone d’ombra profonde: rischi di abuso, concentrazione eccessiva di potere, indebolimento degli organi di controllo.

Le luci e le ombre vanno lette insieme: senza i fondatori non avremmo Amazon, Apple o Tesla; ma senza limiti al loro potere non avremmo nemmeno casi come WeWork, Uber o Theranos.

Evidenze empiriche e casi negativi

Le ricerche empiriche confermano in modo netto l’ambivalenza del founder capitalism. Da un lato, le imprese guidate da fondatori mostrano nei primi anni dopo la quotazione una capacità superiore di generare valore: crescita più rapida del fatturato, ritorni azionari superiori alla media, un orientamento all’innovazione che si traduce in una pipeline di prodotti e brevetti più ricca.

Studi su grandi campioni di imprese quotate negli Stati Uniti, ad esempio quelli di Anderson e Reeb (2003) o di Villalonga e Amit (2006), hanno rilevato che le società a controllo fondatore hanno tassi di crescita più alti e, nei primi anni, una maggiore capacità di attrarre capitali. Anche la letteratura più recente segnala che le aziende con un founder-CEO mostrano all’inizio livelli più elevati di produttività e un orientamento strategico meno condizionato dal breve periodo, con effetti positivi sugli investimenti in ricerca e sviluppo e sulla qualità dei brevetti.

Ma questi vantaggi tendono a svanire con il passare del tempo. Un’analisi di Cremers et al. (2018) sulle imprese americane dual-class mostra che la sovraperformance è concentrata nei primi 6-10 anni dopo l’IPO; oltre questa soglia, il vantaggio si esaurisce e i costi dell’entrenchment, la radicata permanenza del fondatore al potere, superano i benefici della sua visione. Altri studi (ad esempio Gompers, Ishii e Metrick 2010; Bennedsen et al., 2015) hanno documentato che le imprese a controllo fondatore, nel lungo periodo, mostrano rendimenti inferiori rispetto alla media del mercato, produttività stagnante e difficoltà nel rinnovare la leadership.

È come se la «testardaggine visionaria» che inizialmente aiuta a rompere gli schemi si trasformasse, col tempo, in rigidità che impedisce all’impresa di adattarsi a contesti mutati. Il tema della successione diventa particolarmente critico: Miller (2010) mostra come le imprese a guida fondatore spesso falliscano nel passaggio generazionale, con cali drastici di performance quando il fondatore rifiuta di cedere il timone o quando la leadership è ereditata senza reale merito.

WeWork e il collasso della governance

I casi concreti aiutano a rendere visibile questa dinamica. WeWork è l’esempio forse più clamoroso. Adam Neumann, grazie a una struttura azionaria iper-concentrata, poteva mantenere il controllo con meno del 10 per cento del capitale. La sua gestione personale, voli privati a carico della società, investimenti bizzarri in scuole alternative e start-up marginali, governance opaca, ha condotto a un collasso spettacolare nel 2019: la valutazione di WeWork, che alla vigilia della quotazione superava i 47 miliardi di dollari, è precipitata a meno di 10 miliardi nel giro di pochi mesi. Qui l’assenza di contrappesi reali ha permesso a un fondatore carismatico di trascinare la sua impresa dentro una bolla insostenibile.

Uber, Theranos e il rischio della visione senza controlli

Uber racconta una storia diversa, ma ugualmente istruttiva. Travis Kalanick ha costruito la compagnia come un simbolo di sfida aggressiva all’ordine costituito, «disrupting» non solo il mercato dei taxi ma anche le norme sul lavoro e sulla concorrenza. La cultura interna promossa dal fondatore era spregiudicata, quasi anarchica, ma priva di regole di comportamento minime: nel 2017 emerse una lunga serie di denunce per molestie, discriminazioni e pratiche scorrette. Solo una difficile battaglia degli investitori istituzionali costrinse Kalanick alle dimissioni, nonostante fosse chiaro da tempo che la sua leadership stava diventando un fattore di rischio per l’azienda. Ancora una volta, la struttura di voto aveva reso arduo il ricambio tempestivo.

Il caso Theranos rappresenta un ulteriore estremo. Elizabeth Holmes, una delle poche donne nel campo dei fondatori, incarnava l’immagine perfetta del fondatore visionario: giovane, brillante, carismatica, con l’ambizione di rivoluzionare le analisi del sangue. Ma la totale assenza di accountability e la deferenza di un Consiglio di amministrazione debole permisero che per anni venisse perpetuata una frode colossale, che metteva a rischio la salute dei pazienti e bruciava miliardi di dollari di investimenti. È un esempio paradigmatico di come la retorica della «visione» e l’assenza di controlli possano creare un vuoto istituzionale in cui prosperano illusioni pericolose.

[…] Questi esempi mostrano un punto comune: il potere assoluto del fondatore, quando non è bilanciato da organi di controllo forti e da mercati realmente contendibili, può degenerare in fallimenti sistemici. Nel breve periodo la concentrazione del potere può produrre velocità e coraggio strategico, ma nel lungo periodo rischia di trasformarsi in fragilità, rigidità e abusi. È l’altra faccia del founder capitalism: ciò che consente di creare Amazon, Apple o Tesla è anche ciò che, se non incanalato, può condurre a casi come WeWork, Uber o Theranos, in cui la luce della visione si spegne nell’ombra della mancanza di responsabilità.

Il problema non riguarda solo i singoli casi aziendali. Le conseguenze sistemiche sono rilevanti: mercati finanziari meno contendibili, investitori istituzionali privati di strumenti di disciplina, start-up innovative che trovano come unica prospettiva l’acquisizione da parte dei giganti, riducendo la varietà e la competizione. In ultima analisi, la fragilità del modello si riflette non solo nelle imprese, ma nell’ecosistema innovativo e nel funzionamento stesso delle economie di mercato.

Bilancio: un potere ambivalente

Il founder capitalism è, in definitiva, un modello che unisce straordinarie possibilità e profondi rischi. Ha reso possibile la nascita di aziende capaci di ridisegnare la traiettoria tecnologica ed economica globale, imponendo nuove logiche di consumo e di produzione, superando le convenzioni del breve periodo e puntando su investimenti che solo la testardaggine di un fondatore poteva sostenere. Senza questa protezione, difficilmente avremmo visto nascere l’iPhone, il cloud, la mobilità elettrica o le piattaforme digitali che hanno cambiato la vita quotidiana. Ma la stessa concentrazione di potere che ha reso possibili queste rivoluzioni ha prodotto, con il tempo, derive opposte: imprese trasformate in monarchie personali, organi di governance ridotti a rituali, mercati chiusi alla concorrenza e casi di abusi clamorosi[…].

Il bilancio di questo modello non può dunque essere univoco. Nel breve periodo, i benefici della visione e della coerenza strategica sono evidenti, ma nel lungo periodo l’entrenchment dei fondatori rischia di soffocare l’innovazione, ridurre la produttività e compromettere la contendibilità dei mercati. La questione non è solo economica, ma politica e istituzionale: quando le Big Tech siedono accanto ai presidenti e forniscono infrastrutture essenziali alla difesa o alla burocrazia, il confine tra impresa privata e potere pubblico si fa incerto e il rischio è che la legittimazione democratica venga contaminata da un’oligarchia tecnologica senza mandato.

La sfida dell’equilibrio tra visione e accountability

Per questo la sfida oggi è trovare un equilibrio delicato: proteggere la capacità dei fondatori di pensare e agire sul lungo periodo, senza però rinunciare ai principi fondamentali di accountability, trasparenza e rinnovamento. Negli Stati Uniti il dibattito si concentra sulle sunset clauses, meccanismi che pongono una scadenza temporale ai diritti di voto differenziati, consentendo al fondatore di guidare la fase iniziale ma riportando poi l’impresa a una governance contendibile. In Europa il discorso verte soprattutto sulle salvaguardie per gli azionisti di minoranza e sulla necessità di evitare che strumenti come le azioni a voto plurimo si trasformino in semplici meccanismi di blindatura familiare. In entrambi i casi, la domanda di fondo rimane la stessa: come garantire che la luce della visione imprenditoriale non si trasformi in un’ombra lunga, capace di avvolgere l’intera impresa e, insieme ad essa, una parte della vita economica e democratica delle nostre società.

Founder capitalism e trasformazione del capitalismo americano

Eppure, al di là di questa tensione tra luci e ombre, ciò che emerge con chiarezza è che il founder capitalism sta cambiando la natura stessa del capitalismo americano. Per decenni il modello dominante negli Stati Uniti era stato quello della grande public company manageriale, con proprietà diffusa, controllo esercitato dai mercati finanziari e meccanismi di accountability robusti.

[…] Oggi il quadro appare mutato. Il potere non si concentra più nei mercati e negli investitori diffusi, ma nelle mani dei fondatori che controllano imperi globali attraverso strutture dual-class e azioni a voto plurimo. È un ribaltamento storico: il capitalismo americano, nato come paradigma della proprietà dispersa e del controllo manageriale, sta diventando il terreno di consacrazione di sovrani privati, capaci di resistere alle pressioni del mercato, condizionare la politica e definire le traiettorie tecnologiche di interi settori.

[…] In questo senso, il founder capitalism non è soltanto un fenomeno aziendale, ma un indicatore di cambiamento istituzionale. La dinamica che un tempo era considerata patologica – la concentrazione stabile del potere nelle mani di un individuo – oggi viene accettata, persino legittimata, come condizione per innovare e competere su scala mondiale. È un segnale che la natura del capitalismo americano si sta spostando: da un sistema basato sull’equilibrio tra proprietà diffusa e disciplina dei mercati, a un sistema che affida alle figure dei fondatori un ruolo centrale e duraturo, riconoscendo loro un’autorità che non è solo economica ma sempre più politica. È proprio questa trasformazione a rendere il bilancio del founder capitalism così ambivalente.

Da un lato, ha rappresentato un motore di dinamismo, la forza che ha consentito agli Stati Uniti di guidare la frontiera tecnologica e di mantenere un vantaggio competitivo nei settori più avanzati. Dall’altro, ha introdotto un elemento di discontinuità con la tradizione stessa del capitalismo americano, che rischia di scivolare da sistema di mercati contendibili a sistema di oligarchie tecnologiche. La questione aperta è se questa metamorfosi sarà capace di rigenerarsi, trovando nuovi equilibri istituzionali, oppure se finirà per riprodurre, in forme moderne, i rischi che già alla fine dell’Ottocento portarono alla nascita delle prime leggi antitrust.

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